Lui & Lei
Timida e docile - Una madre trasformata
10.06.2026 |
225 |
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"Una mano sulla mia schiena mentre uscivamo dal ristorante, la pressione decisa, possessiva..."
Mi chiamo Alessandra. Ho quarant'anni, lavoro come responsabile risorse umane in una grande azienda a Milano. La vita è ordinaria, prevedibile, controllata.Mia figlia Sofia ha diciotto anni. È timida, seria, ancora legata a me. Studia Lettere, vive con me. Io e suo padre ci siamo lasciati quando aveva dieci anni. Lui si è risposato. Io ho continuato. Con Sofia. Per anni è stato così.
Ho deciso di non avere nessuna relazione, per non tradire mia figlia. Lo so, è strano pensare una cosa del genere, ma nella mia testa frequentarmi con un uomo potrebbe allontanarmi da Sofia, anche se ho amiche che mi dicono sempre che dovrei smetterla di pensare in questo modo ed essere più egoista, meritarmi anche io un uomo, ricevere attenzioni ed essere felice.
Ma negli ultimi anni, la solitudine è diventata pesante. Non solo il corpo. È il sentimento di non essere desiderata davvero. Di non importare veramente a nessuno. Però è una scelta, e Sofia è tutto per me.
A quarant'anni, realizzi che la finestra sta iniziando a chiudersi.
Poi all'improvviso è arrivato Marco.
Lo incontrai in un bar nel centro di Milano. Un martedì pomeriggio, verso le quattro. Avevo appena finito di lavorare e avevo bisogno di staccare un po', di sedermi da sola con i miei pensieri.
Entrai da Giordano, il bar vicino al Duomo. Ordinai un caffè e un pasticcino uno di quei cornetti ricchi di crema che ti sporchi le dita e mi sedetti a un tavolo angolato, dove potevo guardare fuori senza che nessuno mi guardasse troppo.
Lui arrivò poco dopo. Si sedette al tavolo accanto al mio e ordinò un negroni. Un negroni alle quattro del pomeriggio. Me lo ricordo perché il barista alzò un sopracciglio, e io notai.
Non dissi nulla. Continuai a mordere il mio pasticcino, cercando di non pensare a nulla di importante. Distratta come sono, mi macchiai. Una briciola di crema sulla guancia, il ripieno sul mento. Maledetto pasticcino. Mi sentii ridicola.
Lui mi guardò, sorrise e mi porse dei fazzoletti. Senza dire nulla, solo sorridendo.
"Ah... grazie," dissi, e arrossii imbarazzata come una quindicenne, pulendomi il viso.
"È un piacere poter aiutare una bella donna," disse.
Arrossii come un peperone.
La verità è che non ero abituata. Non ricevevo molti complimenti, e quando li ricevevo non sapevo mai come comportarmi. Mi sentivo osservata, esposta.
Lui sorrise leggermente e si alzò. "Posso?" disse, indicando la sedia al mio tavolo.
Ero ancora immersa nei miei pensieri, un po' stordita dal suo gesto gentile. "Sì... certo," dissi.
Si alzò, prese il suo negroni e si sedette di fronte a me. Senza chiedere scusa, senza fare storie.
"Che cosa fai nella vita?" chiese, come se fosse la domanda più naturale del mondo.
"Io... lavoro in un'agenzia creativa. Project manager," dissi. "Gestisco progetti, riunioni... il solito, insomma."
"Sembra interessante," disse.
Poi iniziammo a parlare del più e del meno. Lui mi raccontò del suo lavoro — analista finanziario, una banca grossa in centro, non gli piaceva molto. Io del mio — i clienti difficili, gli stress, le scadenze sempre troppo strette. Parlammo di Milano, del traffico, di quanto fosse difficile trovare un bar decente dove poter stare in pace. Cose comuni. Cose che non significano nulla, ma che riempiono il silenzio.
Poi mi chiese se fossi impegnata, e feci cenno con la testa. Era interessato ad approfondire con me? pensai. Troppi pensieri per la testa.
"E tu?" chiesi.
"Solo soletto," rispose.
Io rispondevo imbarazzata, timida. Non ero abituata a stare seduta davanti a uno sconosciuto che mi guardava così, che ascoltava davvero quello che dicevo senza controllare il telefono. Mi sentivo vulnerabile.
Dopo quasi un'ora, quando il mio caffè era ormai freddo e il suo negroni ridotto a un'acquetta scura con ghiaccio, disse:
"Sembri simpatica. Mi piacerebbe avere il tuo numero."
Strano modo di approcciarsi. Sicuro. Deciso.
Io esitai. Non uscivo con nessuno da anni. Dopo che mio marito se n'era andato, avevo deciso che non era giusto. Per Sofia.
Ma in quel momento, mi piacque l'idea che qualcuno volesse il mio numero.
