Lui & Lei
Viaggio di sola andata, pt.1
14.11.2025 |
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"Nell'escursione di uno di questi movimenti, verso l'alto, si slanciò un po' di più, così da permettere al cazzo di rizzarsi un po', quel tanto che bastava perchè lei, scendendo di nuovo, se..."
Nulla, in quel momento, faceva presagire le cose strazianti che di lì ad una settimana sarebbero successe. Sembrava che fosse lì da una vita, o almeno così si sentiva, come se ci fosse nato addirittura. In quel momento, su quel balcone, tutto era pace. Eppure era lì solo da un manciata di ore, tanto che i dettagli gli ronzavano ancora nella testa, come stessero scazzottando tra loro per affacciarsi a quella finestra del cervello che fa visualizzare immagini. Un turbinio continuo. Non che fosse di grande disturbo, o un fattore che distrae; riusciva comunque a seguire quel che lei diceva, anzi gli permettevano di godere al meglio di quella quiete, di respirarne a pieno ogni boccata. E mentre Giulia parlava, la mente camminava ancora ripercorrendo quella giornata, frenetica ed elettrica fino a poche ore prima.Si ricordava delle commissioni sbrigate, che non potevano essere rimandate, al mattino, presto, quando ancora si trovava in un'altra regione, la propria. Ormai non si chiedeva più se fosse vero, né tantomeno se stesse per fare la cazzata del secolo. Erano passati i primi tempi, quando si chiedeva dove sarebbe andata a parare quella conoscenza a distanza, se non ci fosse qualcosa di malsano dietro una conoscenza partita su un sito d'incontri sessuali dopotutto, tra l'altro andare in un'altra regione come primo incontro, che cosa ci fosse di diverso in quella ragazza, addirittura se non ci fosse qualcosa dietro, qualcosa che non quadrasse, perchè davvero non si capacitava di come potesse piacere, uno così, ad una ragazza così. Ma poi aveva ragione lei dopotutto: dopo tutti quei mesi di conoscenza, anche se in realtà erano stati solo 5 ma espansi all'inverosimile per via della maledetta relatività, accontentandosi di videochiamate su skype e qualche stuzzicarsi qua e là su whatsapp, e dopo non poche tribolazioni, i giorni immediatamente precedenti la partenza erano diventati una tale agonia, man mano che si avvicinava il big-day, come a lei piaceva chiamarlo, che finalmente era giunta soltanto la valvola di sfiato per tutta quella tensione e non aveva davvero il benché minimo senso ripercorrere i trascorsi. E pensare che, fino all'ultimo, la vita non si era esonerata dal voler fare ancora una volta la protagonista rischiando di far saltare tutto, complice una nonna che sarebbe stata lasciata in fin di vita, e chissà se sarebbe stata viva al suo ritorno.
A tutte queste cose, ed a molte altre, pensò per tutto il viaggio, tra scali, coincidenze da prendere e cambi vari. Il tutto cercando ora di cogliere ogni colore dei paesaggi che si susseguivano, ora di forzarsi ad addormentarsi per acquietare l'adrenalina e far passare il tempo più velocemente, ora di ascoltare qualche canzone portando il ritmo con una gamba, ora scambiando qualche messaggio con lei che, sembrando avere le stesse difficoltà nel far passare il tempo, gli mostrava prima lo smalto scelto per l'occasione, magenta, poi i capelli finalmente sistemati, poi la sigaretta accesa per sbaglio dal lato del filtro, ora facendo conversazione con quel simpatico e chiacchierone signore seduto sulla fila opposta, in posizione speculare alla propria. Per una volta non si scazzava ad interagire con un'altra persona. Si concesse perfino il lusso, alla domanda "e dove stai andando?" di sbilanciarsi rispondendo di stare andando a trovare la propria ragazza. In qualsiasi altro momento non avrebbe osato dirlo, molto per scaramanzia ed altrettanto perchè gli sarebbe suonato incredibilmente idiota. Eppure nel dirlo, idiota non lo si era sentito affatto. In fondo era stato sempre tutto particolare, fin dall'inizio, con lei, quella conoscenza si era andata entro poche settimane configurando come una situazione del tutto straordinaria, un'isola nell'oceano dell'ordinario.
