Lui & Lei
Timida e docile- Una madre trasformata PARTE2
10.06.2026 |
211 |
1
"Alessandra era nervosa, vedevo come le sue mani tremavano leggermente mentre preparava la cena..."
Mi chiamo Marco. Ho trentun anni, lavoro come analista finanziario. La vita è ordinaria, prevedibile, fino a quando non incontri qualcuno che cambia tutto.L'ho vista al bar e ho saputo subito che la volevo.
Non era come le altre donne. C'era qualcosa in lei, una timidezza, una chiusura che era eccitante. Una donna di quarant'anni che non sapeva più come essere desiderata. Una donna che aveva costruito intorno a sé un muro di responsabilità e serietà.
Mi piaceva l'idea di demolire quel muro.
Quando l'ho scopata nel sedile posteriore della mia auto, ho capito che avevo ragione. Era timida, imbarazzata, ma sotto era una troia che aveva solo bisogno di essere scoperta e desiderata. Il suo corpo rispondeva a tutto quello che facevo. Il modo in cui gemeva il mio nome. Il modo in cui si apriva per me. Era perfetto.
Ma non potevo dirle subito. Dovevo farle credere di non essere disperato.
Aspettai due giorni.
Le scrissi il giovedì pomeriggio.
"Ciao Alessandra, come stai?"
Lei mi rispose subito. Io fingevo di essere occupato, di controllare il telefono solo occasionalmente. In realtà, stavo aspettando ogni suo messaggio.
"Ciao Marco. Sì, bene. È stata una... serata particolare," scrisse.
Io sapevo quello che significava. Pensava ancora a quello che avevamo fatto, e l'idea la eccitava.
"Mi è piaciuto," scrissi.
"Anche a me," rispose dopo qualche minuto. "Più di quanto pensi."
"Perché?" scrissi.
Lei non rispose subito. Quando finalmente lo fece, disse: "Perché è da tanto che non mi sento così. Da quando mio marito se n'è andato, non mi ero sentita desiderata. Tu mi hai fatto sentire... viva."
Io sorridevo mentre leggevo. Era completamente mia. Dovevo solo farle capire che quello che era successo non era stato un incidente.
"Ti andrebbe di vederci di nuovo?" scrissi.
"Non so. Dovrei. È complicato," rispose.
"Cos'è complicato?" chiesi, sapendo perfettamente cosa fosse complicato.
"Mia figlia. Il senso di colpa. Non so se posso permettermi di..."
"Ti piacerebbe?" l'interruppi.
C'era una lunga pausa. Poi rispose: "Sì."
"Allora vediamoci."
"Sabato sera. Facciamo una passeggiata in riva al mare se ti va."
Lei resistette per un po'. Dissi le solite cose su Sofia, sul senso di colpa, sulla responsabilità. Poi disse: "Sabato Sofia va al cinema con una sua amica. Posso dirle che vado a fare una camminata."
"Perfetto," scrissi.
Io già sapevo che avrebbe detto sì.
Sapevo che non avrebbe potuto rifiutarsi.
Una volta che assaggi il piacere vero, non puoi più tornare indietro.
Sabato arrivò veloce.
Arrivai prima, per il parcheggio. Quando lei uscì dalla sua auto, indossava un vestito leggero, semplice. Niente trucco pesante. I capelli sciolti. Voleva sembrare come se fosse una semplice passeggiata.
Non mi ingannava. Era eccitata, lo sapevo. La vedevo nel modo in cui camminava, nel modo in cui respirava.
"Ciao Alessandra," dissi, baciandola sulla guancia.
"Ciao," sussurrò, gli occhi bassi.
Andammo a mangiare una pizza in riva al mare. Ci sedemmo al tavolo, e io iniziai a giocare subito.
Durante la cena, le parlai di lavoro, di cose normali.
Quando parlava, la guardavo in un modo che lei capiva. Uno sguardo che diceva: "So cosa pensi. So quello che vuoi."
"Quindi? non volevi piu venire qui" chiesi, il mio piede che toccava il suo sotto il tavolo.
"Nono... è che Sofia... non posso pensare a me stessa," disse, il viso che diventava rosso.
"Certo che volevo rivederti... non fraintendere."
"Ma sei felice? sei stata bene l'altra volta?," dissi, non una domanda.
"Sì," ammise, il respiro che diventava più profondo.