La voce mi tremava un po'. Gli dettai il mio numero e lui mi fece uno squillo per salvarsi il mio. Marco.
Ci salutammo dopo, quando capimmo che non c'era altro da dire. Un "ciao" neutro. Un sorriso.
Lui si alzò e andò via.
Io rimasi seduta ancora un po', col telefono in mano e il cuore che batteva più veloce del normale.
Mi contattò il giovedì.
"Ciao Alessandra sono Marco. Cena domani sera? Ti andrebbe?"
Restai sorpresa. Non mi aspettavo veramente un suo messaggio. Poi così diretto, cena domani sera? Come se ci conoscessimo da una vita. Sta correndo troppo, pensai, ed era uno sconosciuto alla fine.
Però l'idea che qualcuno mi avesse invitata ad uscire mi piaceva, dopo tanto tempo.
Non dissi subito sì. Pensai a Sofia. Pensai a cosa avrebbe pensato. Ma lei non avrebbe saputo nulla.
Potrei andare senza dare spiegazioni, pensai.
Dissi sì.
"Perfetto," rispose. Mi mandò una posizione di un parcheggio dove incontrarci.
"Va bene," risposi senza fare troppe domande.
Per tutto il venerdì rimasi nervosa.
La sera, quando Sofia era nella sua stanza, andai in camera mia e guardai i vestiti. Non uscivo da tanto. Cosa indossano le donne quando escono con uomini?
Scelsi un vestito nero, semplice, che conoscevo bene. Non troppo sexy. Non troppo pudico.
Mi truccai. Poco. Ombretto scuro, mascara, un rossetto che era il mio colore. Mi guardai nello specchio. Mi piacque. Sembravo me stessa, ma meglio.
Lo smalto. Rosso. Avevo le unghie corte, ma era il mio colore preferito. Lo misi lentamente, con cura.
L'intimo. Questo era il problema. Se uscivo solo a cena, dovevo indossare intimo normale. Ma io pensavo a lui. A come mi aveva guardato al bar. Scelsi il reggiseno nero. Poi le mutandine. Mi domandavo se avrebbe visto il mio intimo. Mi domandavo se era sbagliato sperarlo.
Scelsi le mutandine nere, semplici. Poi le cambiai. Poi le cambiai di nuovo. Alla fine, misi quelle che mi facevano sentire bene.
I tacchi neri. Alti. Non li indossavo da mesi.
Quando uscii dalla camera, Sofia era nel soggiorno.
"Dove vai?" chiese.
"Fuori. Una cena di lavoro," dissi.
Lei mi guardò. Io non mentivo bene.
"A che ora torni?" chiese, lentamente.
"Non lo so," dissi, forse troppo velocemente.
"Sono con delle colleghe di lavoro," rassicurai.
Lei non disse nulla. Ma vidi il dubbio nei suoi occhi.
"Okay," disse, voltandosi verso il televisore.
Lo raggiunsi al parcheggio come avevamo concordato.
La sua auto era nera, ordinata. Salii. Il suo profumo era lo stesso del bar.
"Ciao," disse, sorridendo.
"Ciao," dissi, un po' imbarazzata.
Lui mise la mano sulla mia coscia mentre guidava. Niente di più. Ma bastava.
Sentii il calore della sua mano attraverso il tessuto del vestito.
La sua mano salì leggermente, le dita che si muovevano appena sopra il tessuto, seguendo la curva della mia gamba.
Io rimasi completamente immobile, il respiro trattenuto, consapevole di ogni millimetro di contatto.
Andammo a un ristorante che non conoscevo. Piccolo, intimo. Lui aveva prenotato.
Durante la cena, il nostro sguardo si incrociò più volte. Lui beveva vino rosso. Io lo osservavo mentre beveva, il modo in cui le sue labbra toccavano il bicchiere, il suo pomo d'Adamo che si muoveva quando inghiottiva.
"Sei nervosa?" chiese.
"Un po'," ammisi.
"Mica ti mangio," disse.
Sorrisi.
Io non sapevo cosa rispondere. Allargai leggermente il petto quando respirai. Mi accorsi che lui lo notò. I suoi occhi scesero al mio seno, alle linee della mia scollatura.
Quando arrivò il dolce, i nostri piedi si toccavano sotto il tavolo. Non era un incidente. Lui stava giocando. Premeva il suo piede contro il mio, il movimento lento, consapevole. Io spostai il piede leggermente indietro, e lui sorrise. Sapeva che lo volevo.
Dissi: "Dovremmo andare."
Lui pagò il conto. Una mano sulla mia schiena mentre uscivamo dal ristorante, la pressione decisa, possessiva.
Tornammo nel parcheggio dove avevo lasciato la mia macchina e lui scese per aprirmi la portiera.
Scesi e lui mi baciò prima ancora che potessi dire qualcosa.
