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Lui & Lei

Esperienze con l’amica Pornostar


di Membro VIP di Annunci69.it MaxComo
07.01.2026    |    2.258    |    7 9.8
"Un letto ordinato con una coperta chiara, una lampada calda sul comodino, una finestra che dava sulla campagna, il tramonto che stava diventando notte..."
La conoscevo da quando eravamo poco più che ragazzi.
Quando esistevano le “compagnie” vere: gruppi di amici, le rispettive ragazze, le serate a girare senza meta, la pizza del sabato, le risate fino a tardi e quella sensazione che la vita fosse tutta davanti.
E lei, in quel gruppo, era sempre stata… lei.
La più bella.
Avevamo diciott’anni e noi la chiamavamo “la Brigitte Bardot” della compagnia. Non perché fosse una copia dell’attrice, ma perché aveva lo stesso impatto: uno sguardo che inchiodava, una presenza che non passava inosservata ed era bella, maledettamente bella.
Aveva però qualcosa in più.
Un sorriso accattivante, intelligente, quasi provocatorio. E un modo di essere che non era soltanto bellezza: era un misto di ironia, di sfacciataggine naturale, di energia. Una ragazza che si capiva subito non sarebbe mai stata “tranquilla” come le altre.
Di lei circolavano voci. E come spesso accade nelle compagnie, le voci si mescolavano a metà verità e a fantasie collettive. Ma una cosa era chiara: Clarissa aveva una passione evidente per il desiderio maschile, le piaceva il cazzo, tanto.
E il fatto che lavorasse come estetista — in un centro collegato a una palestra — alimentava ulteriormente quel tipo di immaginario che a quell’età, inevitabilmente, ti resta addosso.
C’erano sabati sera in cui dovevamo aspettarla per ore. Il negozio chiudeva alle sette, ma lei prima delle otto e mezza o delle nove non era mai pronta. Diceva che doveva sistemare, riordinare, fare cassa.
Qualcuno sosteneva che, in realtà, uscisse e andasse direttamente in palestra.
E da lì, secondo loro, partiva il resto.
Io non lo sapevo. E forse non volevo nemmeno saperlo.
Perché, al di là delle dicerie, Clarissa era un’amica. E, soprattutto, era la donna del mio amico.
Un amico che non era proprio un tipo facile.
Lui era un omone: un metro e novantacinque, più di cento chili, uno sguardo che sembrava sempre sul punto di scattare. Irascibile, geloso, imprevedibile.
In certe situazioni, soprattutto quando uscivamo in posti affollati, capitava spesso che qualche uomo guardasse Clarissa un po’ troppo a lungo, o le rivolgesse una frase di troppo. E a quel punto bastavano due secondi perché l’aria cambiasse.
Non era raro assistere a piccoli accenni di rissa.
Lui si irrigidiva come un animale in difesa. E lei — incredibilmente — sembrava quasi divertirsi.
Io, invece, la osservavo soltanto.
Lo facevo in silenzio, come si guarda qualcosa che sai di non poter toccare.
Non mi sono mai permesso altro. Anche perché, con un marito così, era meglio non cercare guai. E poi c’era una forma di rispetto. O almeno era ciò che mi raccontavo.
Negli anni la compagnia si sfaldò, come succede sempre: qualcuno si sposò, qualcuno conviveva, altri sparirono.
Ma con Clarissa il mio legame rimase sempre particolare.
Forse perché io facevo l’elettricista, e lei — nella sua casa, nella loro casa — aveva spesso bisogno di piccoli lavori: una presa, una lampada, un interruttore, una cosa e poi un’altra.
E così mi capitava di ritrovarmi lì, a casa loro.
Da solo con lei, a volte.
E in quei momenti mi accorgevo che il confine tra amicizia e attrazione era fragile.
Non successe mai nulla, allora.
Ma era difficile non accorgersi della sua presenza: del modo in cui si muoveva, di come ti parlava, del modo in cui anche una frase normale sembrava avere sempre una seconda lettura.
Poi Clarissa aprì il suo negozio.
Un piccolo centro estetico, dove faceva trattamenti, massaggi, manipolazioni, cose pensate per il corpo. E io ci andavo anche per motivi pratici: facevo molto sport, e certi trattamenti — defaticanti, drenanti, rilassanti — mi aiutavano. Era tutto, sulla carta, normalissimo.
Eppure, per me, non lo era.
Perché farsi toccare da una donna così, in quell’ambiente, con quella vicinanza, era come camminare su un filo. Era difficile controllare certe reazioni, difficile mantenere la compostezza. E ogni volta dovevo fare uno sforzo in più per restare “semplicemente un cliente”, dovevo controllare le mie erezioni, uscito dal negozio dovevo ricorrere alla masturbazione per placare l’eccitazione.