Durante la cena, continuai a toccarla. Una mano sulla sua coscia sotto il tavolo. Il dito che tracciava il contorno della sua gamba. Lei tremava leggermente, cercava di concentrarsi sul cibo, ma io sapevo che non poteva pensare a nulla se non a quello che la stavo facendo.
Alla fine della cena, misi la mano direttamente tra le sue gambe, sopra il tessuto del vestito. Lei gemette leggermente, il suono che era quasi impercettibile.
"Voglio scoparti," sussurrai.
Lei arrossì timida... non disse nulla ma leggevo il sorriso sotto quell'imbarazzo.
Pagammo il conto e iniziammo a camminare sulla spiaggia.
Era di sera, le ultime luci del tramonto che illuminavano il cielo. C'era poca gente, soprattutto coppie che camminavano lontano da noi.
Ci toglievamo le scarpe. Lei portava sandali, li tolse e li tenne in mano. Io feci lo stesso con le mie scarpe.
Mentre camminavamo sulla sabbia, potevo sentire la sua eccitazione. Il modo in cui camminava vicino a me. Il modo in cui cercava il contatto fisico. Una mano che toccava il mio braccio. Un corpo che si sfiorava al mio mentre camminavamo.
Lei era eccitata. Voleva essere scopata.
Ma sapevo che non potevamo semplicemente fermarci sulla spiaggia. C'era gente in giro. Cercai un posto più tranquillo, lontano da tutti.
Vidi degli scogli grandi, un po' nascosti, non troppo.
"Andiamo laggiù," dissi, indicandoli.
"Perché?" chiese, anche se sapeva perfettamente perché.
"Così per vedere cosa c'è" dissi, mentendo deliberatamente.
Sapeva benissimo il perchè.
Camminavamo verso gli scogli, parlando di cose normali. Del meteo. Del mare. Del lavoro. Ma il tono era carico di significato. Lei capiva quello che stava per accadere.
Quando arrivammo, ci sedemmo su uno dei grandi scogli. Aveva una vista sulla spiaggia, ma era abbastanza isolato che nessuno poteva vederci chiaramente.
Lei era seduta accanto a me, il corpo teso, in attesa.
Io non dissi nulla. Semplicemente, la baciai.
Non me lo fece ripetere due volte. Le sue labbra risposero subito al mio bacio, la sua lingua che mi cercava. Lei mi abbracciò, le sue mani che si aggrappavano a me come se avesse paura che io potessi andarmene.
Cominciai a spogliarla lentamente. Il vestito leggero scivolo via facilmente. Rimase in reggiseno e mutandine.
"No, ci vedono qui," sussurrò, imbarazzata, cercando di coprir il suo corpo.
"Non ci vede nessuno," dissi, continuando a spogliarla.
Le tolsi il reggiseno. I suoi seni erano, delicati, bellissimi. Le tolsi le mutandine, gettandole da parte. Rimase nuda davanti a me, sulla roccia dura, esposta al vento, al cielo, al mare.
"Sei bellissima," dissi.
Lei gemette quando toccai il suo corpo. Le mani che esploravano ogni parte di lei.
Le dita che toccavano il suo clitoride, e lei si muoveva sotto di me.
Poi la misi a pecora sulla roccia. Il suo corpo che era esposto al mare, a chiunque potesse guardare. La sua figa che era completamente bagnata, rossa, gonfia dal desiderio.
Entrai dentro di lei brutalmente. Lei gridò, il suono che riecheggiò sulla roccia.
Mi mossi velocemente, forti colpi, il mio corpo che premeva contro il suo.
"mmmmmmmm Marco," gemette, il suo corpo che rispondeva a ogni colpo.
Le diedi uno schiaffo sul culo, lei urlò dal dolore e dal piacere.
Continuai a scoparla. Veloce, duro, senza pietà.
Le mie mani sulla sua schiena. Tiravo i suoi capelli. Lei gemeva a ogni movimento, completamente persa nel piacere.
Dopo alcuni minuti, la girai. Le aprii le gambe e mi posizionai sopra di lei, a missionario. La presi per la gola, forte.
"Guardami," ordinai.
Lei mi guardò, gli occhi pieni di desiderio, di sottomissione, di eccitazione.
La baciai, la mia lingua nella sua bocca, mentre continuavo a scoparla. Lei mi baciò indietro con tanta disperazione, come se volesse ingoiarmi.