Non me lo aspettavo.
Mi piaceva.
Mi eccitava da morire.
Mi spingeva contro la sua auto, il metallo freddo contro la mia schiena.
La sua bocca sulla mia, la lingua che esplorava, invadeva.
Era improvvisamente tutto quello che volevo.
Le mie mani sul suo viso, sulla sua camicia, stringevano il tessuto.
La sua mano nei miei capelli.
Tirava leggermente, abbastanza da farmi inclinare la testa all'indietro, il mio collo esposto a lui.
"Ti voglio," sussurrò contro le mie labbra, il suo respiro caldo, veloce.
Io tremavo.
Sentii il mio corpo reagire, il calore che saliva dal mio ventre.
Tra le mie gambe, era tutto bagnato.
Potevo sentirlo attraverso le mutandine.
Lui tolse i miei tacchi uno alla volta.
Le sue mani forti che li slacciavano, li toglievano.
Io rimasi in piedi in calze nere.
Mi sentii più piccola, più vulnerabile senza i tacchi, ma anche più eccitata.
Salì con la mano sopra il vestito.
Tra le mie gambe.
Io dissi "no" istintivamente.
Pensai a Sofia che mi aspettava a casa.
Pensai che era sbagliato.
Lui continuò a toccarmi, la mano che premeva contro il tessuto.
Poteva sentire il calore, l'umidità.
Io lo sentivo toccarmi attraverso il tessuto, il dito che trovava il punto esatto.
Il mio corpo rispose istintivamente, un gemito involontario che uscì.
Io allargai leggermente le gambe.
Lui sorrise contro il mio collo, il suo respiro che si faceva più profondo.
Scese, spostò le mie mutandine delicatamente.
Il tessuto scivolò via, e io rimasi esposta, il freddo dell'aria della sera contro la mia pelle umida.
Infilò un dito dentro.
Solo uno.
Il dito che entrava lentamente, esplorando, sentendo il mio calore, i miei umori.
Io gemetti.
Non potevo controllarmi.
Il suono uscì da me involontario, completamente involontario.
"Guarda come sei bagnata," disse, sorridendo contro il mio collo.
Il suo dito si muoveva dentro di me, sempre più velocemente, e io potevo sentire il liquido che scorreva su di esso, sulla mia pelle.
Era una sensazione che non avevo provato in anni, la vergogna e l'eccitazione mescolate.
Io ero troppo eccitata, completamente imbarazzata, completamente sua.
"Andiamo dietro," suggerì, il suo dito che continuava il movimento dentro di me.
"No," dissi subito, il respiro affannoso.
"C'è mia figlia che mi aspetta."
Lui inserì un altro dito dentro di me.
Due dita, il movimento che diventava più profondo.
Io gemetti di nuovo, questa volta un po' più forte.
La mia mano si aggrappò al suo braccio.
Potevo sentire il muscolo che si contraeva sotto la mia pressione.
"Andiamo," ordinò.
Io non dissi nulla questa volta.
Ci spostammo dietro l'auto, nel sedile posteriore che era buio.
Il sedile era ampio, di pelle scura.
Lui chiuse la porta dietro di noi, il suono che echeggiava nello spazio ristretto.
## Nel sedile posteriore
Lui mi baciò ancora, il bacio che era più brutale di prima, più invasivo.
La lingua che mi penetrava la bocca, le sue mani che mi toccavano il viso, il collo, il seno.
Mi girò con forza.
Le sue dita tracciavano il contorno della mia figa bagnata, aprivano le mie gambe.
Ero completamente bagnata.
Mi strappò le calze per sentire la mia pelle.
Le sfilò dalle gambe.
Il mio corpo che rispondeva a lui istintivamente.
Sollevò un mio piede.
Lo baciò sulla caviglia, il suo bacio che saliva lungo il mio stinco, verso l'interno della mia gamba.
Poi baciò il mio smalto rosso, il suo labbro che toccava delicatamente le mie dita leccandole.
"Mi piace il colore," sussurrò, il suo bacio che continuava a salire.
Sollevò l'altro piede, lo allargò ancora di più, esponendomi completamente a lui.
Nel buio dell'auto, potevo appena vederlo, ma potevo sentire lo sguardo che mi passava addosso.
Mi infilò due dita dentro di me.
Il movimento era deciso, profondo.
Due dita che entravano completamente, il palmo della mano che premeva contro il mio clitoride gonfio.
Non potevo smettere di gemere.
Il suono riempiva l'auto, il mio respiro che diventava sempre più affannoso.
Prese il dito bagnato dal mio sesso, lo sollevò lentamente, e me lo mise in bocca.
Io assaporai me stessa su di lui.
Era terribile e straordinario.
Il gusto salato, umano, primitivo.
Io succhiai il suo dito, la mia lingua che si muoveva intorno ad esso.