Dopo quelle 6 ore piene di viaggio, cominciate con un caldo innaturale per esser dicembre e finite con qualche strato di indumenti in più addosso, era arrivato all'ultimo cambio di treno. Un saluto al signore dirimpetto che gli assicurò che, sì, era quella la fermata, poichè faceva quella tratta settimanalmente. Le gambe un pochino tremolavano percorrendo il corridoio della carrozza. Ma forse era solo perchè era stato fermo per ore.
Giulianova. "Ok, fin qui tutto giusto", pensò. Una risata sardonica pensando alla coincidenza dei nomi. Due messaggi per avvisarla che nel giro di tre quarti d'ora sarebbe arrivato, a meno che non fosse salito sul treno sbagliato proprio allora, finendo da tutt'altra parte, dato che non c'era traccia di un capostazione che potesse indicargli il binario giusto. A questo ci pensò una signora che doveva prendere esattamente il treno con la sua stessa destinazione.
E dopo quell'altra mezz'oretta abbondante, era finalmente arrivato nel posto giusto. Un messaggio vocale. Lei era in macchina, era da poco partita dal suo paese e sarebbe arrivata nel giro di un quarto d'ora,traffico permettendo. La informò che forse avrebbe tardato un pochino, dovendo raggiungere a piedi il B&B, non lontano, certo, ma volendo farsi una doccia al volo per togliersi un po' di stanchezza di dosso. "Non ti preoccupare, fai con calma, io trovo un bar lì vicino, prendo il posto, e fumo quelle 30 sigarette finché arrivi. Poi ti mando la posizione". Era una cosa bellissima di lei, l'ironia condita da quella che chiamava "risata isterica", quando era in tensione, specie se una tensione positiva a cui era disabituata.
Risposto al messaggio ed uscito dalla stazione, si fermò davanti all'edificio stesso, nel parcheggio della stazione, lasciando apposta che tutti gli altri passeggeri del treno lo sorpassassero. Posò la valigia e si godette, lì fermo, una delle migliori sigarette che si ricordi. Durante l'ultima tratta, era definitivamente calato il buio, nonostante fossero circa le 17.15. Il respiro si condensava in una nuvoletta quando espirava. Attivare il navigatore, inserire l'indirizzo del B&B, scegliere l'opzione del percorso pedonale. E, valigia alla mano, s'incamminò. Il trolley portato con una mano, il cellulare nell'altra, si godette ogni passo ed ogni scena durante il tragitto. Camminava apposta senza il solito passo svelto, per afferrare ogni sensazione al meglio, per assaporare ogni boccata d'aria fredda, che cercava di fare più profonda possibile, per notare ogni colore di città alla sera: il ponte in pietra bianca, i fari incastonati nel suo pavimento, l'alta gravina sottostante con quello che sembrava un parco, la stradina fatta di sampietrini che saliva leggermente e si addentrava in quello che sembrava essere tanto il centro storico, in cui si trovava il B&B, e qualsiasi altra cosa. Si sentiva a suo agio, pur nella trepidazione. Dopo 10-15 minuti di quella passeggiata, finalmente raggiunse il B&B, e passato un leggero senso di panico sorto dopo che, fatto avanti e indietro nella stradina, non era riuscito con la prima ricognizione a trovare la minuscola insegna in coccio dipinto, entrò, fece la conoscenza del gestore, un'amabile chiacchierata mentre gli veniva mostrata la camera e date le indicazioni su colazione, utilizzo della macchinetta del caffé, ed infine le chiavi, ed ecco che era finalmente di nuovo solo. Era una camera molto carina, piccola e confortevole; sebbene non avesse la più pallida idea di che stile si trattasse, gli piacque, con la poltrona ad angolo accanto ad un'elegante lampada nella camera da letto e la cucina sobria. Un'occhiata anche al piccolo balcone, per il quale c'era ingresso sia dalla camera da letto che dall'adiacente cucina, e che si affacciava su un cortile in pietra, piano di piante, appartenente alla casa dei genitori del gestore, residenti al pian terreno dell'edificio; sullo sfondo, nella notte fredda e limpida, tra le luci aranciate dei lampioni, le case caratteristiche di un centro storico ed un campanile di chiesa, forse una cattedrale, che svettava oltre i tetti. Immancabile la sigaretta sul balcone, tra le braccia di una nuova atmosfera.
