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La serata libera


di massimocurioso
05.07.2026    |    2.650    |    4 9.6
"Rientrai cercando di simulare indifferenza, ma dentro di me tutto bruciava: rabbia, desiderio, vergogna, curiosità..."
Serata libera. Quel sabato uscii con i miei amici per una rimpatriata. Silvia, mia moglie, decise di andare in palestra e poi trascorrere il resto della serata a leggere.
Quando uscivo, non rincasavo mai prima delle due di notte. Non quella sera: a causa di un imprevisto l’uscita finì molto prima del previsto e decisi di andare a bere qualcosa da solo. Ben presto, però, mi annoiai, così decisi di rincasare. Di solito mandavo un messaggio a Silvia, prima di partire per tornare, ma quella sera, mezzo brillo com’ero, lo smartphone cadde sotto il sedile e non ci fu verso di trovarlo.
Quando arrivai davanti a casa, vidi l’auto di Silvia sul vialetto e le luci accese. Avrei potuto entrare normalmente, chiamarla, farmi sentire. Invece qualcosa — un presentimento, o forse soltanto la somma di tutte le ombre accumulate nei giorni precedenti — mi spinse a lasciare la macchina in strada e a entrare dalla porta di servizio. Appena dentro, mi colpì la musica: troppo alta, troppo diffusa per le abitudini di Silvia, che di solito preferiva le cuffie e il silenzio. Poi vidi la porta del bagno socchiusa e, sul pavimento, abiti sportivi maschili lasciati alla rinfusa. Restai immobile. La doccia era accesa, il vapore usciva dalla fessura della porta e riempiva il corridoio di un’umidità calda, irreale. Mi avvicinai senza fare rumore. Dietro il vetro opaco intravidi la sagoma di Silvia e, poco dopo, un’altra presenza. Non vidi abbastanza da poter nominare ciò che stava accadendo, ma abbastanza da non potermi più mentire. Vapore, una mano appoggiata al vetro, poi un’altra più grande, subito sopra. Sospiri, movimenti modulati dal suono dell’acqua che cade su dei corpi. La sagoma del suo volto, dietro di lei un corpo possente, oscuro.
Mi nascosi d’istinto, con il cuore che batteva così forte da sembrarmi impossibile che non lo sentissero. Dentro di me si scontravano emozioni incompatibili: l’umiliazione, la gelosia, la rabbia, ma anche una forma di attrazione oscura che mi fece vergognare di me stesso. Era la fantasia che avevo sfiorato tante volte, e proprio per questo la realtà mi apparve più crudele.
Attesi che la doccia si spegnesse, poi mi rifugiai nello sgabuzzino trattenendo il respiro. Quando uscii, il bagno era vuoto. Alcune gocce d’acqua segnavano il pavimento e salivano verso le scale. Le seguii come se fossero briciole lasciate apposta per me. Portavano al primo piano, alla nostra camera. La stessa stanza in cui fino a poche ore prima avevo creduto di poter ancora riconoscere il nostro matrimonio.
Mi avvicinai alla porta senza entrare. Sentii la voce dell’uomo, una frase pronunciata con tono di scherno, e il mio nome trasformato in una condizione. Silvia rispose, ma la sua voce si perse sotto la musica e il rumore del sangue che mi martellava nelle orecchie. Mi affacciai appena, abbastanza da capire che erano nella nostra stanza, davanti alle nostre fotografie. Non restai a lungo. Non avevo il coraggio di guardare davvero, eppure non riuscivo neppure ad andarmene.
Rimasi sulla soglia di quella scena come un intruso in casa mia. Ogni suono mi raggiungeva amplificato: una risata, un respiro più forte, il cigolio del letto. Vedevo solo fotogrammi di un lungometraggio: corpi sudati, uniti, muscoli tesi, piedi puntati a terra, altri a mezz’aria, mani ingorde. La mia mente riempiva ogni vuoto con immagini peggiori di qualunque certezza. Fu allora che notai le fedi nel cestino sul comò. La mia e la sua, una accanto all’altra, fuori posto eppure perfettamente coerenti con tutto ciò che stava accadendo.
Non so quanto tempo rimasi lì. Potevano essere minuti o un’eternità. Il mio corpo reagiva in un modo che la mia mente rifiutava, e quella contraddizione mi spezzava più del tradimento stesso. Mi sentivo spettatore, vittima e complice di una cosa che avevo desiderato solo finché era rimasta chiusa nell’immaginazione. Nella realtà, invece, tutto aveva un peso: il letto, le fotografie, le fedi, la voce di Silvia, il fatto che lei non sapesse che io ero lì. Magari era la prima volta, forse la centesima, non aveva importanza perché stava accadendo veramente, a pochi metri da me, e la cosa mi sconvolse.
