Annunci69.it è una Community rivolta ad un pubblico adulto e maggiorenne.
Puoi accedere solo se hai più di 18 anni.

SONO MAGGIORENNE ESCI
Lui & Lei

Tano


di Membro VIP di Annunci69.it Matertattoo
10.06.2026    |    97    |    0 8.7
"Mi spinse più forte contro di lei e io assecondai, e a quel punto il salotto, il Monco, i galli e tutta la giornata smisero definitivamente di esistere..."
Margarita era abbastanza tranquilla rispetto a Caracas. Ma sempre Sud America rimaneva. E quando vivi abbastanza a lungo in un posto impari che certe persone è meglio tenersele buone.

Il Monco era una di quelle.

Abitavo a tre isolati da casa sua. Uscivo dal mio condominio, facevo sinistra, destra, sinistra e arrivavo davanti al suo cancello. Era anche la strada che facevo quasi ogni giorno per andare al supermercato e, per questo, finivo inevitabilmente per passare davanti a casa sua.

Miguel passava gran parte della giornata seduto fuori. Una sedia di plastica, i galli sul tetto e lui che osservava il quartiere. Ricordavo ancora quella volta in cui mi aveva fatto sudare freddo.

— Che intenzioni hai con mia sorella?

Adesso però le cose erano cambiate. Melanie si era sposata, si era trasferita ad Asunción e Miguel aveva smesso di preoccuparsi di me.

Un pomeriggio stavo passando davanti casa sua con la mia Opel Corsa. Era una macchina abbastanza riconoscibile e nel quartiere la conoscevano tutti. Miguel era seduto fuori come al solito. Mi vide arrivare, si alzò dalla sedia e mi fece cenno di fermarmi. Abbassai il finestrino.

— Italiano.

— Miguel.

Si avvicinò alla macchina.

— Sei stato fortunato.

— Per cosa?

— Sei tornato in Italia.

— E quindi?

Fece spallucce.

— Se fossi rimasto qui, a quest'ora saremmo parenti.

Indicai il tetto.

— Miguel, questi galli svegliano tutto il barrio. Tutte le sante mattine alle cinque cominciano a fare casino. Sono una vera rottura di palle.

Lui si girò a guardarli per un istante.

— Se parli male dei miei galli è peggio che toccare mia sorella.

Alzai immediatamente le mani.

— Va bene. Non ho detto niente.

Per qualche secondo rimanemmo in silenzio. Poi gli chiesi:

— Senti, io non sono mai stato a un combattimento di galli.

— E quindi?

— Ci posso venire?

Mi osservò per qualche secondo.

— Domenica.

— A che ora?

— Dieci.

— Va bene.

— Casa mia.

— Ci sarò.

Domenica mattina alle dieci in punto ero davanti casa sua. Miguel stava caricando alcune gabbie sul cassone del pick-up. Mi vide arrivare, fece un cenno e riprese quello che stava facendo. Io parcheggiai dietro di lui. Quando ebbe finito salì sul pick-up, partì e io gli andai dietro.

Dopo circa mezz'ora arrivammo alla gallera. La sentii prima ancora di vederla. Urla, musica, galli, scommesse. Un casino infernale. Parcheggiai e seguii Miguel all'interno. Sembrava un piccolo palazzetto dello sport, con l'arena al centro e le gradinate tutto intorno. Erano piene. Miguel salutava qualcuno ogni pochi metri. Una stretta di mano, un cenno della testa e poi avanti, senza fermarsi mai davvero.

A un certo punto si fermò vicino a un gruppo di uomini e indicò me.

— Sta con me.

Fu sufficiente. Poi indicò il banco delle scommesse.

— Se vuoi scommettere, scommetti.

— Su chi?

Miguel si fermò, mi guardò e disse una sola parola.

— King.

Poi se ne andò. Aveva i suoi galli, le sue scommesse e le sue faccende. Io invece rimasi sulle gradinate a guardarmi intorno.

Dopo un paio d'ore sentii chiamare il nome di King e mi avvicinai all'arena. Non capivo niente di combattimenti di galli, ma capivo una cosa: Miguel aveva detto una parola sola. King. Per me bastava. Andai al banco e puntai tutto quello che avevo. Tutto. Duecento dollari cambiati in bolívares.

