Lui & Lei
L’omaggio di Natale
MaxComo
05.01.2026 |
368 |
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"Il resto fu una travolgente passione, la sua bocca che prendeva il mio membro e lo faceva scomparire, poi con la schiena sul sedile e le gambe aperte, il suo sesso, bellissimo, caldo, bagnato e..."
Ogni anno, a dicembre, arrivava sempre lei, bella, atletica, con i suoi pantaloni attillati e gli stivali, i suoi lunghi capelli neri, il suo essere donna.Era un appuntamento quasi rituale: un omaggio natalizio, consegnato con gentilezza, accompagnata dal marito — un fornitore dell’azienda — e quel passaggio breve che lasciava dietro di sé un profumo leggero, come se l’aria fosse stata appena sfiorata.
Io non la incontravo mai davvero. Lei andava direttamente dall’ufficio acquisti, lasciava i regali e spariva. Ma puntualmente — quasi fosse una premura personale — lasciava anche un pensiero per me.
La vedevo soltanto attraverso la parete di vetro del mio ufficio. Ogni volta che compariva in corridoio, il tempo sembrava rallentare: alta, snella, sicura, con quel modo naturale di indossare i vestiti che non era moda, era presenza. Spesso aveva pantaloni chiari, stivali, e un’energia sportiva che si intuiva dal modo in cui si muoveva, dal corpo asciutto, dall’eleganza senza sforzo.
Eppure, per anni, restavo a distanza. Un po’ per timidezza, un po’ per prudenza. Il marito dava l’impressione di essere uno che non gradisce troppo gli sguardi. E con una donna così, più giovane e talmente evidente, non volevo che le cose diventassero imbarazzanti.
Finché, un natale di qualche anno fa, il caso si mise di mezzo.
Stavo scendendo le scale quando l’ho incrociata. Una coincidenza di pochi secondi, ma abbastanza per cambiare l’ordine delle cose. Lei si fermò, mi salutò con un sorriso caldo, e i suoi occhi — scuri e luminosi — mi trattennero più del necessario.
— “Finalmente… ti vediamo sempre nel tuo ufficio. Non osavamo entrare.”
La sua voce era più morbida di quanto immaginassi. E mentre ci scambiavamo gli auguri, capii che non era soltanto cordialità. C’era un’attenzione sottile, quasi divertita. Una curiosità. Come se quella donna, che avevo osservato per anni senza mai avvicinare davvero, avesse deciso in quel momento di accorgersi di me.
L’incontro finì in fretta. E proprio per questo mi rimase addosso.
Quella sera ripensai a lei con una lucidità nuova. Non avevo un numero di telefono, ma avevo la mail. E mi dissi che un ringraziamento — un gesto educato, normale — poteva essere la strada più semplice per riaprire quel breve istante.
Scrissi poche righe.
Lei rispose quasi subito.
Disse che era stata felice di conoscermi, che le aveva fatto piacere sentire la mia voce. E poi, con una naturalezza disarmante, aggiunse che al ritorno dalle vacanze le sarebbe piaciuto bere un caffè insieme.
Un caffè.
Una parola innocente. Ma io, mentre leggevo, sentii il peso di ciò che stava accadendo davvero: quella frase non era un invito qualsiasi. Era un varco.
Accettai con discrezione. Senza entusiasmo eccessivo, senza allusioni. Ma dentro di me ero già in movimento.
Ci accordammo per il 7 gennaio.
Mi disse di raggiungerla presso un residence dove gestivano alcuni appartamenti in formula B&B. Doveva portare della biancheria pulita. C’era un bar sotto: “Ci prendiamo un caffè lì.”
Quel pomeriggio era gelido. La nebbia rendeva tutto ovattato, come se la città fosse coperta da una coperta grigia. L’inverno aveva il suono delle cose lontane.
Quando arrivai e la vidi, capii subito che non era lì per un caffè.
Ci stringemmo la mano, e nel modo in cui mi guardò — un istante più lungo, un sorriso più trattenuto — sentii la stessa sensazione di prima: come se lei sapesse già dove avrebbe portato quel momento.
