Lui & Lei
la signora dei martedì
23.10.2026 |
1.963 |
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"»
Ha iniziato a muoversi, con un ritmo lento e ondulato, e io l'ho afferrata per i fianchi, guidandola..."
Il temporale flagellava i vetri dell'abitacolo come se volesse entrare, ma dentro la macchina l'aria era diventata incandescente, carica di un'elettricità che non c'entrava nulla con i fulmini fuori.
Io sono Luca, ho quarantacinque anni, e per tre anni ho osservato ogni martedì quella donna entrare in ufficio con il suo tailleur grigio perla, i capelli castani raccolti in uno chignon severo, gli occhiali spessi che le nascondevano metà del viso.
La chiamavo "la signora dei martedì", e ogni volta che la vedevo, qualcosa dentro di me si accendeva.
Non sapevo spiegarmelo: era così castigata, così riservata, così assorbita dal suo lavoro che sembrava quasi invisibile.
Eppure, nei rari momenti in cui pensava di non essere osservata, intravedevo nei suoi occhi verdi un lampo, un bagliore, come se sotto quella scorza di ghiaccio ci fosse un vulcano pronto a esplodere.
Stasera il vulcano è esploso.
L'ho vista sotto la pensilina dell'autobus, fradicia, i capelli incollati al viso, gli occhiali appannati. Sembrava una gattina sperduta, e non ho potuto fare a meno di avvicinarmi.
«Lei è la signora dei martedì, vero? Posso offrirle un passaggio? Con questo diluvio, l'autobus non passerà prima di un'ora.»
Ha sollevato lo sguardo, e per la prima volta l'ho vista davvero.
Senza gli occhiali, i suoi occhi erano due gemme verdi, intense, magnetiche.
Mi hanno trafitto come lame.
«Non dovrei accettare passaggi da uno sconosciuto... ma con questo tempo... sì, grazie accetto volentieri»
L'ho accompagnata alla macchina, aprendole la portiera.
Mentre si sedeva, la gonna del tailleur si è sollevata appena, rivelando un accenno di coscia pallida e liscia.
Ho distolto lo sguardo, ma era troppo tardi.
Il mio corpo aveva già iniziato a reagire.
«Abito in via dei Gelsomini, 14» ha detto, sistemandosi la borsa sulle ginocchia.
«Perfetto, è sulla mia strada.»
Ho messo in moto e ho iniziato a guidare, ma dentro la macchina l'aria era carica di qualcosa di elettrico.
Ho notato che si era tolta le scarpe, e i suoi piedi nudi, con le unghie laccate di rosso, erano appoggiati sul tappetino.
Un dettaglio così intimo, così fuori posto rispetto alla sua immagine castigata, che mi ha fatto venire un nodo alla gola.
«Lei è sempre così... riservata, in ufficio» ho detto, cercando di fare conversazione.
«Sono una persona riservata, sì» ha risposto, con un mezzo sorriso.
«Ma non è detto che la riservatezza sia noia, sa?» Il suo tono era cambiato, più morbido, più giocoso.
Ho gettato un'occhiata di sbieco e l'ho vista: si era slacciata i primi due bottoni della camicetta, rivelando un accenno di scollatura.
Il mio sguardo è rimasto lì un secondo di troppo, e lei l'ha notato.
«Le piace quello che vede, signor Luca?» ha chiesto, con una voce che non avevo mai sentito.
«Io... io non volevo...» «Non si scusi.
Mi piace quando un uomo guarda, mi fa sentire viva.»
Il traffico era bloccato, il semaforo rosso.
Lei si è girata verso di me, i suoi occhi verdi due braci, il petto che si alzava e si abbassava con un respiro più profondo del normale.
«Sa cosa penso?» ha detto, avvicinandosi.
«Penso che siamo due persone che si guardano da anni senza mai toccarsi, e penso che sia un peccato.»
Ha allungato una mano e l'ha appoggiata sulla mia coscia.
Ho sentito il calore della sua pelle attraverso i pantaloni, e il mio cazzo è diventato duro come una roccia.
«Signora... io...»
«Chiamami Elena» ha sussurrato, avvicinandosi ancora.
Il suo profumo, un mix di vaniglia e qualcosa di più selvaggio, mi ha avvolto. «E non parlare. Non rovinare il momento.»
Il semaforo è diventato verde, ma non mi sono mosso.
Dietro di noi, qualcuno ha suonato il clacson, ma non l'ho sentito.
Tutto ciò che esisteva era la sua bocca, a un centimetro dalla mia, e il suo respiro caldo sulla mia pelle.
«Ho una fantasia» ho detto, con un sorriso che non le avevo mai visto.
«Ho una fantasia che mi accompagna ogni martedì, quando ti vedo entrare in ufficio.
Ti immagini cosa sia?»
«No...» ha ansimato «ma lo posso immaginare...» .
«Ti immagini di fermare la macchina, di portarmi in un posto isolato, e di scoparmi sul sedile posteriore come una sgualdrina? Ti immagini di strapparmi questo tailleur castigato e di leccarmi finché non urlo il tuo nome?»
Le sue parole mi hanno colpito come un pugno allo stomaco.
Ho guardato intorno, ho trovato un posto adatto e mi sono fermato.