Rientrò poi, concedendosi un minuto steso sul letto per continuare a pasteggiare quella sensazione, prima che un pensiero lo riscuotesse. "Cazzo, il telefono", ricordandosi che era squillato durante lo scambio di convenevoli col gestore: oltre 15 minuti prima, lei era arrivata, aveva trovato parcheggio all'imbocco, giù, della via che portava al centro storico e che era zona a traffico limitato, e risaliva la stessa diretta al bar che sarebbe stato a 50 metri in linea d'aria dal B&B. Un "sono appena uscito di doccia, il tempo di vestirmi e arrivo", allora si diede da fare, affrettandosi ad infilarsi sotto la doccia, asciugarsi alla bell'è meglio, deodorarsi e profumarsi, lavarsi i denti, indossare un jeans ad un maglioncino, il cappotto, e precipitarsi di nuovo per le viuzze del centro storico.
Di nuovo in strada a tempo di record, il portone in legno del B&B alle spalle, prese il cellulare, aprì il messaggio contenente la posizione, che inserì nel GPS, ed incamminandosi le telefonò. Un po' per smorzare l'agitazione, entrambi, ed un po' per trovare il posto giusto, cominciarono a chiacchierare telefonicamente per quei 5 minuti, con lei che provava a guidarlo telefonicamente, e lui che a tratti sentiva sopra la voce di lei quella della signorina del navigatore che gli intimava di svoltare attraverso un muro; per ben due volte si ritrovò nello stesso punto in cui, complice una prospettiva sfortunata, credeva di essere in una strada cieca, con un porticato a chiudere la via; solo al terzo passaggio da quello stesso punto si accorse che il muro dirimpetto, che pareva chiudere completamente la via, in realtà nascondeva la svolta, sul cui angolo c'erano i tavolini esterni proprio dell'agognato bar.
La vide, che parlava al cellulare, lì seduta al tavolino più vicino al margine dell'area del bar, delimitata da vasi di siepi. "Eccoti, ti vedo!". Poi un attimo fermo, coi piedi piantati a terra, roba di due secondi, ed in silenzio: il tempo di cogliere la chioma scura dagli inconfondibili riflessi rossicci sotto la luce dei lampioni esterni del bar, che ricadeva a coprirle il volto quando lei abbassò la testa e si portò una mano al viso, dopo averlo notato anche lei, lì impalato.
Allora lui si rimise e coprì in men che non si dica quegli ultimi 10 metri che li separavano. Lei, dopo un ultimo sguardo imbarazzato da qualche parte sulle proprie ginocchia, si alzò, ed ebbe uno slancio verso di lui, subito trattenuto, ma dopo che si era notato. Lui le andò in soccorso "beh...fanculo, posso salutarti?" e la prese con entrambe le braccia per avvicinarla a sé e darle baci sulle guance. Senza farlo apposta, indugiò nel contatto per qualche istante in più, opportunamente dilatatosi, per bearsi della sensazione che gli dava quella pelle liscia e pallida, seppure fredda, che era proprio come aveva immaginato guardandola attraverso lo schermo di un PC.
Notò subito che lei non si era inondata di profumo, non era lontanamente esagerato, per quel poco che era in grado di capire in quel momento poteva benissimo essere la traccia residua di un bagnoschiuma. Era cosa sublime per i sensi.
Guardatisi per qualche secondo negli occhi, lei sorrise, e si sedette, seguito subito da lui, che si accorse di dover limitare il sorriso che non sapeva di avere, né da quanto. Lei era visibilmente contratta, la sigaretta a metà che si fumava sola nel posacenere, e già se ne accese un'altra. Lui semplicemente dissimulava meglio. Ma se ne accese una per farle compagnia. Lo colpì a fondo, per alcuni tratti estremamente estroversi e disinibiti che aveva conosciuto di lei, vederla così in difficoltà.
