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Lui & Lei

Fino al prossimo incontro


di Membro VIP di Annunci69.it Impalatore74
25.10.2026    |    1.228    |    4 9.6
"La guardai come si guarda una donna che, per un breve momento, ti ha concesso l’apparenza di essere speciale..."
La chiamata arrivò all’improvviso, nel mezzo di un pomeriggio qualunque.
«Sono tornata in città la settimana scorsa», disse. La voce era la stessa di sempre, calma, con quella leggera incertezza che usava solo con me. «Ti dispiace se… voglio rivederti. Ci prendiamo un caffè insieme?»
Accettai. La invitai a casa. Dissi che non c’era nessun secondo fine, e in parte era vero. Volevo solo rivederla. Il resto, se fosse successo, sarebbe venuto da solo.
Arrivò con un leggero ritardo. Indossava una tuta semplice, grigia, eppure riusciva comunque a sembrare elegante. L’ultima volta che l’avevo vista era nuda, in ginocchio, con le mani sulle cosce e gli occhi chiusi, esattamente come le avevo ordinato. Quella memoria restò sospesa tra noi mentre si toglieva le scarpe sull’ingresso.
Mi salutò con un abbraccio breve, quasi da vecchi amici. Preparai il caffè. Ci sedemmo al tavolo della cucina e cominciammo a parlare come sempre: del lavoro, del marito, dei figli, di quanto fosse strano ritrovarsi dopo mesi. Scherzavamo. Ridevamo di cose piccole. Era lo stesso tono di sempre, quello che usavamo per fingere che tra noi ci fosse solo un’amicizia un po’ troppo intima.
Poi ci spostammo sul divano.
Continuammo a chiacchierare ancora una decina di minuti. I corpi, però, avevano già deciso altro. Si avvicinavano da soli. Una ginocchio che sfiorava l’altro, una mano che restava un secondo di troppo su un braccio. Non servivano parole. Ci guardammo. Io le misi la mano dietro la nuca, le dita tra i capelli, e la baciai.
Il bacio durò a lungo. Non fu dolce. Fu pieno di mesi di distanza e di tutto quello che non ci eravamo detti. La presi per la testa e approfondii. Lei rispose subito, aprendo la bocca, stringendomi la maglietta. Le infilai la mano dentro i pantaloni della tuta. Non portava niente sotto. Era già fradicia. Quando le dita trovarono il clitoride lo sentii duro, gonfio, sensibile. Un piccolo brivido le attraversò le cosce.
Avevamo fame l’uno dell’altra e si sentiva in ogni respiro.
La spogliai lì, sul divano, senza fretta. Poi la presi in braccio e la portai in camera. La stesi sul letto e mi misi sopra di lei. Sapevo che le dava un particolare fastidio — o forse un particolare piacere — essere scopata mentre la guardavo dritto negli occhi. Ed era proprio per quello che lo facevo. Mi eccitava vederla cercare di sottrarsi allo sguardo e non riuscirci.
Entrai in lei con un movimento lento e profondo. Restai fermo un attimo, sentendola calda e stretta intorno a me. Poi cominciai a muovermi. I colpi aumentavano di intensità e poi diminuivano senza preavviso. Non le davo un ritmo costante. Quando sentivo che stava per lasciarsi andare rallentavo, quasi mi fermavo, e la lasciavo sospesa. Volevo farla attendere. Volevo vederla chiedere con il corpo quello che non avrebbe mai chiesto a parole.
Alla fine venne.
Amavo vederla venire. Amavo il modo in cui le gambe le tremavano e lei cercava di chiuderle. Amavo vederla mordersi il labbro inferiore per non urlare. Invece di fermarmi le strofinai il clitoride con il pollice, con pressione costante, prolungandole l’orgasmo finché non tremò davvero, come se avesse freddo. Ansimava a bocca aperta, gli occhi socchiusi, il viso arrossato.
In quei momenti la consideravo la mia tela bianca. Amavo pensare che solo con me potesse togliere la maschera che tutti portiamo e mostrarsi esattamente per quella che era. Ma sapevo anche che le maschere non cadono mai del tutto. Ne resta sempre un pezzo.
La girai a pancia in giù. La presi da dietro con colpi profondi, regolari, quelli che sapevo le piacevano di più. Nessuno dei due parlò. Solo il suono della pelle che batteva contro la pelle, i respiri corti, qualche mugolio basso quando toccavo il punto giusto. Continuai così a lungo, tenendola per i fianchi, guardando la curva della sua schiena.
Quando non riuscii più a trattenermi la girai di nuovo e le venni sul viso.
Lei chiuse gli occhi e accettò tutto. La guardai come si guarda una donna che, per un breve momento, ti ha concesso l’apparenza di essere speciale. Poi mi chinai e la baciai, assaporando anche quello che le avevo lasciato addosso.
Restammo fermi qualche minuto, senza parlare.
Poi ci alzammo e ci rivestimmo in silenzio. Lei riprese la tuta, io i pantaloni. Uscimmo di casa insieme. Sull’uscio ci demmo un ultimo bacio, breve questa volta. Salimmo ciascuno nella propria auto e partimmo in direzioni diverse.
Fino al prossimo incontro.
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