Lui & Lei
Il contatore sbagliato
02.04.2026 |
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"Rimase con un perizoma in pizzo verde militare e un reggiseno coordinato che a malapena conteneva quelle tette enormi..."
Erano le sette di sera di un pomeriggio estivo afoso. Avevo finito il turno sui contatori dell’acqua del quartiere e stavo per salire sul furgone quando il cellulare vibrò. Un messaggio da un numero sconosciuto:«Ciao, sono la signora del civico 17. Ho visto che hai controllato quello esterno. Puoi passare un attimo da me? Vorrei farti vedere anche quello interno, non mi torna la bolletta.»
Mi asciugai il sudore dalla fronte. Faceva ancora caldo da morire. Pensai di rimandare al giorno dopo, ma risposi comunque:
«Ok, arrivo tra cinque minuti.»
Parcheggiai davanti alla villetta a schiera. Suonai. La porta si aprì quasi subito.
Davanti a me c’era lei. Quarantacinque anni portati da dio. Alta un metro e settanta, corpo atletico, allenato ma non secco. Il seno abbondante e naturale tendeva la t-shirt rosa scollata che indossava. Sotto, dei leggings neri aderenti le fasciavano le gambe toniche e quel culo a mandolino che mi fece subito deglutire. Capelli corti rossi, taglio sbarazzino, e un sorriso un po’ timido.
«Ciao… entra pure. Scusa se ti disturbo a quest’ora.»
La voce era bassa, leggermente insicura. La seguii in casa. L’aria condizionata mi diede un brivido piacevole sulla pelle sudata.
«Il contatore interno è in cantina,» disse, facendomi strada giù per le scale.
Mentre scendevamo notai l’enorme tatuaggio che le copriva quasi tutta la schiena: un drago nero e rosso che si arrampicava dalla base della spina dorsale fino alle scapole. Sexy da morire.
Controllai il contatore, presi le letture, le confrontai. Tutto sembrava a posto.
«In realtà i numeri tornano,» le dissi voltandomi.
Lei era appoggiata allo stipite della porta, braccia incrociate sotto il seno, che così sembrava ancora più grosso. Mi guardava con quegli occhi verdi un po’ imbarazzati.
«Ah… ok. Allora ho fatto una figura di merda,» mormorò con un mezzo sorriso.
Ci fu un secondo di silenzio carico. L’aria tra noi cambiò improvvisamente.
«Non hai fatto nessuna figura di merda,» risposi, lasciando scivolare lo sguardo sul suo corpo senza più nasconderlo. «Anzi… sono contento di essere sceso.»
Lei arrossì leggermente, ma non abbassò gli occhi. Anzi, qualcosa nel suo sguardo si accese.
Tornammo di sopra. Mi offrì una birra fredda. Ci sedemmo sul divano del soggiorno. Parlammo del più e del meno per dieci minuti, ma entrambi sapevamo che stavamo solo prendendo tempo.
Poi lei posò la bottiglia sul tavolino e mi guardò dritto in faccia.
«Senti… non sono il tipo che fa queste cose di solito,» disse con voce più bassa. «Ma… cazzo, sei proprio un bel tipo. E sono tre mesi che non scopo.»
La sua sincerità mi fece sorridere. Appoggiai anch’io la birra.
«Nemmeno io sono il tipo che si scopa le clienti,» risposi. «Ma guardati… hai un culo che mi sta facendo impazzire da quando hai aperto la porta.»
Lei rise, nervosa, ma si morse il labbro inferiore. La timidezza iniziale stava già iniziando a sciogliersi.
Mi avvicinai, le presi il mento con una mano e la baciai. Forte. Lingua subito dentro. Lei gemette nella mia bocca e rispose con fame.
In pochi secondi la situazione esplose.
Le infilai una mano sotto la t-shirt rosa, le strinsi una tetta pesante e morbida. Il capezzolo era già duro.
«Cazzo, che tette che hai,» ringhiai contro le sue labbra. «Sono grosse proprio come piacciono a me.»
Lei ansimò. Le sue mani scesero sulla mia cintura. Me la slacciò con dita impazienti.