Ma non durò molto. Cominciando lui a parlare con la naturalezza che avevano acquisito nei mesi passati, non ci volle molto perché anche lei se ne ricordasse, e parve acquietarsi e acclimatarsi: fu un continuum fisiologico, una transizione impalpabile, e naturale come lo è il respirare. Parlarono di tutto, come vecchi amici di scuola che non si sono mai dimenticati ma che si sono tenuti aggiornati negli anni, dalle peripezie del viaggio, lui, alle raccomandazione della sorella di lei che la pregava di non fare la stronza stavolta e di trattarlo bene. Al cane, al coniglio, alla scuola di ballo, alle famiglie, alla cioccolata calda servita che era diversa da come lui se l'aspettava, come la riceveva dalle sue parti: qui era più un budino. Durante tutto il tempo, lei oscillava dal guardarlo negli occhi ad abbassare lo sguardo, in una timidezza troppo tenera che tradiva eloquentemente quanto da lei solo una volta ammesso in tutti quei mesi, e cioè quanto poco fosse abituata a sentirsi coinvolta emozionalmente; lui raramente le staccava gli occhi dal viso invece, soltanto per assicurarsi che il cucchiaino fosse nella rotta giusta verso la bocca o per ciccare senza rischiare di dar fuoco alle siepi. Non le staccò gli occhi di dosso neanche quando lei si sciolse abbastanza da prenderlo per il culo per via di quel bigliettino che lui si era fatto come promemoria di cose da dire, nel caso fossero capitati momenti di silenzio. "Non vorrei che capitassero quei silenzi pieni di disagio, e che allora tu mi dicessi tipo che devi andare, che si è fatto tardi, non sono pronto a sentire che devi andare", le addusse come spiegazione. Ma non ci fu bisogno di usarlo, se non per riderci su.
E mentre parlavano, d'un tratto tornando a guardarsi intorno scoprirono che il bar era ormai deserto fuori, con solo qualche cliente dentro che si godeva una birra al bancone, e così era anche il corso che risaliva di fianco al bar, con solo ogni tanto qualche figura imbacuccata che procedeva a passo svelto.
Solo allora si accorsero che erano passate abbondantemente le 21.00, e si accorsero che, effettivamente, lì fuori un po' freddino faceva. Il freddo ed il vento degli Appennini, che arrivava secco e gelido in quella conca ai loro piedi, quasi da clima continentale, d'altronde in dicembre, almeno non entrava nelle ossa, ma tagliava e sferzava ogni lembo di pelle esposta. Lui muoveva la gamba come portando il ritmo ad una canzone da 2,30 ore di durata, lei con la mano che non usava per fumare che portava il guanto, avvolta nella sciarpa pesante e col suo berretto bordeaux con pompon che si difendeva come meglio poteva. Si ritrovarono in piedi sul corso piastrellato in sampietrini, e prima ancora di pensare di riprendere il discorso lasciato in sospeso prima di pagare lui di getto propose "prendiamo qualcosa da mangiare ed andiamo da me?". Fu spontaneo, non premeditato, e soprattutto per offrire un riparo a lei,ora decisamente intirizzita a braccia conserte per scaldarsi nel giubbotto, che chissà come doveva star patendo il freddo, con a coprire la metà inferiore solo quella gonna fin quasi alle ginocchia e le calze scure. A primo impatto, pensò che l'entusiasmo di lei nell'accettare fosse dovuto proprio alla prospettiva di un riparo. Non era così, come scoprì per messaggi pochi giorni dopo.
E continuarono dunque a parlare, riprendendo da dove avevano lasciato più tanto altro ancora, dagli amici al lavoro, mentre percorsero in su e poi di nuovo in giù tutto il corso, passando per piazza Sant'Anna, alla ricerca di qualche pseudo-rosticceria aperta. Macché, dall'atmosfera pareva la vigilia di Natale e che tutti si fossero rinchiusi in casa per lasciare indisturbato Babbo Natale a fare il suo lavoro. Allora a lei venne in mente una pizzeria probabilmente aperta, ma ci dovevano arrivare in macchina; ridiscesero dunque il corso per raggiungere la sua Renault Clio vecchio modello, color verde scuro. Davanti alla macchina lei disse "guida tu però", senza accettare rimostranze. Anche su questo punto avrebbe avuto chiarimenti via messaggio solo qualche giorno dopo: "non ce la facevo proprio a guidare, avremmo rischiato di schiantarci".