Quando tornai verso l'arena iniziai a pensare che forse ero impazzito, ma ormai era fatta. Il combattimento durò pochissimo. Qualche salto, qualche colpo e poi la folla esplose. King aveva vinto.

Quando andai a ritirare la vincita mi resi conto di aver triplicato la puntata. Mentre il bookmaker contava i soldi, sentii parecchi sguardi addosso. Ero l'unico straniero lì dentro e avevo appena vinto un sacco di soldi. Quando ebbe finito di contare la vincita mi consegnò i soldi. Poi alzò lo sguardo e disse abbastanza forte da farsi sentire da chi era nelle vicinanze:

— Sta con il Monco.

Infilai i soldi in tasca e stavo ancora cercando di sistemarli quando vidi arrivare il Monco. Senza dire una parola mi mise una gabbia in mano. Dentro c'era King.

— Tieni.

Poi si incamminò verso il parcheggio e io gli andai dietro. Arrivati al pick-up trovammo due ragazzi che lo stavano aspettando. Li avevo già visti durante la giornata. Il Monco mi fece cenno di appoggiare la gabbia sul cassone e lo feci. Poi indicò me.

— Oggi l'italiano sta con noi.

Indicò le mie tasche.

— Ha vinto.

Fece una pausa.

— Paga lui.

I due scoppiarono a ridere.

Il Monco salì sul pick-up.

— Andiamo a bere.

Lo seguii con la macchina e dopo una ventina di minuti arrivammo davanti a un locale basso e isolato, in mezzo al nulla. Non avrei saputo dire dove fossimo. Sapevo soltanto che non eravamo dalle parti di Porlamar. Entrammo. Musica, birra, tavoli di plastica e ragazze che servivano ai tavoli. Una normalissima tasca.

Ci sedemmo e fu lì che il Monco fece le presentazioni. Indicò Goyo, poi Conejo e infine me.

— L'italiano.

Conejo scoppiò a ridere.

— L'italiano non va bene.

— E perché?

— Perché serve un soprannome.

Goyo annuì.

— Ha ragione.

Ci pensò qualche secondo e poi sorrise.

— È facile. Tano.

Il Monco batté una mano sul tavolo.

— Tano.

Mi battezzò.

Continuammo a bere e a raccontare cazzate per un po', finché il Monco guardò l'orologio, tirò fuori il telefono e fece una chiamata che durò meno di trenta secondi. Quando chiuse la comunicazione bevve un sorso di birra e disse semplicemente:

— Arrivano delle amiche.

Circa mezz'ora dopo la porta si aprì. Entrarono quattro ragazze e per qualche secondo sembrò che tutto il locale si fosse voltato nella loro direzione. Erano alte, appariscenti e vestite in modo da attirare l'attenzione. E infatti la attiravano. Il Monco fece rapidamente le presentazioni: Michelle, Jennifer, Rosa e Patrizia. Poi indicò me.

— Tano.

Fine delle presentazioni.

Una delle ragazze si sedette direttamente sulle gambe del Monco come se fosse la cosa più naturale del mondo. Lui le mise il suo unico braccio attorno alla vita e riprese a bere come se nulla fosse. Le altre si distribuirono tra Goyo e Conejo, mentre Michelle venne a sedersi accanto a me.

Era alta, con lunghi capelli ricci tinti di biondo, un trucco vistoso e una presenza difficile da ignorare. La classica latina super formosa. Accavallò le gambe, mi lanciò un'occhiata veloce e sorrise.

— E tu chi sei?

— Lorenzo.

Le tesi la mano.

— Piacere.

— Michelle.

Mi strinse la mano.

— Piacere.

Le birre continuarono ad arrivare e nel giro di poco il tavolo diventò un miscuglio di risate, battute e racconti improbabili. Michelle parlava un po' con tutti, ma finiva sempre per tornare a rivolgersi a me. Parlammo dell'Italia, di Margarita e di come avevo conosciuto Miguel. Il tempo passò veloce e la musica continuava a salire di volume.

A un certo punto cambiò canzone e partì una salsa. Michelle guardò verso la pista e poi tornò a guardare me.