"Quanto mi ecciti," sussurrò, osservandomi mentre gustavo il mio sesso su di lui.
Mi prese e mi girò con forza.
Mi mise a pecorina.
Nel buio, riuscivo appena a vederlo, ma potevo sentirlo dietro di me, il suo corpo grande, dominante.
"Vuoi sentirlo dentro?" chiese, le sue mani che toccavano la mia vagina, che mi aprivano ulteriormente.
Non potevo dire di no.
Non volevo dire di no.
La parte di me che pensava a Sofia, alla responsabilità, era stata silenziata completamente dal desiderio.
Lui si posizionò dietro di me.
Era violento, aggressivo.
Il suo cazzo che entrava dentro di me con una spinta forte.
Io sobbalzai dal piacere, dal dolore, dalla sorpresa.
Il sedile si muoveva sotto di noi.
"Marco," gemetti il suo nome, il suono che era quasi un pianto.
Lui si muoveva, i colpi che erano forti, profondo, che mi riempivano completamente.
Le sue mani afferrarono il mio viso, poi mi prese per i capelli.
Mi tirava indietro, la mia testa che si inclinava all'indietro, il mio collo esposto.
Poi mi schiacciò contro il vetro della finestra, il mio viso che toccava il vetro freddo, umido dal nostro respiro.
Mi faceva male, però mi eccitava.
Riuscivo a respirare a malapena in quella posizione.
Il dolore dei capelli tirati, il mio viso contro il vetro freddo, completamente persa nel piacere.
Stavo godendo troppo.
Potevo sentire la macchina che passava fuori, le luci che illuminavano brevemente l'interno.
Poteva vedermi qualcuno?
La paura, l'eccitazione, tutto si mescolava.
Mi diede uno schiaffo sul culo.
Io gemetti, il dolore e il piacere mescolati.
Il colpo era forte, deciso, e il mio corpo reagì istintivamente, contraendosi intorno a lui.
Poteva sentire il mio orgasmo che iniziava, il piacere che ondeggiava attraverso di me.
"Aaaaah," gemetti.
Lui diede un altro colpo.
Il dolore acuto, il calore che si diffondeva sulla mia pelle.
Io gemetti più forte, il suono che riempiva l'auto.
Dopo pochi minuti, lui iniziò a gemere anche lui, il suo respiro che diventava sempre più affannato, incontrollabile.
Sfilò il suo cazzo dalla figa e mi girò con forza.
"Guardami," ordinò.
Io lo guardai nel buio.
I suoi occhi erano scuri, pieni di desiderio, di controllo.
Mi mise il cazzo in bocca.
Era grande, caldo, completamente duro.
Lui spingeva avanti, le ultime spinte forti, il suo corpo che si tendeva.
Lo sapevo che stava per venire.
Iniziava ad affondare sempre di più e lo sentivo in gola.
Mi stava affogando, feci per allontanarlo e toglierlo dalla bocca, ma trovai le sue mani nei capelli per tenermi salda al suo cazzo.
"Aaaaaahhh."
Sborra calda che mi scorreva su tutta la gola.
Abbondante, calda.
Io provai un conato di vomito, il riflesso istintivo, ma cercai di ingoiare la maggior parte di essa, ma un po' mi scorreva dal mento e dai lati della mia bocca.
Non me lo aspettavo.
Il sapore, la quantità, la forza della sua eiaculazione.
Era tutto nuovo, e non l'avevo mai preso in bocca in questo modo, neanche a mio marito.
Lui prese delle salviettine dal cruscotto, ancora affannato, ancora eccitato.
Mi pulì il viso.
Mi baciò sulla bocca, il suo bacio che era profondo, possessivo, come se volesse marcarmi.
Ci salutammo, e scesi dalla sua macchina.
Rimasi lì, nel sedile della mia auto, vestito, i capelli arruffati, il viso bagnato dalla sua sborra, completamente bagnata dei miei umori e dei suoi.
Mi sentii trasformata, marchiata da lui, e non importava.
Mi aveva scopata così forte e fatto provare delle sensazioni mai provate nella mia vita.
Ero sua.
Tornai a casa un'ora dopo.
Sofia dormiva sul divano.
Io andai in bagno. I miei vestiti erano sporchi di sborra. I miei umori scorrevano ancora tra le mie gambe, il sentimento di lui che era ancora dentro di me.
Non mi cambiai subito.
Rimasi lì per alcuni minuti, al buio del bagno, a pensare a quello che era appena accaduto.
Vidi il mio riflesso nello specchio.
I miei capelli scombinati.
Il mio viso era arrossato.
Potevo ancora sentire il gusto di lui sulla mia lingua.
Avevo dei lividi sul corpo.
Mi toccai, la pelle ancora sensibile.
Ero eccitata, imbarazzata, spaventata.
Ero anche completamente, interamente sua.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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