La vita però fece il suo corso.
Il negozio chiuse: problemi economici, disse.
Poi arrivò la separazione dal marito.
E infine, lentamente, Clarissa sparì dal mio radar.
Per anni non la vidi più.
Finché, circa quindici anni dopo, successe una cosa che sembrava uscita da un film: una cena della vecchia compagnia.
Ci ritrovammo tutti, o quasi.
E lei venne.
Da sola.
Era cambiata, certo. Ma era rimasta incredibilmente bella. Forse in modo diverso: meno ragazza, più donna.
Quel tipo di bellezza che non perde forza con il tempo: la cambia, la rende più consapevole.
Quella sera ridemmo, raccontammo il passato, confrontammo le vite. Lei parlò di sé, ma con una certa reticenza su alcuni passaggi.
Disse di aver aperto una pizzeria al taglio in Toscana.
E tutti, scherzando, facemmo commenti: “Da estetista a pizzaiola ce ne passa!”
Lei rise, ma non spiegò troppo.
Raccontò però, con una sincerità quasi teatrale, alcune storie con uomini avute nel tempo: relazioni, caos, incontri. Aveva sempre avuto quel lato un po’… sbarazzino. Quel modo di essere libera che faceva sorridere e, allo stesso tempo, lasciava sempre un piccolo senso di vertigine.
Dopo quella cena tornammo in contatto.
Ci scambiammo i numeri, perché il suo vecchio non esisteva più. E ogni tanto le scrivevo: come stai, cosa fai, dove sei.
Era normale, all’inizio. Un filo di amicizia ripreso dopo tanti anni.
Poi arrivò l’episodio che cambiò tutto.
Un giorno un amico della vecchia compagnia, con cui collaboravo, mi chiamò al computer.
Aveva una faccia strana, come se fosse imbarazzato e divertito allo stesso tempo.
Mi fece vedere un video su un sito di film per adulti.
E disse:
— “Scusami… ma questa non è lei? Non è Clarissa?”
Io rimasi immobile.
Guardai meglio.
E la riconobbi.
C’era un dettaglio inequivocabile: un neo vistoso sopra il seno, qualcosa che nessun trucco poteva mascherare.
Era lei.
Scoprimmo così che Clarissa aveva fatto, per anni, l’attrice. Una decina d’anni nel mondo dell’hard. E non roba amatoriale: lavorava con registi conosciuti, in produzioni vere.
Fu uno shock.
Un misto di incredulità, imbarazzo, curiosità.
E soprattutto… un pensiero che non riuscivo a scacciare: quella donna, che io avevo desiderato fin da ragazzo senza mai poter davvero avvicinare, aveva vissuto un’esperienza che trasformava completamente il modo in cui la guardavo.
Per giorni ebbi la tentazione di scriverle, di chiederle spiegazioni.
Ma non lo feci subito.
Poi una sera mi dissi: posso trovare un pretesto semplice. Un invito. Una chiacchierata.
E se vorrà, sarà lei a decidere.
Le scrissi: se ti va di vederci, bere qualcosa, visto che l’altra volta eravamo in tanti e abbiamo parlato poco… io ci sarei.
Lei accettò.
Poco dopo capitò una mia trasferta in Toscana, non lontano da dove abitava.
Ci incontrammo in un borgo, in un posto tranquillo, al tavolino di un bar.
Parlammo per un po’ come due vecchi amici: del passato, della vita, di quello che ci aveva attraversato.
E poi, inevitabilmente, arrivammo a quel punto.
Non fu nemmeno difficile: ci arrivammo quasi con naturalezza, come se fosse una verità che non aveva più bisogno di essere nascosta.
Lei me lo confermò senza esitazione.
Senza vergogna. Senza difese.
E disse, con quel sorriso che mi ricordava i nostri diciott’anni:
— “Tu lo sai… a me è sempre piaciuto il sesso. E non riesco a farne a meno.”
C’era un imbarazzo sottile, sì. Ma non era quello a dominare.
Era la libertà con cui lei lo diceva.
E a quel punto io, senza più maschere, le confessai ciò che era rimasto sepolto per anni: che mi era sempre piaciuta, che l’avevo sempre desiderata, che a volte avevo immaginato… senza mai osare.
Lei mi guardò e disse una frase che mi spiazzò:
— “Sai… quando parlavamo tra moglie e fidanzate… la tua mi diceva sempre che tu avevi delle belle ‘doti’. E che eri uno che durava… molto e che eri sempre pronto! Mi ha sempre intrigato. Però avevo paura a chiedertelo.”