Potevo sentire che stava per venire. Il suo corpo che tremava sotto il mio, la sua figa che si stringeva intorno a me.
Io stavo per venire anche io.
Con le ultime spinte forti, raggiunsi l'orgasmo.
Le venni addosso. Lei accolse la mia sborra.
Alcuni spruzzi finirono sul suo seno, sulle sue costole e in faccia.
Lei non se lo aspettava. Il suo viso venne coperto di sborra. La bocca leggermente aperta, gli occhi che si serrarono per un momento, poi si riaprirono. Lei mi guardò, sorpresa, eccitata, imbarazzata.
Mi piaceva vederla così, sottomessa la troia.
Io pensai, è una donna timida, una madre responsabile, una moglie tradita e abbandonata, ma sotto tutta quella timidezza, c'è una vera maiala. Una donna che ha bisogno di essere scoperta, di essere presa, di essere marchiata.
E io l'avevo scoperta.
Lei mi piaceva per questo. Per il contrasto tra chi pensava di essere e chi era davvero quando era con me.
Ci ricomponemmo lentamente.
Lei si lavò il viso nel mare. Si asciugò, ancora imbarazzata, ancora eccitata.
Ci rimettemmo i vestiti. Poi ci baciammo ancora, un bacio lungo, profondo, che non era violento come gli altri, ma era pieno di qualcosa d'altro. Qualcosa che non capivo bene.
"Devo tornare," disse.
"Lo so," risposi.
Camminavamo sulla spiaggia verso l'auto, le mani intrecciate. Lei mi disse che non sapeva come avrebbe guardato Sofia in faccia. Io le dissi che era semplice che avrebbe dovuto sorridere, avrebbe finto, avrebbe continuato a vivere la sua vita ordinaria, ma concedersi qualche liberà come questa.
Quando arrivammo al parcheggio, ci baciammo un'ultima volta.
"Quando ti rivedo?" chiese.
"Presto," dissi.
Aveva provato il gusto, e come sapevo, non avrebbe potuto rifiutarsi.
Lei guidò verso casa, e io rimasi nel parcheggio, a fumare una sigaretta, a pensare a come avrei scopato di nuovo quella maiala.
Dopo alcuni appuntamenti, Alessandra mi disse che voleva che conoscessi Sofia.
"È importante per me," disse, il tono serio, vulnerabile.
Io sentii un allarme. Questo significava che per lei stava diventando qualcosa di più serio. Che non era solo sesso. Che lei mi voleva nella sua vita, davvero.
Non mi piacque l'idea. Le donne che si innamoravano diventavano complicazioni.
"Non so se sia una buona idea," dissi, cercando di sviare.
"Perché no?" chiese.
"Perché è tua figlia. Tra noi è una cosa privata."
"Tu non sei una cosa privata," disse. "Tu sei importante per me."
Continuò a insistere, fino a quando non cedetti.
"Okay," dissi, infine. "Ti conosco sabato sera."
Sabato arrivai a casa loro verso le otto.
La casa era ordinaria, borghese, pulita. Alessandra era nervosa, vedevo come le sue mani tremavano leggermente mentre preparava la cena.
Poi Sofia uscì dalla sua stanza.
Rimasi incantato.
Non me l'aspettavo. Alessandra mi aveva detto che aveva diciotto anni, che era timida, seria. Ma quello che vidi fu qualcosa di completamente diverso.
Sofia aveva un corpo straordinario. Magra, minuta, ma con curve perfette. Indossava un pigiama leggero, di cotone, che avrebbe dovuto nasconderla. Ma nascondeva tutto tranne quello che era importante.
Potevo vedere i capezzoli duri attraverso il tessuto. Due piccoli punti che sporgevano, rosa, eccitati. Mi domandavo se era eccitata per la mia presenza, o se era solo il freddo dell'aria.
I suoi occhi mi studiavano attentamente. Erano occhi intelligenti, curiosi, osservatori. Non era abituata a vedere uomini in casa, lo vedevo nel modo in cui respirava, nel modo in cui evitava il mio sguardo diretto.
"Ciao Sofia," dissi, sorridendo.
"Ciao," sussurrò, gli occhi che si abbassavano.
Durante la cena, la osservai. Il modo in cui mangiava, piccoli morsi, delicato. Il modo in cui ascoltava la conversazione senza partecipare. Il modo in cui evitava il mio sguardo ma continuava a guardarmi quando pensava che non la stessi osservando.