Con lei come navigatore dunque, raggiunsero la pizzeria, finalmente aperta, ordinarono due margherite e due birre da portare e, fintanto che le pizze fossero state pronte si concessero una birra da consumare sul posto, finalmente al caldo di un locale. "Però...dà soddisfazioni la fanciulla nel bere birra! Non sei affatto un tipo da vino, avevi ragione." Gli raccontò anche di come il gestore della pizzeria in cui si trovavano non potesse soffrirla (e che quindi, chissà, probabilmente avesse finto di non riconoscerla) per via di una volta in cui lei, lavorandoci insieme in un altro posto, lo aveva duramente ripreso. Finché le pizze furono pronte, le birre finite, e pagato il conto si avviarono, sempre lui alla guida, per parcheggiare l'auto all'imbocco della strada che conduceva al B&B che lui aveva risalito valigia alla mano quando era arrivato, diretta parallela del corso, e risalirla insieme stavolta, le pizze in mano a lui e le birre nella borsa di lei.
Arrivarono in camera, che lei apprezzò in quanto, a suo dire, non avrebbe scommesso ci fossero strutture così carine dalle sue parti, e si sistemarono a tavola senza troppi convenevoli per la cena, passate le 22.00. Cena che trascorse serenamente, ed anzi fu anche piuttosto breve, con le pizze avanzate per metà e le birre anche. La stanchezza era calata su entrambi, a spegnere definitivamente il primo tipo di tensione come cenere buttata sul fuoco. Furono 10-15 minuti, quelli della cena, all'insegna di una calma quasi innaturale, interrotta solo da un picco d'emozione quando lei, nel silenzio, all'improvviso sorrise, e venendole domandato il perchè disse due parole così semplici che anche i bambini sanno dire, "sono contenta", il che fu come se col dito avesse pigiato direttamente sul cuore di lui.
Decisero di riprendersi da quel mezzo torpore post-prandiale facendosi schiaffeggiare un po' dal vento frizzante, concedendosi una sigaretta sul balcone. Copertisi a dovere, ci uscirono, sistemandosi l'uno dirimpetto all'altra, poggiati entrambi di lato sulla ringhiera, illuminati soltanto dalla fioca luce dei lampioni lontani, sulla strada oltre il cortile e le case, continuando a parlare.
E così nulla, in quel momento, faceva presagire le cose terribili e strazianti che di lì ad una settimana, e per i mesi a seguire, sarebbero successe; sembrava che lui fosse lì da una vita, o almeno così si sentiva, come se ci fosse nato addirittura, ed in quel momento, su quel balcone, tutto era pace. Sentiva come se la vita intera, con ogni suo evento, si fosse dipanata per condurlo a quel momento, con quella persona, come se tutte le sconfitte fossero state pesate su un piatto della bilancia e sull'altro fosse stato finalmente messo un peso che pareggiasse i conti.
Si parlava di cose più intime, si parlava di debolezze, di imbranataggini, di tentativi di stupro, di bulimia, si apriva l'ultima porta blindata. Per arrivare ad una di lei candida ammissione, "ti ricordi ieri, quando ti dissi che dovevo andare ad aiutare il coreografo per il saggio di danza? Che non capivi perchè volesse proprio me, di domenica, per aiutarlo, e che secondo te voleva portarmi a letto? Poi non te l'ho detto quando son tornata, ma avevi ragione, c'ha provato. Chissà quante se n'è scopate in quella maniera". Lui cominciò ad avvertire la sgradevolmente familiare sensazione all'altezza del cardias, "e perchè non me l'hai detto poi quando sei rientrata? E poi...insomma, com'è andata la questione?". Con disarmante pacatezza spiegò lei "perchè non mi sembrava il caso di sollevare un polverone proprio il giorno prima di vederci. E se avessimo litigato e non fossi più venuto? E comunque l'ho respinto e gliene ho dette un paio, tant'è che poi ha fatto anche l'offeso, dicendo -già che c'eri potevamo pure divertirci-, e niente, gli ho detto che non mi interessa perchè sono impegnata e me ne sono andata".
