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Lui & Lei

La vicina suona sempre due volte


di Membro VIP di Annunci69.it Matertattoo
10.06.2026    |    95    |    0 8.0
"La guardai come si guarda qualcuno che ha appena detto una scemenza — con quella sospensione di giudizio che precede la risposta e che in realtà è già una risposta..."

Il palazzo in cui mia madre aveva comprato l'appartamento era solido, pulito, e soprattutto abitato da persone educate di classe media e questo, a Margherita, contava. Due appartamenti per piano, scale in comune, quel tipo di vicinato inevitabile in cui prima o poi finisci per sapere tutto di tutti senza averlo cercato. Io, in quegli anni, avevo ventisei anni e la testa altrove: uscivo la notte, rientravo quando mi pareva, e l'appartamento era sostanzialmente un posto dove dormire, mangiare qualcosa e stare in pace. La pace, per me, era una cosa seria.

Due piani sopra vivevano Laura e suo marito. Lui era un funzionario del Seniat — l'agenzia delle entrate venezuelana, per capirci — un tipo intorno al metro e ottanta, piazzato, con quella corporatura di chi ha smesso di fare sport da abbastanza tempo ma non ha ancora accettato la cosa del tutto. Pelle scura, aria istituzionale anche fuori dall'ufficio. Lei invece era tutta un'altra storia: bionda, capelli ricci, occhi chiari, pelle di quelle origini europee che si leggono a colpo d'occhio. Aveva qualche anno più di me — una decina, a occhio — due figli piccoli, e non lavorava. Non era brutta, intendiamoci, ma non era nemmeno il tipo di donna per cui mi fermavo a guardare due volte. Aveva quella pelle chiara che a me ha sempre dato l'impressione di invecchiare in fretta, come certa frutta che è bellissima un giorno e il giorno dopo non sai più cosa fartene.

Quando mia madre era in casa, Laura scendeva ogni tanto. Una birra, due chiacchiere, il modo in cui ci si ammazza il pomeriggio quando i figli fanno il pisolino e il marito è in ufficio. Una cosa normalissima, il classico rapporto da condominio. Il problema è che Laura aveva preso l'abitudine di scendere anche quando mia madre non c'era — e mia madre, che tra l'Italia e il Venezuela faceva la spola con una certa frequenza, non c'era spesso.

Io sono fatto così: la mia casa è la mia casa, e se non ti ho invitato, il citofono che suona mi dà fastidio. Non è maleducazione, è che ho sempre avuto un rapporto quasi fisico con la mia privacy — la tutelo, la coltivo, ci tengo come a un bene prezioso. Però in un condominio non puoi chiudere la porta in faccia alla gente senza conseguenze, e le conseguenze in un condominio durano anni. Quindi aprivo, facevo entrare, tiravo fuori due birre e aspettavo che la conversazione morisse da sola. A volte ci riuscivo. A volte no.

Il punto è che io, di Laura, non me ne facevo niente. Veniva, stava un po', se ne andava — e io nel frattempo pensavo ai fatti miei. Non l'avevo mai cercata, non ero mai salito da lei, non l'avevo mai invitata a niente. Se avesse smesso di scendere, non me ne sarei accorto.

Lei invece aveva cominciato ad alzare il volume, per così dire. Le gonnelline si erano accorciate, le camicette si erano sbottonate di qualche bottone in più, e c'era in tutto il suo modo di muoversi qualcosa di deliberato che a qualsiasi altro uomo sarebbe risultato evidente al primo sguardo. Il fatto è che io non sono mai stato bravo a captare certi segnali — non per timidezza, sia chiaro, ma perché quando una donna mi interessa sono io che parto, e quando non mi interessa semplicemente non la vedo. Laura stava urlando nel silenzio, e io stavo guardando la televisione.

Finché un giorno, seduta sul mio divano con la sua birra in mano, mi disse con la stessa naturalezza con cui si commenta il tempo che a lei piaceva fare festa — e che le piaceva farlo mentre faceva sesso, che era il modo in cui lo faceva sempre insieme al marito, chiusi in casa per giorni. E che aveva capito che piaceva anche a me.

Rimasi in silenzio un secondo. Poi la guardai, e per la prima volta da quando la conoscevo, la guardai davvero.