— Balli?

— Me la cavo.

Si alzò e mi tese la mano.

— Non mi far fare figuracce.

— Tranquilla.

Mi trascinò in pista. Appena iniziammo a ballare vidi cambiare la sua espressione. Mi guardò, poi mi riguardò e scoppiò a ridere.

— Aspetta un attimo. Mi avevi detto che te la cavavi.

— Infatti.

— Stronzate.

Continuammo a ballare. Dopo un paio di canzoni mi accorsi che diverse coppie avevano smesso di ballare e si erano fermate ai bordi della pista a guardarci. Anche Michelle se ne accorse. Si avvicinò al mio orecchio.

— Ci stanno guardando tutti.

— Stai attenta. Non mi far fare figuracce.

Michelle si mise a ridere. Poi mi morsicò leggermente l'orecchio e continuò a ballare.

Da quel momento qualcosa cambiò. I nostri corpi continuavano a seguire il ritmo della musica, ma ormai c'era qualcosa di diverso. Ballavamo molto vicini, guardandoci negli occhi e lasciandoci trasportare dalla salsa. Non c'era bisogno di parlare. La pista, la musica e il resto del locale sembravano essersi allontanati e per qualche minuto esistemmo soltanto noi due.

Quando tornammo al tavolo la serata andò avanti ancora per un po', finché il Monco guardò l'orologio, finì quello che aveva nel bicchiere e si alzò.

— Andiamo. Devo riportare i galli a casa.

Andai a pagare il conto, tornai da Michelle e le presi la mano. Pochi minuti dopo eravamo nel parcheggio. Il Monco salì sul suo pick-up, Goyo e Conejo raggiunsero la loro macchina insieme alle ragazze, mentre io e Michelle salimmo sulla mia Opel Corsa.

Appena chiusa la portiera si avvicinò e ci baciammo. I vetri oscurati della macchina ci nascondevano agli sguardi degli altri e per qualche minuto il resto del gruppo smise semplicemente di esistere. Quando misi in moto, il pick-up del Monco era già davanti a noi.

Lo seguimmo fino a casa sua. Lo aspettammo mentre sistemava i galli e riportava le gabbie al loro posto. Quando ebbe finito tornò fuori. Per qualche secondo nessuno disse niente, poi fu Goyo a rompere il silenzio.

— E adesso dove andiamo?

Indicai la strada dietro di noi.

— Se volete possiamo andare a casa mia. Sta qui dietro.

Nessuno ebbe niente da obiettare.

Pochi minuti dopo entrammo con le macchine nel parcheggio del mio condominio e salimmo tutti insieme in appartamento. Appena entrato, il Monco tirò fuori una pistola dalla cintura dei pantaloni e un secondo dopo fecero la stessa cosa anche Goyo e Conejo.

— Dove le mettiamo?

Ci pensai un attimo.

— Nel forno.

Aprii lo sportello e ci infilarono dentro le pistole. La questione finì lì. Andammo in salotto, aprimmo da bere e continuammo la serata. In Venezuela, levarsi le pistole quando si stava in casa era la cosa più normale del mondo.

Le bottiglie continuarono a girare, le ragazze chiacchieravano tra loro, Goyo e Conejo raccontavano storie sempre più improbabili e il Monco, come al solito, parlava poco e osservava tutti. A un certo punto si alzò e mi chiese quale stanza potesse usare. Gli indicai la camera degli ospiti e subito dopo precisai che quella di mia madre non si toccava. Il Monco annuì, disse che andava bene e poco dopo sparì nel corridoio insieme a una delle ragazze.

Li vedemmo allontanarsi e fu allora che Conejo scoppiò a ridere.

— Lo sapete che in realtà il Monco aveva tre braccia?

Goyo lo guardò.

— Tre?

— Sì. Una l'ha persa. Adesso gliene sono rimaste due.

Per qualche secondo nessuno disse niente. Poi scoppiammo tutti a ridere.

Goyo e Conejo rimasero in salotto insieme alle ragazze, tra musica, bicchieri e risate. Io invece mi alzai, guardai Michelle e le dissi semplicemente:

— Vieni.