Era una ragazza timida, più della madre, e probabilemnte non aveva mai ricevuto l'attenzione di un uomo come me
La sera finì. Mangammo, parlammo di cose normali, Alessandra che cercava di fare conversazione, Sofia che rimase silenziosa per la maggior parte della serata.
Quando arrivò il momento di andare, baciai Alessandra sulla guancia, come un gentiluomo, come il ragazzo che lei voleva che fossi.
Salutai anche Sofia e andai via.
Una settimana dopo, ero di nuovo lì per cena.
Era diventato una abitudine. Ogni sabato. Alessandra che cucinava, io che visitavo, Sofia che rimaneva nella sua stanza per la maggior parte del tempo, poi usciva per mangiare con noi.
Questa volta, dopo cena, Alessandra propose di guardare un film.
Sofia disse: "Vado in camera, voi guardate pure."
Perfetto.
Appena Sofia si ritirò nella sua stanza, Alessandra si sedette accanto a me sul divano. Accendemmo il televisore, ma io sapevo che non avrei guardato il film perche me la volevo scopare, ero eccitato.
Misi una mano sulla sua coscia, sopra il tessuto dei pantaloni. Lei sussultò, il corpo che si irrigidì.
Lei sussurrò: "No."
Continuai comunque. La mano che saliva lentamente, sfiorando la sua vagina attraverso il tessuto. Lei tremava, il respiro che diventava più veloce, controllato, consapevole che Sofia era nella stanza accanto, a soli pochi metri di distanza. Era bagnata. "Marco," sussurrò, cercando di togliere la mia mano. "Potrebbe venire."
Ma non tolse la mia mano completamente. Solo la teneva, come se volesse farmi smettere, ma invece mi stava dicendo di continuare.
Continuai. Il dito che trovava il suo clitoride attraverso il tessuto. Lei gemette leggermente, il suono soffocato, la mano sulla sua bocca.
"Shh," sussurrai.
Lei eccitata spaventata, gli occhi che guardavano verso il corridoio dove era la stanza di Sofia, come se potesse apparire da un momento all'altro.
"Andiamo in camera," sussurrai contro il suo orecchio.
Lei annuì, il movimento rapido, furtivo.
La portai nella sua camera da letto, la porta che chiudemmo delicatamente, senza fare rumore.
Lei prese l'iniziativa.
Mi spinse sul letto e si posizionò sopra di me. Aprì le gambe e mi prese, il cazzo che entrava dentro di lei lentamente.
Quanta voglia che aveva la maiala.
Lei gemette, il suono che provò a soffocare premendo il volto nel mio collo.
Si muoveva lentamente, gli occhi chiusi, il piacere che attraversava il suo volto. Le stringevo i seni, le dita che pizzicavano i capezzoli.
Lei aumentava il ritmo leggermente, il movimento del bacino che diventava più profondo.
Mi cavalcava con intensità.
Sentivo tutta la sua figa calda che avvolgeva il mio cazzo. Era bagnata, così bagnata, l'umidità che scorreva.
Continuava a muoversi, sempre più veloce, gli occhi ancora chiusi, la bocca leggermente aperta.
Il suo corpo che si muoveva sopra il mio con una grazia che non mi aspettavo.
Ma quando iniziò a rallentare, iniziai a muovermi io. Le mie mani sulla sua schiena, sul suo culo, controllandone il movimento.
Lei gemette ancora di più, il suono che era leggermente più forte di quanto volesse. Misi una mano sulla sua bocca per soffocarla. La pompavo con forza e sentivo il rumore del mio cazzo uscire e entrare nella sua figa bagnata.
Le mie mani che aprirono il suo culo, le dita che tracciavano il contorno del suo buco. I suoi umori erano dappertutto, completamente bagnata.
Usai quel bagnato per infilare il dito nel suo culo.
Lei esitò immediatamente, la mano che afferrò la mia, fermandomi.
"No, lì no" sussurrò, il tono che era deciso ma anche eccitato.
Continuai a pompare dentro la sua figa, le mie altre dita che aprivano il suo culo senza inserire completamente il dito, spingendo contro il suo buco, allargandolo leggermente. Lei gemette, il corpo che oscillava tra il piacere e l'imbarazzo.
Poi la misi a pecora come piaceva a lei.
