Lui & Lei
La luna e la campagna
MaxComo
14.01.2026 |
2.883 |
4
"La sua mano cercò dentro i miei pantaloni leggeri il mio membro, duro, pulsante, sentivo che accarezzava le vene, si soffermava con il pollice sulla cappella, vellutata, bollente..."
Tutto nacque in modo assolutamente ordinario, come spesso accade alle cose che poi diventano indimenticabili.Le assemblee di condominio sono da sempre un piccolo concentrato di umanità: discussioni accese, punti di vista opposti, lamentele ricorrenti.
Ma sono anche uno di quei rari momenti in cui i vicini, che normalmente si scambiano solo un saluto frettoloso sul vialetto, si ritrovano davvero insieme, seduti fianco a fianco, costretti a parlarsi.
Quella sera l’assemblea si teneva in una piccola sala cinema di un oratorio.
Una stanza semplice, con le vecchie poltroncine imbottite, quelle da cinema di una volta, strette e allineate.
Ci si sedeva uno accanto all’altro, inevitabilmente vicini.
Fu lì che si sedette accanto a me Sara.
La conoscevo già: era una delle mie vicine.
Ma vederla così, così da vicino, fu diverso.
Sara era una donna splendida.
Alta, longilinea, con capelli rosso rame e occhi verdi profondi.
Aveva gambe lunghissime, un fisico armonioso, elegante.
Non aveva un seno abbondante, ma era proporzionata, curata, sicura di sé.
Una di quelle donne che non hanno bisogno di attirare l’attenzione: la ricevono naturalmente.
Faceva già caldo.
I primi veri caldi di stagione.
Indossava un vestitino corto e sandali aperti.
Durante l’assemblea parlavamo a bassa voce, ogni tanto.
Nulla di speciale.
Ma più volte, complice lo spazio ridotto, il suo piede nudo finì per sfiorarmi la gamba. Inavvertitamente, più volte, almeno in apparenza.
Ogni volta mi chiedeva scusa, sorridendo.
A un certo punto, quasi scherzando, le dissi:
— «Ma figurati… con un piede così puoi fare quello che vuoi.»
Lei rise, mi guardò di lato.
— «Perché ?»
— «Perché è un piede bellissimo. Sottile, curato… e quelle unghie rosse, poi. Non passa inosservato.»
Fece un gesto come per minimizzare, ma si vedeva che il complimento le piaceva.
— «Sai che quel piede mi ha anche fatto lavorare?»
— «Ah sì?»
— «Sì. Sono stata contattata da un’agenzia pubblicitaria. È finito in qualche foto per prodotti di cosmesi.»
Sorrisi.
Io: «Non faccio fatica a crederci. E poi… ti dirò una cosa: per me un bel piede può essere molto più affascinante di tante altre cose.»
Lei mi guardò con uno sguardo nuovo.
Curioso.
Attento.
Furbo.
Alla fine dell’assemblea uscimmo insieme.
Dovevamo tornare entrambi verso casa e il percorso era lo stesso.
Camminammo lungo un vialetto che costeggiava un piccolo canale, con panchine e alberi ai lati. L’aria era tiepida, la sera appena iniziata.
Ci sedemmo un momento.
Sara mi raccontò dei figli, dello sport, delle giornate che scorrevano tutte uguali.
Poi, quasi senza accorgersene, parlò del marito: rappresentante, sempre in giro, spesso fuori casa.
— «A volte mi sento trascurata,» disse piano. «E sola.»
L’argomento scivolò naturalmente sulla coppia, sul desiderio che col tempo si affievolisce, sulle mancanze non dette.
Continuando a parlare, l’atmosfera cambiò.
La mia mano scese lentamente sulla sua gamba.
Sentii subito un suo fremito.
Non spostò la mia mano ne l’allontanò.
La guardai: era bellissima.
La luna piena le illuminava il viso, riuscivo a
vedere i suoi occhi, belli profondi.
Presente.
Con quello sguardo verde che sembrava chiedere una decisione.
Le dissi, a bassa voce:
— «Sara… perché non ci spostiamo un po’? Verso la campagna.»