La guardai come si guarda qualcuno che ha appena detto una scemenza — con quella sospensione di giudizio che precede la risposta e che in realtà è già una risposta. Le dissi che non sapevo di cosa stesse parlando, che certe cose non le facevo, che perché mai me ne parlava. Lei sorrise, con quella calma di chi sa esattamente dove sta andando, e mi spiegò che non dovevo fare niente di complicato: dovevo solo uscire cinque minuti, andare a trecentocinquanta metri da casa, e tornare. Che il posto lo conoscevo, che lei lo sapeva benissimo. Io le risposi che non mi intendevo di queste faccende, che erano affari suoi, che preferivo restare fuori da certe storie.

Fu a quel punto che Laura si alzò dal divano, mi guardò con un'espressione tra il divertito e il paziente, e in circa quattro secondi non fu più vestita.

Ora, io sono un uomo pratico. E un uomo pratico, davanti a una donna che si è appena tolta tutto con la naturalezza con cui ci si sfila un cappotto, rivaluta rapidamente le proprie posizioni. Laura nei vestiti era una cosa, Laura senza vestiti era un'altra conversazione — più interessante, più convincente, decisamente più difficile da ignorare. Aveva un corpo che i suoi abiti non avevano mai raccontato per bene: minuta, soda, con quella leggerezza fisica di chi si è presa cura di sé nonostante tutto il resto. Mi guardò e disse, con una semplicità disarmante: "Allora? Ci vai?"

Io non andai da nessuna parte. Mi alzai, entrai in cucina, e tornai.

Mi avvicinai a lei, che era rimasta in piedi in mezzo al salotto come se fosse la cosa più normale del mondo stare così, e posai quello che avevo portato sul tavolo senza dire niente. Laura lo guardò, poi guardò me, e per la prima volta da quando era entrata in casa mia smise di sorridere — non perché fosse seria, ma perché era concentrata, con quella concentrazione particolare di chi sa esattamente cosa vuole e lo sta per avere.

Quello che successe dopo appartiene a quella categoria di cose che si ricordano per dettagli precisi e inspiegabili: la luce del pomeriggio che entrava storta dalla finestra, il silenzio del palazzo, il modo in cui Laura si muoveva con una sicurezza che non aveva niente a che fare con la timidezza o con la pudicizia — perché Laura, spogliata di tutto, era una donna che sapeva perfettamente cosa stava facendo e non aveva nessuna intenzione di fingere il contrario. Aveva una presenza fisica che i vestiti tradivano completamente: le spalle strette, la vita che si stringeva prima di allargarsi sui fianchi, le gambe lunghe per una donna così minuta. Bionda, chiara, con quegli occhi chiari che adesso non sorridevano più ma bruciavano di qualcos'altro.

Io avevo avuto l'accortezza di non festeggiare — per una questione pratica, di rendimento, diciamo così, perché certe sostanze per le donne funzionano in un modo e per gli uomini in un altro, e io i miei mezzi li volevo tutti a disposizione. Laura invece aveva festeggiato, e la differenza si sentiva: aveva una fame addosso che non era nervosismo né fretta, era qualcosa di più profondo e più animale, come se ogni inibizione fosse semplicemente evaporata e quello che restava fosse solo il corpo e quello che il corpo voleva.

Ci mettemmo sul divano, poi sul pavimento, poi di nuovo sul divano — con quella mancanza totale di coreografia che è propria delle cose vere, in cui non si pensa a come si sta ma solo a quello che si sta facendo. Laura era instancabile, presente, rumorosa nel modo giusto — non per effetto, ma perché non riusciva a fare altrimenti, e questo è sempre la cosa migliore che possa capitare. Io la seguivo senza fatica, con quella lucidità che si ha quando si è sobri e l'altra persona no, una lucidità che ti permette di stare dentro la cosa e allo stesso tempo di vederla, di godertela due volte.

Andò avanti a lungo, più di quanto mi aspettassi, e quando finì Laura rimase immobile per qualche minuto, con gli occhi chiusi e il respiro che si calmava piano piano, come chi è appena tornato da un posto lontano. Poi si rialzò, si rivestì con la stessa naturalezza con cui si era spogliata, e mi chiese se poteva portarsi su quello che era avanzato della festa. Le dissi di sì. Mi ringraziò, con quella stessa calma di prima, e sparì su per le scale.

Il giorno dopo, alle nove e mezza, sentii suonare il campanello.

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