Lui & Lei
Intercity notte
03.04.2026 |
1.176 |
2
"Cominciò a strusciarsi, sfregando la figa bagnata lungo tutta la lunghezza del mio cazzo..."
Binario 9, ore 19:17Faceva ancora un caldo infernale anche se il sole stava calando. Io ero lì, in divisa da responsabile carrozza, camicia azzurra un po’ sudata sulla schiena, a controllare i biglietti dei passeggeri che salivano sull’Intercity Notte per Milano.
La vidi da lontano.
Alta un metro e cinquantacinque scarsi, ma camminava come se occupasse tutto il binario. Capelli biondi a mezza misura, mossi, che le sfioravano le spalle. Canotta nera aderente che non lasciava niente all’immaginazione: sotto non portava reggiseno, si vedeva chiaramente il profilo dei capezzoli già turgidi per il tessuto che sfregava. La gonna estiva leggera,nera, arrivava appena sotto le ginocchia, ma aveva i fianchi larghi e un culo che sembrava fatto apposta per essere guardato. Semicurvy, come si dice: tette rifatte, quarta abbondante, vita stretta e fianchi generosi.
Quando arrivò davanti a me, mi porse il biglietto con un mezzo sorriso malizioso.
«Buonasera…» disse, con una voce un po’ roca, da fumatrice o da chi sa esattamente cosa vuole.
Le controllai il biglietto. Cabina singola numero 12, carrozza 8. La mia carrozza.
Alzò gli occhi e mi squadrò lentamente: dalle spalle alle braccia, poi più giù, fino all’inguine. Non fece nessuno sforzo per nasconderlo. Sentii un calore improvviso salirmi alla faccia. Io, a venticinque anni, ancora mi imbarazzavo quando una donna mi guardava così apertamente.
«Bel treno… e bei controllori» mormorò mentre riprendeva il biglietto, sfiorandomi volutamente le dita.
Poi si voltò e salì i gradini del vagone. Ogni passo faceva muovere quel culo rotondo e sodo. La gonna leggera si sollevò leggermente sui fianchi mentre saliva, e per un secondo vidi tutto: il perizoma nero di pizzo che scompariva tra due chiappe piene, abbronzate, perfettamente depilate. Non fu un incidente. Lo fece apposta, ne sono sicuro. Si fermò un attimo sul penultimo gradino, come per sistemarsi la borsa, e la gonna scese ancora un po’. Quasi tutto il culo era fuori. Il pizzo nero del perizoma era l’unica cosa che copriva qualcosa.
Deglutii. Il cazzo mi si era già mezzo indurito dentro i pantaloni della divisa.
La serata iniziò così.
Ore 23:40. Il treno correva nella notte fonda tra Firenze e Bologna. La maggior parte dei passeggeri dormiva. Io stavo sistemando i quando sentii bussare piano alla porta della mia cabina di servizio, quella piccola stanzetta con il lettino ribaltabile e il tavolino.
Aprii.
Era lei.
Indossava ancora la stessa canotta nera e la gonna, ma aveva i capelli un po’ arruffati e un sorriso da gatta.
«Scusa se ti disturbo… non riesco a dormire. Fa un caldo bestiale anche con l’aria condizionata. Avresti per caso un tè caldo? O anche solo un po’ d’acqua bollente?»
In piena estate, alle quasi mezzanotte, chiedeva il tè. La scusa era così palese che quasi sorrisi.
«Certo, signora. Entri pure un secondo, lo preparo subito.»
Si chiuse la porta alle spalle. La cabina era stretta. Lei era vicinissima. Profumava di vaniglia e di qualcosa di più animale, di pelle calda.
Mentre mettevo su il bollitore elettrico, la sentii avvicinarsi ancora.
«Come ti chiami?» chiese.
«Matteo.»
«Io sono Elena. Cinquanta anni suonati, ma stasera mi sento di nuovo ventenne.»
Rise piano, una risata bassa. Poi, senza preavviso, mi appoggiò una mano sul braccio. Le sue unghie erano rosse, curate.
«Sei timido, eh? Ti ho visto prima sul binario. Ti sei eccitato quando mi hai visto il culo, vero?»