Ora eravamo veramente fermi in una stradina laterale, nascosti dagli alberi.
Il temporale aveva allontanato i passanti.
Era il momento perfetto.
«E se ti dicessi che è esattamente quello che voglio fare?» ha risposto, la voce roca e mi ha sorriso, un sorriso da predatrice, e si è sporta verso di me.
Le sue labbra hanno sfiorato le mie, un bacio leggero, poi più profondo.
La sua lingua ha incontrato la mia, e ho sentito un'ondata di calore scendere lungo la schiena. «Allora fallo» ha sussurrato. «Fallo, Luca. Prendimi, la tua fantasia stasera sarà anche la mia»
Ho spento il motore.
Mi sono girato verso di lei, l'ho afferrata per i capelli, ancora umidi di pioggia, e l'ho baciata con una furia che non sapevo di avere.
Lei ha emesso un gemito contro le mie labbra, e ho sentito le sue mani che mi sbottonavano la camicia, che mi toccavano il petto, che scendevano verso la cintura.
«Ti voglio in bocca» ha detto, con una voce che non ammetteva repliche.
«Ti voglio in bocca, ora.»
Si è inginocchiata sul sedile del passeggero, e ha aperto i miei pantaloni.
Ho sentito le sue dita fresche che avvolgevano il mio cazzo, e ho gettato la testa all'indietro, un gemito soffocato.
Ha leccato la punta, lentamente, assaporandola, e poi l'ha presa in bocca, tutta, fino in fondo.
«Oh, cazzo... Elena...» ho ansimato, afferrandole i capelli.
Ha iniziato a muovere la testa, su e giù, con un ritmo perfetto.
La sua bocca era calda, umida, esperta.
Ha usato la lingua sulla punta, poi ha affondato di nuovo, fino a toccarmi la gola.
Ho sentito il piacere montare, inarrestabile, e ho cercato di fermarla.
«Aspetta... non voglio venire ancora...»
Ha sollevato la testa, con un filo di saliva che la collegava al mio cazzo.
«Chi ha detto che puoi decidere tu?» ha detto, con un sorriso malizioso.
«Stasera comando io.»
Si è alzata, si è tolta la camicetta, rivelando un reggiseno di pizzo nero che lasciava intravedere i capezzoli già duri.
Ha slacciato la gonna, che è caduta a terra sul tappetino con un fruscio, e ha rivelato un perizoma nero, minuscolo, che non lasciava nulla all'immaginazione.
«Sorpreso?» ha chiesto
«Pensavi che fossi una donna castigata, vero? E invece sotto questo tailleur da impiegata modello, c'è una donna che muore dalla voglia di essere scopata.»
L'ho afferrata per i fianchi e l'ho tirata a me.
Ho sentito il suo calore attraverso il perizoma, e ho infilato una mano sotto il tessuto, trovando la sua fica già bagnata.
«Sei già pronta» ho sussurrato.
«Sono pronta da tre anni, Luca» ha risposto, mordendomi il labbro.
«Ogni martedì, quando ti vedevo, tornavo a casa e mi toccavo pensando a te. Ora non farmi aspettare oltre.»
Ho abbassato il perizoma, e l'ho fatta salire su di me, a cavalcioni.
Ho sentito la sua fica calda e umida sfiorare il mio cazzo, e ho trattenuto il respiro mentre si abbassava, lentamente, prendendomi tutto dentro.
«Oh, Dio...» un altro gemito, gettando la testa all'indietro.
«Sei così grosso, così duro... così perfetto...mi desideri anche tu come ti desidero io...»
Ha iniziato a muoversi, con un ritmo lento e ondulato, e io l'ho afferrata per i fianchi, guidandola.
I suoi seni rimbalzavano davanti ai miei occhi, e ho abbassato la testa per succhiare un capezzolo, mentre lei gemeva sempre più forte.
«Sì... così... non fermarti...» ha implorato.
Il sedile posteriore era diventato il nostro palcoscenico.
L'ho girata, mettendola a quattro zampe, e l'ho presa da dietro, con spinte profonde e potenti.
Ho sentito le sue unghie graffiare il rivestimento in pelle, e i suoi gemiti riempire l'abitacolo. «Scopami, Luca... scopami come una puttana...» ha urlato.
Ho accelerato, il piacere che montava inarrestabile.
Ho sentito il suo orgasmo contrarsi attorno a me, e ho perso il controllo, venendo dentro di lei con un grugnito gutturale.
«vengo…»
«Si inondami del tuo seme Luca, riempimi ti prego... sono la tua puttana...»
Siamo rimasti lì, ansimanti, sudati, avvinghiati l'uno all'altro.
Fuori, il temporale era cessato, e la luna faceva capolino tra le nuvole.
«Elena...» ho sussurrato, baciandole la nuca.
«Questo è stato...»
«Il primo di molti» ha detto, girandosi per guardarmi.
«Perché ora che ti ho assaggiato, non posso più farne a meno.»
Ed aveva ragione, da quel giorno, la signora dei martedì non è più la stessa.
Ogni martedì, dopo il lavoro, ci ritroviamo in quella stradina laterale, e lei si toglie il tailleur castigato per rivelare la donna selvaggia che si nasconde sotto.
Ed io, ogni volta, la scopro di nuovo, come se fosse la prima.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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