Non chiese spiegazioni.
Capì.
Seguimmo un sentiero appena accennato, immerso nel buio, ma rischiarato da una luna grande e luminosa.
Arrivammo a un vecchio casolare abbandonato, uno di quelli che un tempo servivano ai contadini per riporre gli attrezzi.
Dentro c’era odore di terra e di tempo fermo.
Foglie secche di granoturco, paglia, vecchi cartoni formavano un giaciglio improvvisato.
Ci appartammo lì.
I gesti divennero più decisi, ma mai frettolosi.
La baciai, la strinsi a me.
Il suo vestitino corto sembrava fatto apposta per lasciar intuire tutto.
Sara si lasciò andare con una naturalezza sorprendente, come se quel momento fosse stato atteso a lungo.
Si sfilò con grazie provocante la mutandina, un perizoma, bianco, candido.
La luna filtrava dall’apertura del casolare, disegnando il suo corpo in controluce.
Ogni movimento era amplificato.
Ogni respiro più profondo.
La sua mano cercò dentro i miei pantaloni leggeri il mio membro, duro, pulsante, sentivo che accarezzava le vene, si soffermava con il pollice sulla cappella, vellutata, bollente.
Si mise prona, in silenzio, lasciandomi intendere esattamente cosa desiderava.
Mi misi in ginocchio e delicatamente le baciai quelle grandi labbra voluttuose, calde, bagnate e profumate di sesso.
Lei emetteva dei sospiri di piacere, sentivo le sue mani stringere quel letto improvvisato di fieno e fogli secche di granturco
Più la leccavo e più si bagnava, sentivo il sapore del suo nettare dolce e amarognolo allo stesso tempo.
Io non cessavo di assaporarla, prendendomi il membro e mentre la mia attenzione restava tutta per lei, assecondavo anche il mio stesso desiderio, senza interrompere ciò che le stavo dando, mi lasciai andare a un gesto lento e istintivo, i miei movimenti seguivano un doppio ritmo, la mia lingua e la mia mano.
Era impossibile restare immobile, e il mio corpo rispondeva da solo, mentre le facevo perdere il controllo, cercavo di non perdere il mio.
Poi mi alzai e, deciso ed eccitato, la penetrai, delicatamente, vincendo quel momento iniziale dove nonostante fosse molto bagnata, la sentii stretta e avvolgente.
I suoi gemiti si spezzavano a tratti, sospesi tra il piacere e una tensione più profonda.
Dalla sua bocca uscivano suoni che non erano solo abbandono, ma anche resistenza.
Ogni movimento le strappava un respiro diverso, a metà tra il godimento e lo sforzo.
Il piacere la attraversava, ma non senza un brivido che le faceva stringere i denti.
La sua voce cambiava, oscillando tra un gemito e un lieve lamento.
Continuai così, con un ritmo calmo, con la luce della luna che le illuminava la schiena.
Fu un incontro intenso, istintivo, pieno.
Un abbandono reciproco, senza parole inutili.
Quando il desiderio arrivò al culmine, lei mi attirò a sé, guidandomi con sicurezza, chiedendo di condividere fino in fondo quel momento.
E così facemmo, nella sua bocca, calda e vogliosa.
— «Dio, com’è dolce e caldo, è il nettare degli dei..»
Dopo restammo lì, uno accanto all’altra.
Io disteso, lei seduta sopra di me, a parlare sottovoce.
A sorridere dell’imprevedibilità di ciò che era successo.
— «Le cose più belle,» disse «sono sempre quelle che non ti aspetti.»
Prima di rivestirsi e ricomporsi, mi lasciò un piccolo ricordo tra le mani.
Un gesto intimo, simbolico, il suo perizoma.
Lo conservo ancora oggi.
Poco tempo dopo, per il lavoro del marito, Sara si trasferì in Veneto.
Continuammo a scriverci per un po’, messaggi carichi di memoria e complicità.
Ma non ci fu più occasione di rivederci
.
Eppure, certe avventure non hanno bisogno di durare per restare vive.
Basta una luna.
Un casolare.
E una notte che non smette mai di tornare.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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