Arrossii violentemente. Non riuscii a negare.
Lei si avvicinò ancora, premendo quelle tette rifatte contro il mio petto.
«Tranquillo… mi piace quando mi guardano. Mi piace da morire. E mi piace ancora di più quando mi scopano guardandomi.»
Il bollitore fischiò. Non lo spensi nemmeno.
Elena si alzò sulla punta dei piedi e mi baciò. Non fu un bacio dolce. Fu subito lingua, vorace, bagnato. Mi spinse contro il piccolo lavandino e la sua mano scese diretta sull’inguine. Sentì il mio cazzo già duro come marmo dentro i pantaloni.
«Cazzo… ce l’hai grosso» mormorò contro la mia bocca. «Lo sentivo che eri ben messo.»
Mi slacciò la cintura con gesti esperti. In pochi secondi aveva tirato fuori il mio uccello. Lo strinse nella mano, lo soppesò, lo accarezzò dalla base alla cappella già lucida di liquido preseminale.
«Porca troia… è proprio grosso. Mi piace.»
Si inginocchiò lì, nella mia cabina di servizio, senza nemmeno chiudere la tendina interna. Lo prese in bocca con una fame che non avevo mai visto. Non fu un pompino delicato. Fu deepthroat subito. Si spinse fino in fondo, fino a farmi toccare la gola, e rimase lì, gli occhi lucidi alzati verso di me, mentre la saliva le colava dagli angoli della bocca.
«Mmmh… cazzo buono» biascicò con la bocca piena.
Io le misi una mano tra i capelli biondi e la lasciai fare. Era lei che comandava. Io ero solo un venticinquenne timido che si faceva divorare da una cinquantenni che sembrava una puttana in calore.
Dopo un paio di minuti si alzò, si pulì la bocca col dorso della mano e mi guardò con quegli occhi da troia.
«Vieni nella mia cabina. Numero 12. Tra dieci minuti. Non bussare. Entra e basta.»
Uscì ancheggiando, lasciando la porta socchiusa.
Io rimasi lì con il cazzo fuori, duro e bagnato della sua saliva, il cuore che mi batteva nelle tempie.
Ore 01:50 circa. Il treno correva nella notte più nera.
Entrai nella sua cabina senza bussare. La luce era bassa, solo la piccola abat-jour accesa. Elena era in piedi vicino al letto ribaltato. Si era tolta la gonna. Indossava solo la canotta nera e il perizoma di pizzo nero che le spariva tra le chiappe.
Mi guardò e sorrise.
«Bravo ragazzo. Spogliati.»
Obbedii. Mi tolsi la camicia, i pantaloni. Quando rimasi nudo davanti a lei, il mio cazzo grosso puntava dritto verso l’alto, venoso, pesante.
Elena si leccò le labbra.
«Vieni qui.»
Mi fece sedere sul bordo del letto. Si tolse la canotta. Le tette rifatte, grandi e sode, rimbalzarono libere. I capezzoli erano scuri e durissimi. Si abbassò il perizoma lentamente, facendolo scorrere lungo le cosce, poi lo lanciò via.
Era completamente depilata. La figa già lucida, le grandi labbra gonfie.
Si mise a cavalcioni su di me, ma non mi fece entrare subito. Cominciò a strusciarsi, sfregando la figa bagnata lungo tutta la lunghezza del mio cazzo.
«Ti piace il mio culo, vero? L’hai guardato tanto sul binario.»
Annuii, senza voce.
«Allora stanotte te lo do. Tutto. Come piace a me.»
Si alzò, si voltò e si mise a quattro zampe sul letto stretto della cabina. Il culo in alto, le chiappe aperte. Vidi il buchetto rosa dell’ano, già un po’ lucido – doveva essersi preparata.
«Prima leccamelo» ordinò.
Mi avvicinai e affondai la lingua tra le sue chiappe. Sapeva di donna eccitata, di sapone e di qualcosa di proibito. Leccai il buchetto con cerchi lenti, poi più decisi, infilando la punta della lingua dentro. Elena gemeva forte, spingendo il culo contro la mia faccia.