Lei appoggiò il bicchiere sul tavolo, si alzò senza fare domande e mi seguì. Le presi la mano e attraversammo il corridoio. Arrivati davanti alla mia stanza aprii la porta e la lasciai passare per prima. Prima di entrare mi voltai un'ultima volta verso il salotto. La musica continuava a suonare, qualcuno rideva ancora per la battuta del Monco e la serata sembrava lontana dall'essere finita.

Chiusi la porta alle mie spalle.

In salotto si sentiva ancora qualcuno ridere. Qui dentro era rimasto solo il rumore del ventilatore e il respiro di Michelle.

La guardai. Lei mi guardò. Non c'era niente da spiegare — lo avevamo già detto ballando, con i corpi, senza parole. Mi si avvicinò lentamente e quando le nostre labbra si toccarono non fu un bacio frettoloso. Era il proseguimento naturale di tutta la serata.

La spostai verso il letto senza staccarmi da lei. Le mie mani trovarono la cerniera del vestito, lei cominciò a slacciarmi la camicia e ci spogliammo a vicenda con quella calma che si ha quando non si ha nessuna fretta ma si vuole lo stesso arrivare. Ogni volta che le mie mani la sfioravano sentivo il suo respiro cambiare.

Quando la feci stendere sul letto mi fermai un momento a guardarla. Era bella davvero — con quella luce che certe donne hanno quando sono a proprio agio nel proprio corpo. La reggiseno cadde sul pavimento e passai la lingua sul suo collo, poi più in basso, lentamente, fino a sentirla muoversi sotto di me.

— Tano — disse sottovoce, e aveva già gli occhi chiusi.

Presi il mio tempo. Le mie mani scesero lungo i fianchi, le sfilai le mutande e mi fermai lì, finché non smise di muoversi per affrettarmi e cominciò invece ad afferrarmi i capelli. Quando finalmente la sentii sul punto di perdere la pazienza mi rialzai su di lei.

Entrai lentamente, e lei tirò il fiato e mi conficcò le unghie nelle spalle come per tenermi fermo un secondo — uno di quei momenti in cui ci si accorge che certe cose funzionano, senza doverle costruire.

Poi cominciammo a muoverci.

Il ritmo era lo stesso della salsa — lento all'inizio, con quella tensione sottile che rende tutto più intenso, poi via via più deciso. Michelle sapeva esattamente quello che voleva e lo comunicava senza timidezze: con le mani, con i fianchi, con la voce. Diceva il mio nome — Tano — e ogni volta mi veniva da ridere dentro, ma non era il momento giusto. Mi spinse più forte contro di lei e io assecondai, e a quel punto il salotto, il Monco, i galli e tutta la giornata smisero definitivamente di esistere.

Andammo avanti a lungo. Lei cambiò posizione senza avvertirmi, si girò e mi guidò con le mani sui suoi fianchi, e da quella posizione il respiro le si fece più corto e più rapido. Quando la sentii vicina rallentai apposta, solo per sentirla imprecare sottovoce in spagnolo. Poi ripresi.

Quando arrivammo, arrivammo quasi insieme. Lei con un lungo sospiro che le scosse le spalle, io con la faccia nel suo collo e le mani ancora strette intorno ai suoi fianchi.

Restammo abbracciati qualche secondo, sotto le pale del ventilatore che giravano senza fretta.

Michelle ruppe il silenzio per prima.

— Abbiamo ancora altre canzoni da ballare.

— Basta che non mi fai fare figuracce.

Scoppiammo a ridere mentre lei si riavvicinava.
Disclaimer! Tutti i diritti riservati all'autore del racconto - Fatti e persone sono puramente frutto della fantasia dell'autore. Annunci69.it non è responsabile dei contenuti in esso scritti ed è contro ogni tipo di violenza!
Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
Voto dei Lettori:
8.7
Ti è piaciuto??? SI NO

Commenti per Tano:

Altri Racconti Erotici in Lui & Lei:




® Annunci69.it è un marchio registrato. Tutti i diritti sono riservati e vietate le riproduzioni senza esplicito consenso.

Condizioni del Servizio. | Privacy. | Regolamento della Community | Segnalazioni