Silenzio,altra sigaretta. Una dolcissima tensione, come la chiamò lei a posteriori.
Lei trovava sempre il modo di rispettare i silenzi di lui, senza pressare o insistere troppo nel chiedere cosa pensasse.
Verso la fine della sigaretta, anche se la domanda non era stata fatta esplicitamente, parlò lui.
Cominciando a spiegare qualcosa di più profondo su di sé, di insicurezze, del non avere magari quel savoir-faire che alcuni maschi hanno, di sapere quando, e soprattutto con che movenza, poter attrarre una donna a sé. "Ce l'hai invece", disse lei, la voce abbassata di un tono, quasi un sussurro. In quel momento i suoi occhi erano enormi, luccicanti e cupi di desiderio.
Fece un passo. "Sì?", domandò lui, col corpo come diviso in due: una insolita calma che teneva a bada un forte tremore generalizzato, come il forzare una testa sott'acqua con la mano per annegarla. "Hm-Hm", quel verso d'assenso musicale. Insieme, all'improvviso, si diressero l'uno verso l'altra, nessuno dei due parve essersi mosso prima, ma partirono a cercarsi insieme, le bocche si trovarono, si spalancarono, le lingue si combattevano già. Le mani di lui cercarono convulsamente il viso freddo e liscio di lei, solo per incollarselo sul proprio.
Le mani di lei poggiate sul petto di lui, che la sentì sollevarsi appena sulla punta dei piedi per star più comoda nel raggiungere la sua bocca. Ed infatti si sospinse con rinnovato vigore premendo a stantuffo la sua bocca contro l'altra, sembrando voler succhiare via tutta l'aria dai polmoni. La sua lingua era una pazza, arrivava dappertutto, lei rifiatava un secondo e ripartiva all'assalto, il contorno delle bocche era umido di saliva, lei a tratti gli mordeva ora un labbro, ora l'altro, dapprima con le sue, di labbra, e poi piano coi denti, per poi tornare ad intrecciar le lingue. Per lui, le sue labbra erano di una morbidezza inaudita, come un marshmallow, che offrivano una specie di ritorno elastico che lo spingeva a volerle sempre più voracemente, quasi che volesse davvero mangiarle la bocca con la propria.
Le mani di lei intanto gli scesero dal petto, per andare ad insinuarsi sotto il giubbotto, sui suoi fianchi; fu una scossa per lui, il contrasto tra il freddo tagliente e quella pressione delicata e calda, che divenne tremito conclamato, di quello che non si riesce a contenere per quanto lo si vorrebbe. Faceva pur sempre un freddo cane.
Anche le sue mani, che erano scivolate già a tenerle le braccia, si mossero ancora, scendendo più giù; prima sui fianchi, ma solo di passaggio, e giunsero ad afferrarle i glutei sopra la gonna. Strinse con pienezza, con forza, quel culo meraviglioso, fino ad allora solo anelato e visto tramite uno schermo, senza che fosse realmente alla sua portata. Lo palpava a pieno, tanto che una mano scivolava abbondantemente verso la fessura, ed al contempo con la presa spingeva il bacino di lei sempre più contro di sé. Quando i corpi giunsero a contatto, si rese conto che il suo cazzo era già in piena erezione, contro la quale gli piacque premere lei, per fargliela sentire. Anche se probabilmente, più che contro il bacino, data la considerevole differenza di statura, di quasi 20 cm, le premeva contro il basso ventre.
Il cazzo premeva contro i jeans, inestensibili, come a cercare una via di fuga. Una delle due mani di lei scese, lasciando l'altra sul fianco, a tastargli il pacco. Lo accarezzava, stavolta senza delicatezza, su e giù a piena mano su tutta la forma che gli opponeva resistenza. Inclinò la testa mentre faceva ciò, invitando lui a baciarla su tutto il collo candido, cosa che lui fece senza pensare, senza contenere di tanto in tanto un gemito che le sfuggiva roco, "mmh". Non seppero mai quanto stettero lì sul balcone a baciarsi e toccarsi, ma quando a lei sfuggì un gemito prolungato rispetto agli altri, si distaccò con dolcezza quel tanto che bastava per inarcarsi e guardarlo negli occhi, nel mentre un'ultima carezza sul pacco, prima di prenderlo poi per mano e condurlo di nuovo all'interno, e poi verso la camera da letto.
