La farcitura di una pasticcera
HairySamm
Sulla trentina, forse trentadue. Pelle olivastra e liscia, leggermente dorata dal sole. Capelli neri, morbidi, raccolti in una coda bassa da cui sfuggivano alcuni riccioli intorno al viso. Occhi scuri, grandi e vivaci, con un’espressione aperta e cordiale. Labbra carnose, sempre pronte a un sorriso. Aveva un seno pieno e naturale, un girovita snello e fianchi morbidi e femminili. Il grembiule bianco le segnava le curve senza volgarità. Quando mi sorrise per chiedermi cosa desiderassi, notai un piccolo neo sotto l’angolo sinistro della bocca che le rendeva il sorriso ancora più dolce.
Comprati una dozzina di cannoli. Lei li preparò davanti a me, farcendoli uno per uno con la ricotta fresca, i pezzetti di cioccolato e le scorze d’arancia. Lavorava con gesti precisi e leggeri, parlando un po’ mentre lo faceva.
“Sei in vacanza?” chiese, alzando gli occhi verso di me.
“Sì, da qualche giorno. È la prima volta che assaggio i cannoli fatti così, sul momento.” Le raccontai della mia passione per i dolci.
Sorrise, contenta. Continuammo a chiacchierare mentre chiudeva la cassa. Mi raccontò che il laboratorio sul retro era piccolo ma che ci teneva molto, che la ricotta la prendeva ogni mattina da un pastore vicino e che la sera, dopo la chiusura, restava spesso un’ora a finire le ultime farciture. A un certo punto, mentre metteva via le ultime cose, mi guardò e disse:
“ Se ti va… posso farti vedere il laboratorio. È solo dietro. Tanto resto ancora un po’”.
Accettai. Lei abbassò la serranda, chiuse la porta e mi fece passare nel retro. Il laboratorio era piccolo, caldo, pieno dell’odore di pasta, vaniglia e burro. I banchi di acciaio erano ancora unti di zucchero. Mi mostrò le teglie, i forni, le sac à poche appese. Parlavamo con facilità, c’era una simpatia immediata, naturale. Ridevamo di piccole cose. A un certo punto lei si sporse per prendere una ciotola e il suo seno toccò quasi il mio braccio. Ci fermammo entrambi. Gli occhi scuri mi fissarono un secondo più a lungo. Il sorriso le diventò più timido, ma non si allontanò.
Mi avvicinai. Lei non indietreggiò. Le accarezzai il viso, il neo sotto la bocca, poi la baciai. Il bacio partì dolce e diventò subito più intenso. Le sue labbra si aprirono, la lingua mi cercò. Le mani le sciolsero il grembiule, poi i bottoni della camicia. Il seno le uscì fuori, pesante e caldo. Lo accarezzai, le succhiai i capezzoli mentre lei ansimava piano contro la mia bocca.
La sollevai e la posai sul bordo del banco. Lei stessa mi aprì la cerniera e tirò fuori il cazzo, lo strinse con la mano ancora leggermente zuccherata e lo portò alle labbra. Me lo prese in bocca con dolcezza prima, poi con più fame. La lingua girava intorno alla testa, le labbra scendevano sempre più in basso. Le tenni i capelli e le lasciavo fare, finché non iniziò a prenderlo più a fondo, ansimando dal naso.
La stesi meglio sul banco. Le alzai la gonna. Niente mutandine. La figa era già umida. Presi un cannolo, spezzai la crosta e ne estrassi un po’ di ricotta. Gliela spalmai delicatamente sulle labbra della figa e sul clitoride, poi mi chinai e la leccai. Il sapore dolce della ricotta e il suo sapore si mescolavano. Lei gemette piano, le cosce che mi stringevano la testa, una mano nei miei capelli. Continuai a leccarla e a succhiarla finché non venne, il corpo che le tremava dolcemente.
Mi rialzai. La guardai negli occhi mentre le aprivo le gambe. Entrai nella figa piano, lasciandole il tempo di abituarsi. Era calda, stretta, bagnata. Cominciai a muovermi, prima lentamente, poi con più forza. Lei mi teneva per le spalle, mi guardava, mi baciava tra un gemito e l’altro. Il banco scricchiolava piano. Le afferrai il seno, le strofinai i capezzoli con i pollici mentre la scopavo più a fondo.
A un certo punto la girai a pancia in giù, con delicatezza. Le accarezzai il culo tondo, le aprii le chiappe e ci passai la lingua. Lei sospirò e spinse indietro il bacino. Sputai sulla stretta apertura e ci premetti la testa del cazzo. Entrai piano, lasciandole il tempo. Quando fui tutto dentro, iniziai a scoparle il culo con colpi lunghi e profondi. Lei gemette più forte, una mano che si allungava indietro per tenermi il fianco.
“Così… continua… “, sussurrò.
La scopai più a lungo, sentendo come mi stringeva. Poi mi tolsi, la girai di nuovo e rientrai nella figa. Questa volta più forte, più deciso. Lei venne di nuovo, la figa che mi pulsava intorno. Sentii arrivare il mio orgasmo e le chiesi: “Posso dentro?”
Lei annuì, gli occhi socchiusi. Accelerai e veni profondamente, riempiendola di getti caldi. Continuai a spingere finché non finii. Quando mi tolsi, un filo di sperma le colò lentamente lungo la coscia.
La lasciai un momento sul banco, ansimante, i capelli neri scomposti, il seno che si rilassava. Poi la aiutai a rialzarsi. Lei sorrise, ancora un po’ rossa in viso, e mi diede un bacio leggero.
Presi l’ultimo cannolo dalla scatola, ne staccai un pezzo e glielo avvicinai alle labbra. Lei lo prese in bocca, mi guardò e rise piano.
Fuori il vicolo era silenzioso. Dentro il laboratorio restava solo l’odore dolce della pasticceria e quello, più caldo, di quello che era appena successo tra noi.
Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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