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Lui & Lei

Tetto di desiderio


di BestFriend85
07.04.2026    |    621    |    0 7.0
"Io mi rinfilai il cazzo nei jeans, lei si pulì la mano con un fazzoletto che aveva nella borsa..."
Mi chiama Marco e avevo ventotto anni, ma quella sera mi sentivo come un ragazzino al primo appuntamento. Solo che non era il primo appuntamento di un ragazzino. Era il primo appuntamento con una donna che, dalle chat di Tinder, aveva già promesso di farmi impazzire.

Ci eravamo scritti per quasi due settimane. Lei si chiamava Laura. Quarantacinque anni, divorziata da tre, madre di due figli ormai grandi che stavano dall’ex marito quel weekend. Diceva di essere “stanca di uomini che parlano e non agiscono”. Io le avevo risposto con una foto dei miei avambracci tatuati e delle mani curate, e le avevo scritto: «Allora vieni a vedere se parlo troppo o se agisco». Lei aveva risposto con una foto del suo décolleté dentro una camicia bianca sbottonata e un solo messaggio: «Vediamo se riesci a tenermi testa, ragazzino».

L’appuntamento era sul tetto del centro commerciale “Le Vele”, quello un po’ fuori mano, dove la gente va solo per fumare o per scappare dal caos dei negozi. Ore 18:00. Pomeriggio di fine aprile, luce ancora calda ma non accecante. Il tetto era quasi deserto: qualche panchina di metallo grigio, piante in vaso un po’ trascurate, un paio di coppiette distanti e un tizio con le cuffie che guardava il tramonto. Perfetto. Nessuno che ci conosceva. Nessuno che avrebbe fatto troppe domande.

Arrivai cinque minuti prima. Mi ero legato i capelli lunghi e brizzolati con l’elastico nero, la barba folta dello stesso colore grigio-argento mi dava quell’aria da uomo vissuto che sapevo piacerle. Jeans scuri, camicia nera aderente, giacca di pelle leggera. 1,78 di altezza, corporatura normale ma spalle larghe. Le mani curate erano il mio punto forte: dita lunghe, unghie pulite, vene evidenti sugli avambracci. Sapevo che le donne ci facevano caso.

La vidi arrivare dalla scala mobile esterna. 1,60 di pura tentazione. Tailleur nero stretto che le fasciava i fianchi larghi e il culo alto e rotondo, camicia bianca con i primi due bottoni aperti che lasciavano intravedere il pizzo nero del reggiseno. Seno abbondante, pesante, che si muoveva a ogni passo. Capelli biondi legati in una coda alta, qualche ciocca che le sfiorava il collo. Trucco leggero ma labbra rosse. Camminava con quella sicurezza delle donne che sanno esattamente cosa vogliono e non hanno più tempo da perdere.

Mi vide e sorrise. Un sorriso da predatrice.

«Marco?» chiese, fermandosi a mezzo metro da me.

«Laura. Cazzo, sei ancora più figa di persona.»

Le parole mi uscirono crude, ma era il tono che usavo sempre con lei in chat. Lei rise piano, una risata bassa, calda.

«Tu invece sei esattamente come nelle foto. Solo che dal vivo quelle mani fanno ancora più effetto.»

Ci sedemmo su una panchina un po’ defilata, di spalle al centro del tetto, con vista sulla città che iniziava a illuminarsi. Tra noi e le altre persone c’erano almeno venti metri e due grossi vasi di oleandro. Abbastanza per sentirsi soli, non abbastanza per sentirsi invisibili. Il cuore mi batteva forte. Era il primo incontro dal vivo e già l’aria sapeva di sesso.

Parlammo. Del più e del meno, ma con quel sottofondo elettrico che non si spegneva mai. Lei mi raccontò del suo lavoro in un ufficio legale, di quanto fosse stufa di colleghi noiosi e mariti pentiti. Io le dissi del mio lavoro in officina, delle moto che restauravo, di come mi piaceva sporcarmi le mani e poi usarle su una donna che se lo meritava.

Dopo dieci minuti il tono cambiò.

Lei accavallò le gambe, la gonna del tailleur salì un po’ sulle cosce tornite. Mi guardò dritto negli occhi.

«Sai perché ho scelto questo posto?» chiese, abbassando la voce.

«Perché è tranquillo.»

«Perché è tranquillo e perché posso fare cose che in un bar non potrei.»

Sorrise e si morse il labbro inferiore. La mano destra scivolò sulla mia coscia, sopra i jeans, e strinse appena.

«Sei già duro?»

«Da quando ti ho vista salire le scale.»

Rise di nuovo, questa volta più sporca.

«Bene. Perché io sono bagnata da quando ho parcheggiato.»

Mi sporsi verso di lei. Il suo profumo era dolce e caldo, un misto di vaniglia e pelle femminile. Le presi il mento con due dita e la baciai.

Non fu un bacio dolce. Fu fame. Lingue che si cercavano subito, aggressive. Lei gemette piano nella mia bocca e io le morsi il labbro inferiore, tirandolo. La mano di lei salì più su, sfiorò il rigonfiamento nei jeans.

«Cazzo, Marco… è grosso come sembra nelle foto?»

«Lo scoprirai tra poco.»

Continuammo a baciarci. La sua lingua era calda, bagnata, insistente. Le misi una mano sulla nuca, stringendo la coda bionda, e la tirai più vicino. Con l’altra mano le accarezzai il fianco, salendo fino al seno. Lo strinsi da sopra la camicia. Era pesante, morbido, il capezzolo già duro sotto il pizzo.