Prima di scoparla, la penetrai di nuovo con due dita. Era bagnatissima e aveva la figa aperta, completamente dilatata dal mio cazzo. Mi eccitai a vedere quel buco aperto, rosso, gonfio, che aveva causato il mio cazzo.
Infilai due dita dentro. Facilmente. Poi tre. Poi quattro.
Entravano così facilmente, il movimento che era fluido, naturale. Lei era bagnatissima, completamente eccitata.
Ma lei mi fermò, la mano che afferrò la mia.
"Voglio altro dentro," sussurrò, il tono che era imbarazzato, eccitato, vergognoso.
La presi e la scopai a pecorina. Il mio ritmo che era veloce.
Le mie mani sulla sua schiena, le dita che lasciavano segni rossi sulla sua pelle pallida.
Il letto cigolava leggermente. Lei cercava di trattenere i gemiti, il corpo che tremava, il volto premuto nel cuscino.
"Mmh," il suono soffocato.
Le stringevo i capelli tra le mani per attirarla a me. Il mio ritmo che diventava sempre più veloce, sempre più profondo.
Lei che spingeva indietro il culo, incontrando i miei colpi.
I suoni erano minimi. Solo il respiro affannoso, il leggero cigolare del letto, il suono del nostro corpo che si scontrava.
Lei gemette ancora, il suono che era più forte di quanto potesse controllare. Misi la mano sulla sua bocca, soffocare ogni suono.
Continuai. I colpi che diventavano sempre più violenti. Lei che si contraeva attorno al mio cazzo, il suo corpo che rispondeva a ogni movimento.
Poteva sentire la paura in lei. La paura che Sofia potesse sentire. La paura di essere scoperta. E questa paura la eccitava ancora di più. Io lo sapevo. Vedevo come gli occhi si socchiudevano, come il corpo tremava non solo di piacere ma anche di terrore delizioso.
Il letto cigolava, cigolava. Lei che cercava di non respirare, di non muoversi, di non fare alcun suono.
"Piano," mimava con il dito sulla bocca, gli occhi che guardavano verso la porta.
Ma quando stavo per venire, non potevo controllarmi. Gli ultimi colpi erano forti, violenti, il letto che cigolava sempre più forte. Lei chiudeva gli occhi, il volto contorto dal piacere e dalla paura mista insieme.
Io venni dietro di lei. Lei gemette, il suono che era più forte di quanto volesse, e quando finii, rimase lì, immobile, il respiro affannoso, gli occhi che guardavano fisso verso la porta.
Ascoltavamo. Silenzio.
Nessun suono dalla stanza di Sofia.
Lei aveva la sborra sulla schiena, lungo la sua colonna vertebrale, che gocciolava. Ma non si mose per non sporcare le lenzuola. Rimase lì, sul fianco, aspettando, immobile come una statua.
Io dissi, sussurrando: "Vado a prenderti qualcosa per pulire."
Uscii dalla stanza, diretto al bagno, muovendomi silenziosamente.
Mentre passavo accanto alla stanza di Sofia, notai una cosa strana.
La porta della sua stanza si stava chiudendo.
Lentamente. Come se qualcuno l'avesse appena richiusa.
Perché? Ci aveva scoperti? O era uscita? Stava in bagno? Non lo sapevo.
Mi fermai per un momento, ascoltando. Silenzio.
Poi continuai verso il bagno, il mio cuore che batteva un po' più velocemente.
Presi la carta igienica, asciugamani, tutto quello che poteva servire, e tornai in camera.
Alessandra era ancora sul letto, sul fianco, i muscoli tesi, cercando di non macchiare le lenzuola.
La pulii delicatamente.
Lei mi baciò, il bacio che era profondo, possessivo, come se volesse marcarmi, ma era anche nervoso, furtivo.
"Pensi che abbia sentito?" sussurrò, il tono che era preoccupato.
"No, tranquilla. Sicuro dorme." dissi, anche se non ero per nulla sicuro.
Ma continuavo a pensare alla porta di Sofia che si chiudeva.
Cos'era successo?
Disclaimer! Tutti i diritti riservati all'autore del racconto - Fatti e persone sono puramente frutto della fantasia dell'autore.
Annunci69.it non è responsabile dei contenuti in esso scritti ed è contro ogni tipo di violenza!
Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
Commenti per Timida e docile- Una madre trasformata PARTE2:

Discussioni sul pianeta Swinger e non solo...