Alla fine, scappai. Non per dignità, non per coraggio, ma perché restare ancora avrebbe significato ammettere qualcosa di me che non ero pronto a guardare. Uscii di casa come un ladro e mi ritrovai in macchina, senza sapere dove andare.
Guidai per quasi un’ora senza una meta precisa. Le strade scorrevano davanti ai fari, ma io non le vedevo davvero. Continuavo a chiedermi se quella fosse la prova che avevo cercato o la punizione per averla desiderata. Avevo immaginato mille volte Silvia con un altro uomo, ma nella mia fantasia io avevo sempre un ruolo, un permesso, una forma di controllo. Quella sera, invece, ero stato escluso. Non conoscevo l’altro, non sapevo da dove venisse, non sapevo da quanto tempo esistesse nella vita di mia moglie. La libertà che avevo creduto di poter dirigere mi era tornata addosso come una verità estranea e brutale.
Quando capii che era tempo di tornare, trovai il telefono e le mandai un messaggio prima di muovermi. Non volevo sorprenderla di nuovo, o forse non avevo più il coraggio di farlo.
Mi rispose quasi subito, dicendo che stava guardando la televisione e che mi aspettava per andare a letto. Dunque, lui se n’era andato. La casa, almeno in superficie, era tornata normale.
Rientrai cercando di simulare indifferenza, ma dentro di me tutto bruciava: rabbia, desiderio, vergogna, curiosità. Silvia era sul divano, in camicia da notte. Aveva il volto ancora arrossato e i capelli spettinati, piccoli dettagli che per chiunque altro sarebbero stati insignificanti e che per me, quella sera, erano prove.
«Sei stata in palestra?»
«No, alla fine ho deciso di andare a correre. le gambe mi fanno male: non correvo così forte da un sacco di tempo»
Lo disse con un sorriso leggero, forse innocente, forse no. Io non riuscii a capire se mi stesse mentendo, provocando o semplicemente raccontando la versione che aveva scelto per quella sera. Ma bruciava, perché io sapevo, e il desiderio di lei bussò alla porta.
Mi avvicinai e la baciai. Cercavo indizi nel suo respiro, nella sua pelle, nel modo in cui mi lasciava entrare nella sua distanza. Forse era tutto nella mia testa. O forse, da quella sera in poi, ogni gesto di Silvia avrebbe avuto per me un doppio fondo.
Abbassò lo sguardo, tra le mie gambe.
«Oh, vedo che sei contento di vedermi!»
Era una delle sue frasi abituali, detta con quel sorriso capace di rimettere in ordine il mondo. Quella volta, però, il mondo non tornò al suo posto.
Quella notte tra noi accadde qualcosa che non saprei chiamare riconciliazione. Fu piuttosto un modo disperato di attraversare il silenzio, di misurare quanto fossimo ancora vicini e quanto, invece, fossimo già altrove. Silvia sembrava percepire la mia inquietudine e, invece di negarla, cominciò a giocarci. Mi parlò di un incontro durante la corsa, di un ragazzo conosciuto al parco, di una possibilità che poteva essere vera o inventata.
«L’ho inviato a casa. Abbiamo fatto la doccia insieme»
Mi sembrava id rivivere la scena di poco prima, ma con i sottotitoli. Baciavo, accarezzavo il suo corpo alla ricerca di prove.
«Continua. Poi cosa è successo?»
«Poi siamo andati a letto. Lui non ha perso tempo: mi sono messa a quattro zampe e lui mi ha presa di dietro»
«Un privilegio solo per i tuoi amanti»
«Già»
Proseguì snocciolando dettagli, mentre lo facevamo. Ogni frase era calibrata per lasciarmi sospeso. Io ascoltavo e non sapevo se desiderare una confessione o temerla. La verità, in quella stanza, non era più un fatto: era diventata uno strumento.
Più tardi, quando il buio si fece più quieto, le chiesi:
«Quello che mi hai raccontato prima, era vero o te lo sei inventato?»
Silvia rimase girata dall’altra parte. La sua risposta fu una domanda: «Se fosse tutto vero, che cosa faresti?»
«Vorrei esserne parte, anche solo vedere»
«E se mi fossi inventato tutto?»
«Mi piacerebbe che diventasse reale»
Si girò e mi guardò negli occhi
«Ti amo»
Le scostai i capelli dal viso e la baciai. Non sapevo se quella frase fosse una promessa, una scusa o una richiesta di perdono. Sapevo solo che il nostro rapporto aveva superato un confine. Silvia, in qualche modo, stava iniziando a fondere le sue ombre con le mie fantasie, e io non riuscivo più a distinguere dove finisse il desiderio e dove cominciasse la ferita.
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