Io sorrisi.
E risposi, quasi con sollievo:
— “Io invece avevo paura di tuo marito, sai quante seghe dopo i tuoi trattamenti?”
Lei rise, sguaiatamente, mi tocco la gamba e poi il pacco. E in quella risata, in quel gesto c’era qualcosa di liberatorio.
Dopo quell’aperitivo, fu facile.
Non servì dirsi molto. Bastò uno sguardo, un’intesa improvvisa, quella sensazione che ci fosse una porta aperta e che sarebbe stato un peccato richiuderla.
Cercammo un hotel.

E quella sera, in quella stanza, vissi una delle notti più intense della mia vita.
Come se, dopo anni di desiderio trattenuto, mi fossi trovato davanti non una donna, ma una dea. Una donna piena di esperienza, di consapevolezza, di fame… e di una bellezza che non aveva perso nulla.
E mentre la guardavo, mentre mi chiedevo come fosse possibile che la Brigitte Bardot della nostra giovinezza fosse lì, con me, capii una cosa:
quel racconto non era iniziato quella sera.
Era iniziato molto, molto prima.
Ci spostammo in un alberghetto poco distante, uno di quelli senza pretese, ma con quel fascino discreto dei posti che non chiedono spiegazioni. Una reception anonima, un corridoio silenzioso, una porta che si chiude alle spalle e all’improvviso il mondo rimane fuori.
La camera era semplice, pulita, quasi minimale. Un letto ordinato con una coperta chiara, una lampada calda sul comodino, una finestra che dava sulla campagna, il tramonto che stava diventando notte.
E un silenzio perfetto.
Restammo un attimo in piedi, come se il corpo fosse arrivato lì prima della mente.
Lei mi guardò con quel sorriso che avevo conosciuto da ragazzo, lo stesso che mi aveva sempre fatto sentire in bilico: una promessa e una sfida allo stesso tempo.
Iniziammo a spogliarci senza fretta. Non era più l’urgenza adolescenziale di chi vuole arrivare subito al punto, ma quella lentezza consapevole di chi sa cosa sta per succedere.
Mi diede un bacio, con la lingua che vorticosamente cercava la mia.
Poi lei entrò in bagno.
Sentii l’acqua scorrere, il rumore dei flaconi, i piccoli gesti di una preparazione accurata. Non avevo bisogno di chiederle nulla: intuivo che si stava preparando per fare qualcosa di speciale, di più rispetto ad un semplice rapporto sessuale.
E quell’intuizione mi scaldò la pelle, perché in quel momento capii che con Clarissa non sarei stato io a guidare il gioco.
Sarebbe stata lei, come nei suoi film.
Quando tornò, era nuda, bellissima.
E rimasi fermo, come ipnotizzato.
Non era soltanto bella: era iconica.
Un seno pieno e perfetto, la pelle chiara, i capelli biondi sciolti, lo sguardo con quegli occhi azzurri che sembrava sapere già tutto di me. Aveva davvero qualcosa della Brigitte Bardot di cui parlavamo a diciott’anni — ma più adulta, più sicura, più pericolosa, più… tutto.
Mi avvicinai, le accarezzai il viso con la mano aperta, come se non volessi rovinare quell’immagine.
Lei chiuse gli occhi un istante, poi mi prese per il collo e mi baciò.
Era un bacio profondo, lungo, bagnato, senza pudore.
Il tipo di bacio che non si fa per sedurre: si fa per prendere. Per dire “ora sei qui, e non scappi.”
Le mie mani scesero sul suo corpo lentamente, tracciandone i confini come se li stessi imparando. Le accarezzai quelle natiche, sode, lisce come la seta, le mie mani le accarezzavano le grandi labbra, già bagnate, vibranti. Lei sospirò appena, poi si fece più vicina, più insistente, come se volesse cancellare ogni distanza.
E quando si abbassò, lo fece con una naturalezza che mi fece perdere per un attimo il respiro.
C’era qualcosa di sconvolgente nel modo in cui mi trattava: non era solo abilità, era esperienza senza paura, un’arte fatta di attenzione e di intensità, lo prese in bocca, con la lingua lo passo per ogni millimetro, la cappella era di seta, lucida.
Io non riuscivo a pensare, solo a sentire. E mi attraversò un pensiero tanto chiaro quanto assurdo: sto vivendo una scena che fino a ieri era solo immaginazione.
Finimmo sul letto senza quasi accorgercene.
Lei si distese, aprì lentamente le gambe e mi guardò come se mi stesse concedendo qualcosa — e al tempo stesso come se stesse aspettando da me il coraggio di prendermelo.