«Voglio succhiartelo,» sussurrò, la voce che tremava ancora un po’ per l’imbarazzo ma già piena di voglia.
Mi abbassai i pantaloni da lavoro. Il mio cazzo da 20 centimetri schizzò fuori, già mezzo duro, spesso, con la cappella grossa e venosa. Lei lo guardò con occhi spalancati.
«Porca troia…» mormorò. «È bello grosso.»
Si inginocchiò sul tappeto davanti al divano, senza che glielo chiedessi. Mi prese in mano, lo soppesò, poi aprì la bocca e me lo infilò dentro lentamente.
«Brava… succhiamelo tutto,» le dissi, mettendole una mano tra i capelli corti rossi. «Fammi sentire quella lingua da porca.»
Lei ci diede dentro subito. Non era una principiante. Leccava dalla base fino alla cappella, mi prendeva in gola fino a soffocare, poi tornava su sputando filamenti di saliva densa. Faceva rumori bagnati, osceni.
«Così, brava puttana… ingoia quel cazzo,» ringhiai, spingendole la testa un po’ più giù.
Lei mugolava intorno al mio uccello, gli occhi che lacrimavano ma pieni di eccitazione. Più diventavo volgare, più lei ci si buttava. La timidezza era sparita del tutto.
Dopo qualche minuto la tirai su.
«Togliti tutto,» le ordinai.
Lei si sfilò la t-shirt, poi i leggings. Rimase con un perizoma in pizzo verde militare e un reggiseno coordinato che a malapena conteneva quelle tette enormi. Si voltò, mi mostrò il culo perfetto e il tatuaggio sulla schiena.
«Ti piace?» chiese, la voce ormai sfacciata.
«Mi fai venire voglia di sfondarti,» risposi.
La spinsi sul divano a quattro zampe. Le abbassai il perizoma fino alle ginocchia. La sua figa era già fradicia, lucida. Il buchetto del culo rosa e stretto mi faceva impazzire.
Prima le infilai due dita nella fica, poi le bagnai bene e gliele spinsi piano nel culo.
Lei gemette forte. «Oddio… piano…»
«Rilassati, troia. Lo vuoi nel culo, vero?»
«Sì… cazzo, sì che lo voglio.»
La preparai con calma, dita, saliva, poi le appoggiai la cappella contro il buchetto. Spinsi. Il glande entrò con un piccolo “plop”. Lei strinse i denti e imprecò.
«Cazzo che grosso… mi stai aprendo tutta…»
Continuai a spingere lentamente fino a seppellirmi dentro di lei fino alle palle. Il suo culo era strettissimo e bollente.
Iniziai a scoparla con colpi lunghi e profondi. Lei urlava di piacere, una mano tra le gambe a strofinarsi il clitoride.
«Ti piace farti inculare da uno che neanche conosci, eh? Brutta porca…»
«Sì! Scopami il culo… più forte!»
Aumentai il ritmo. Le sbattevo contro quel culo a mandolino che tremava a ogni colpo. Il rumore della pelle contro pelle riempiva la stanza insieme ai suoi gemiti sempre più forti.
Dopo un po’ la tirai fuori, la girai e glielo infilai di nuovo in bocca.
«Succhialo… senti che sapore ha il tuo culo.»
Lei lo fece senza esitare, leccando e succhiando con foga, gli occhi fissi nei miei.
Quando sentii che stavo per venire la avvisai:
«Sto per sborrare… apri quella bocca.»
Lei si mise in ginocchio, lingua fuori, bocca spalancata. Le venni addosso con fiotti potenti: il primo le finì dritto in gola, il secondo sulla lingua, il terzo sulle labbra e sul mento. Lei ingoiò quello che poteva, poi si leccò le labbra sporche di sperma con un sorriso soddisfatto e sfacciato.
«Buono…» mormorò, ancora con il fiato corto.
Ci guardammo per qualche secondo, sudati e ansimanti.
«Vuoi una doccia?» mi chiese con un ghigno.
«Solo se vieni dentro con me,» risposi.
Lei rise e mi prese per mano.
Quella sera non tornai a casa presto.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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