«Sei una troia affamata, eh?» le sussurrai all’orecchio, la voce bassa e rauca.

Lei rabbrividì e strinse più forte il mio cazzo da sopra i jeans.

«Tu non hai idea. Ho passato due settimane a toccarmi pensando a te.»

Intorno a noi il tetto era quasi vuoto. Il tizio con le cuffie era andato via. Restavano solo due ragazze lontane che ridevano e una coppia di cinquantenni che parlava seduta su un’altra panchina, di spalle a noi. Nessuno guardava nella nostra direzione.

Laura si guardò intorno un secondo, poi mi aprì la cintura con una mano sola. Il rumore della zip fu coperto dal vento leggero. Tirò fuori il mio cazzo già duro, 19 centimetri di carne calda e depilata. Lo strinse alla base e fece scorrere la mano su e giù, lenta.

«Porca puttana…» mormorò, gli occhi spalancati. «È bellissimo.»

Io reclinai la testa contro lo schienale della panchina, fingendo di guardare il tramonto, mentre lei iniziava a segarmi. La mano era calda, la presa decisa. Il pollice passava sul glande ogni volta, spalmando il liquido preseminale che già usciva abbondante.

«Più forte,» le ordinai a voce bassa.

Lei obbedì. La mano andava su e giù con ritmo perfetto, stringendo proprio dove serviva. Ogni tanto rallentava per torturarmi, poi accelerava di nuovo. Io le tenevo una mano sulla coscia, stringendo la carne sotto la gonna.

«Ti piace segarmi in pubblico come una puttana?»

«Sì,» rispose lei, il fiato corto. «Mi piace da morire. Sento il tuo cazzo che pulsa nella mia mano… è così caldo.»

Mi sporsi e le baciai il collo, mordendolo piano. Lei inclinò la testa per darmi più spazio. Con l’altra mano le aprii un bottone della camicia, infilai due dita dentro il reggiseno e le strinsi un capezzolo. Era duro come un sassolino.

«Ah… sì…» gemette lei, quasi impercettibile.

Accelerò il movimento. La pelle del mio cazzo scivolava nella sua mano, bagnata e calda. Io respiravo con la bocca aperta, cercando di non fare rumore. Il rischio di essere visti rendeva tutto più intenso. Ogni tanto qualcuno passava in lontananza, ma nessuno guardava verso di noi.

«Voglio farti venire,» sussurrò lei. «Voglio sentire il tuo sperma caldo sulla mia mano.»

«Allora segami bene, troia. Fammi esplodere.»

La sua mano divenne più veloce, più stretta. Il suono umido della sega era quasi impercettibile, coperto dal vento. Io le strinsi più forte il seno, pizzicandole il capezzolo. Lei ansimava contro il mio collo.

«Sei così grosso… mi stai aprendo la mano…»

«Immagina se fosse dentro la tua figa invece che nella tua mano.»

Lei gemette più forte di quanto avrebbe dovuto. Una delle due ragazze lontane voltò la testa per un secondo, ma tornò a ridere con l’amica. Non aveva visto niente.

Io sentivo l’orgasmo salire. Le palle si stavano contraendo, il cazzo pulsava violentemente nella sua mano.

«Sto per venire, Laura.»

«Dai… vieni… riempimi la mano.»

Tre, quattro movimenti rapidi e venni. Getti spessi, caldi, potenti. Lei non smise di segarmi, spremendo ogni goccia. Lo sperma le colò tra le dita, caldo e bianco, sporcandole il dorso della mano e il polso. Un po’ finì anche sulla mia camicia, ma non me ne fregava un cazzo.

Rimasi lì, il cazzo ancora mezzo duro nella sua mano, il respiro pesante. Lei mi guardò con gli occhi lucidi di desiderio, le labbra socchiuse.

«Cazzo, quanto ne hai sparato…» sussurrò, ammirata.

Poi, senza staccare gli occhi dai miei, si portò la mano alla bocca e leccò lentamente una striscia di sperma dal dorso, fino al polso. Un gesto lento, sensuale, volgare. La lingua rosa raccolse tutto.

«Buono,» disse semplicemente.

Io le presi il mento e la baciai di nuovo, assaggiando il mio stesso sapore sulle sue labbra. Lei tremava ancora.

Ci sistemammo. Io mi rinfilai il cazzo nei jeans, lei si pulì la mano con un fazzoletto che aveva nella borsa. La camicia era un po’ sgualcita, il rossetto sbavato. Sembravamo esattamente due che avevano appena fatto qualcosa di sporco in pubblico.

Restammo seduti ancora qualche minuto, mano nella mano, a guardare la città che si accendeva.

«Questo era solo l’inizio,» le dissi, la voce bassa e promettente.

Lei sorrise, quel sorriso da predatrice che mi aveva fatto impazzire.

«Lo so. La prossima volta voglio sentirti dentro. Tutto quanto.»

Ci alzammo. Lei si sistemò la gonna, io la giacca. Scendemmo insieme le scale, il suo braccio sotto il mio. Nessuno ci aveva visti. O forse qualcuno aveva visto, ma non importava.

Quella sera capii una cosa: Laura non era solo una quarantacinquenne vogliosa. Era una donna che aveva deciso di prendersi ciò che voleva. E io ero esattamente ciò che voleva.

Mentre camminavamo verso il parcheggio, già pensavo alla prossima volta. Al tetto, o magari a casa sua. Al suo culo curvy che si alzava mentre la prendevo da dietro. Alle sue urla soffocate mentre le riempivo la figa.

Ma per ora bastava così.

Il primo round era stato perfetto.

E il gioco era appena cominciato.
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