Io scesi su di lei. E fu come precipitare in un punto da cui non si torna indietro.
Liscia, senza peli, rosea, bagnata, bollente, mi avventai con la lingua, a succhiare i suoi umori, le sue gambe che tremavano di piacere.
Il suo corpo rispondeva, si muoveva, mi guidava. Le sue mani mi stringevano i capelli, mi tenevano lì, più vicino, più forte, come se avesse bisogno di sentirmi fino all’ultimo respiro.
E io mi sentivo davvero… altrove.
Non era solo eccitazione: era una sensazione di potere e di abbandono insieme.
Una violenza dolce, un’urgenza bellissima, venne, con intensità, con un urlo soffocato, il suo fluido caldo nella mia bocca.
Quando risalii, lei mi prese il viso tra le mani, mi baciò di nuovo e disse piano, senza esitazione:
— “Adesso ti voglio dentro.”
E in quella frase, pronunciata così, c’era tutto: comando, desiderio, certezza.
Fu un ingresso pieno, deciso, che le strappò un sussulto, io ero con il membro duro come mai visto nella mia vita, pulsante, bagnato di mio, la penetrai, con delicatezza ma decisione, viste le dimensioni lei fece una smorfia di dolore misto a piacere.
Ma non c’era dolore: c’era quella piccola scossa elettrica che nasce solo quando il corpo accetta qualcosa di intenso e lo trasforma in piacere.
Lei cominciò a muoversi con me, a seguirmi, a cercarmi.
Per qualche minuto fu solo questo: ritmo, pelle, respiro, orgasmi intensi, il suo umore che colava sulle mia gambe.
Poi lei mi guardò con un sorriso improvviso e mi chiese, quasi giocando:
— “Vuoi fare… anche il resto?”
Mi si strinse lo stomaco.
Perché era esattamente ciò che avevo immaginato per anni e che non avevo mai avuto il coraggio di chiedere davvero.
Io avevo già premesso che non avevo esperienza, che per me sarebbe stata una cosa nuova.
E lei, invece di prendersi gioco di quella mia esitazione, fece qualcosa di sorprendente: si mise completamente al comando, come se volesse accompagnarmi, passo dopo passo.
Si girò, si posizionò con calma, si spalmò un po’ di crema per le mani che aveva nella borsetta, mi disse solo:
— “Fai piano.”
Il resto fu un confine superato lentamente, con attenzione e con una fiducia quasi spudorata.
E per me fu una rivelazione: non tanto per l’atto in sé, ma per la sensazione di essere guidato da una donna che sapeva perfettamente cosa voleva e come ottenerlo, perché nei suoi film era la sua specialità.
Lei reagiva con piccoli gemiti, brevi urli soffocati, parole sussurrate come ordini.
E io, da dietro, vedevo i suoi capelli biondi muoversi, la schiena inarcarsi, le mani aggrapparsi alle lenzuola.
E più passava il tempo, più mi sembrava che Clarissa non stesse solo facendo l’amore con me: stesse vivendo qualcosa che le mancava davvero.
Quando il mio corpo non riuscì più a trattenersi e arrivai al limite, venendo dentro di lei, copioso, lei si voltò appena, con la voce spezzata e un sorriso febbrile:
— “Dio mio… tu potresti davvero fare dei film.”
Poi si lasciò cadere sul letto, accanto a me.
Restammo fermi, in silenzio, ad accarezzarci.
Il tipo di silenzio che arriva dopo una tempesta, quando il cuore batte ancora forte e la pelle sembra troppo sensibile persino all’aria.
Lei respirava piano, con gli occhi semichiusi.
Io la guardavo e mi chiedevo come fosse possibile che quella donna, la “Brigitte Bardot” della nostra giovinezza, fosse lì… con me.
Dopo un po’ lei si rialzò.
Doveva rientrare. Il suo compagno dell’epoca lavorava fino a tardi e quella sera non poteva trattenersi troppo. Si rivestì con calma, sistemò i capelli davanti allo specchio e tornò da me con un sorriso che aveva qualcosa di dolce e qualcosa di pericoloso.
Me lo prese in bocca, io esausto ma ancora voglioso, divenne duro in un attimo e mi fece esplodere una seconda volta.
Mi baciò ancora.
E poi disse:
— “Ci rivediamo.”
Io annuii.
E sapevo che non sarebbe stato un episodio isolato.
Perché Clarissa era così: una donna che quando entra nella tua vita, non lo fa per passare.
Lo fa per lasciare un segno.
E infatti… ci rivedemmo ancora.
E ancora.
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