«Bravo… leccami il culo, sì… più profondo.»
Mentre la leccavo, le infilai due dita nella figa. Era fradicia. Le muovevo dentro e fuori mentre la lingua lavorava sul suo ano.
Dopo qualche minuto si voltò di nuovo, mi spinse sul letto e si mise sopra di me a rovescio. Il suo culo sopra la mia faccia, la sua bocca sul mio cazzo.
69 anale. Mi succhiava con voracità, deepthroat rumoroso, saliva che colava sul mio cazzo e sulle palle, mentre io le divoravo il culo con la lingua e le dita.
«Mmmh… che bel cazzo grosso… lo voglio nel culo adesso.»
Si alzò, prese dalla borsa un piccolo tubetto di lubrificante (evidentemente si era preparata) e se ne versò una generosa quantità sul buchetto e sul mio cazzo. Poi si posizionò sopra di me, di spalle, e cominciò a scendere lentamente.
Sentii la cappella forzare l’anello stretto. Elena spinse verso il basso con un gemito rauco.
«Cazzo… è grosso… ma entra… sì…»
Centimetro dopo centimetro, il mio uccello sparì dentro il suo culo caldo e strettissimo. Quando fui tutto dentro, fino alle palle, lei rimase ferma un secondo, respirando forte.
Poi iniziò a muoversi.
Su e giù, sempre più veloce. Il culo che sbatteva contro il mio pube, un rumore osceno di carne contro carne che si mescolava al rumore ritmico del treno sulle rotaie.
«Scopami il culo… forte… sì, così!»
Le afferrai i fianchi e cominciai a spingere dal basso, inculandola con colpi sempre più profondi. Le sue tette rifatte rimbalzavano selvaggiamente. Lei si toccava la figa con una mano, le dita che entravano e uscivano mentre il mio cazzo le sfondava il culo.
«Sono una troia… mi piace prenderlo nel culo… sì… sfondami!»
Più diventavo animale, più lei si eccitava.
La feci mettere a quattro zampe di nuovo. Da dietro, le afferrai i capelli biondi come redini e la inculai con forza. Il suo culo ondeggiava, le chiappe rosse per gli schiaffi che ogni tanto le davo. Ogni volta che entravo fino in fondo lei urlava di piacere.
«Più forte! Rompimi il culo!»
Venni così, dentro il suo culo, con un orgasmo violentissimo che mi fece vedere le stelle. Sentii il mio sperma caldo riempirla mentre lei si masturbava furiosamente e veniva anche lei, il culo che si contraeva intorno al mio cazzo in spasmi fortissimi.
Crollammo entrambi sul letto stretto, sudati, ansimanti.
La mattina dopo, poco prima delle 7, come da servizio, bussai piano alla cabina 12 con il vassoio della colazione.
«Colazione, signora…»
La porta si aprì. Elena era lì, solo con il perizoma nero addosso, i capelli arruffati, il trucco un po’ sbavato della notte.
Sorrise con quella stessa espressione da gatta.
«Entra, Matteo.»
Posai il vassoio. Lei chiuse la porta e si inginocchiò subito davanti a me.
«Un ultimo regalo prima di scendere.»
Mi abbassò i pantaloni della divisa, tirò fuori il cazzo ancora mezzo duro e me lo prese in bocca. Questa volta fu un pompino lento, profondo, quasi affettuoso. Mi succhiava guardandomi negli occhi, la lingua che girava intorno alla cappella, una mano che mi massaggiava le palle.
Quando venni, lei ingoiò tutto, senza perdere una goccia. Si pulì le labbra con il dito, poi si alzò e mi diede un bacio leggero sulla guancia.
«Grazie per la notte più bella degli ultimi anni, ferroviere.»
Scesi dal treno con lei alla stazione di Milano. La guardai allontanarsi sul binario, quel culo che ancheggiava ancora sotto la gonna leggera, il perizoma nero che sicuramente era ancora umido del mio sperma.
Non ci siamo mai più rivisti.
Ma quella notte sul treno la ricordo ancora oggi, ogni volta che salgo su un Intercity Notte.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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