Parlammo. Del niente, in realtà. Vacanze, lavoro, cose leggere. Ma ogni frase sembrava solo un pretesto, perché la verità era altrove. In quel magnetismo che non lasciava scampo.
Quando tornammo verso le auto, parcheggiate vicine, lei disse con semplicità:
— “Ti va se ci fermiamo un attimo in macchina? Fa un freddo terribile…”
Annuii.
E lei aggiunse:
— “Dietro. Si sta più comodi.”
Fu un dettaglio minuscolo, eppure definitivo. Perché a volte una frase così, pronunciata nel modo giusto, non è più una proposta: è una decisione.
Salimmo.
Dietro, la macchina era uno spazio chiuso e protetto, vetri scuri, nebbia fuori. Nessuno ci vedeva. Eppure mi sembrò che tutto, in quel parcheggio, potesse sentirci.
Lei non perse tempo.
Si avvicinò e mi baciò come se stesse recuperando anni di attesa. Non c’era esitazione né dolcezza: c’era una fame precisa, netta. Era una donna che non chiedeva permesso — e io, per un attimo, mi ritrovai spiazzato, come se stessi vivendo una scena che non avevo mai immaginato potesse accadere davvero.
Il resto fu una travolgente passione, la sua bocca che prendeva il mio membro e lo faceva scomparire, poi con la schiena sul sedile e le gambe aperte, il suo sesso, bellissimo, caldo, bagnato e profumato di sesso, quel profumo vero di donna, un abbandono violento e perfetto, il corpo che decide al posto della mente, io che entro dentro di lei, la faccio godere, venire più volte e alla fine esplodere dentro la sua bocca, calda vogliosa.
Quando tutto finì, restammo immobili qualche secondo. Il vetro appannato, il respiro ancora caldo, il silenzio pieno.
Lei mi guardò con gli occhi lucidi e disse piano:
— “Così… non mi era mai successo.”
Scese con calma. Si sistemò i lunghi capelli neri, come se nulla fosse accaduto.
E prima di chiudere la portiera, mi regalò un sorriso breve ma chiarissimo.
— “Ci rivediamo.”
Non era una domanda.
Era una promessa.
E infatti ci rivedemmo.
Negli stessi luoghi improbabili, con la stessa adrenalina addosso. Lontano da occhi indiscreti, ma mai davvero al sicuro. Parcheggi, motel, appuntamenti rubati al tempo e alla coscienza. Una doppia vita fatta di messaggi, attese, silenzi improvvisi e ritorni furiosi.
Per due anni.
Finché, un giorno, lei smise di rispondere.
Messaggi letti e mai più replicati. Chiamate ignorate. Quella sensazione sorda che qualcosa si fosse spezzato, o che qualcuno avesse messo le mani dove non doveva.
La aspettai fuori dalla sua azienda. Quando finalmente la vidi, le chiesi solo di fermarsi un momento. Lei si bloccò, come se avesse paura persino di parlare.
Aveva lo sguardo teso. Il volto diverso.
— “Ho fatto una cazzata,” disse subito, senza girarci intorno.
Rimasi in silenzio.
Lei deglutì.
— “Ho detto a mio marito che volevo rimettere la spirale. E lui… lui mi ha chiesto perché.”
Fece una pausa. Gli occhi le tremavano appena.
— “Da quel momento mi ha messo addosso gli occhi. Mi controlla. Mi sta addosso. Non posso più…”
Le parole le uscirono come una resa.
E poi, quasi con rabbia contro se stessa:
— “Dobbiamo sospendere. Almeno per un po’. Devo respirare.”
Io non dissi niente. Perché in quel momento capii una cosa: non era finita per scelta, era finita per paura. E la paura, quando arriva, non lascia spazio alla passione.
Lei fece un passo indietro.
— “Non cercarmi. Ti prego.”
E se ne andò.
Lasciandomi addosso una sensazione strana: non quella di una storia finita, ma di una storia interrotta.
Come se quello che avevamo vissuto non potesse davvero sparire.
Solo… aspettare
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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