Fra altri baci ardenti, si tolsero i giubbotti e li gettarono con noncuranza sulla poltrona, per adagiarsi sul letto senza interrompere il contatto tra le labbra. Lei lasciò allora lui steso, sdraiato, sussurrando "aspetta, ora sistemiamo un po' ". Dopodiché si rialzò e si diresse verso gli interruttori, spegnendo la luce della camera da letto e riducendo quella dell'adiacente cucina, comunicando le due camere senza una porta di mezzo.
Lui si era tolto le scarpe, e così fece anche lei con gli stivaletti quando si avvicinò ai piedi del letto, e da lì vi risalì, trascinandosi sinuosamente e languidamente anche sul corpo di lui fino a trovarglisi sopra, di nuovo con i volti a due centimetri di distanza. Si eresse allora un attimo sulle ginocchia, per sfilarsi il maglioncino, e dopo aver sorriso dicendo "ti piace? questo l'ho comprato ieri apposta per te" riferendosi al reggiseno rosa pallido, si chinò nuovamente a baciarlo. Lui, che anche si era sfilato il maglioncino nel frattempo, conosceva le sue tette, ma vederle lì davanti, alla sua mercè, gli spense la luce: non esageratamente grandi da risultar ridicole, ma una giustissima terza per quel corpo piccolino, eppure tonde, piene sia a vedersi che, poi, a toccarsi.
Decisamente capiva ora perchè lei si fosse da sempre sentita più a suo agio nel rapportarsi sessualmente con gli uomini, senza coinvolgimenti emotivi: la seduzione emanava da lei. Non era più agitata ora, ora era nel suo elemento.
Gli piaceva immensamente avere costantemente il contatto del corpo di lei premuto sul proprio, sentiva i suoi seni schiacciati sul proprio petto, i capelli di lei che scendevano come una tendina ai lati della propria testa, sul cuscino; così come, quando appena lei sollevava la testa per guardarlo, gli piaceva vederla sorridere: un sorriso appena velato, dai tratti di per sé dolcissimi, mai aggressivi, eppure forse in contrasto col piercing a cerchietto che aveva al naso, e forse anche per le sue guance spiccatamente imporporate sulla sommità, quel sorriso che nasceva dolce assumeva una sfumatura oltremodo porca, piena di lussuria. Lui non perdeva occasione per esplorarla tutta con le mani. Un momento le mani la reggevano per il culo e accompagnavano il di lei movimento oscillatorio su di sé, il momento dopo le accarezzavano i fianchi, risalendo, per cercarle le tette il momento dopo, e stringerle, afferrarle, strizzarle, più forte del necessario, perchè voleva sentirle e quel tessuto di mezzo non aiutava. Le abbassò allora le spalline del reggiseno, e glielo abbassò, così le sue mani poterono finalmente godere del contatto con quelle armoniose sinuosità. Quanto cazzo gli piaceva toccarle! Senza guardare, sentiva al tatto anche il piercing sul suo capezzolo sinistro, su cui indugiò un po' di più, sfottendolo tra le dita, e lei si lasciava sfuggire con un fiato di voce brevi e bassi gemiti.
Poi lei, senza cambiar posizione, si inarcò appena con la schiena per raggiungere un nuovo equilibrio senza doversi poggiare sulle mani, che portò dietro per sganciarsi il reggiseno; nel mentre, lui la afferrò nuovamente in viso un po' per aiutarla con l'equilibrio, un po' come pretesto per tenerla ancora con la bocca appiccicata alla sua. Il reggiseno fu tolto e lanciato per terra, sul tappeto, e lei si alzò un attimo, sempre restando a cavalcioni su di lui, come per farsi ammirare.
E lui ammirò e se ne beò; si issò a sedere avvolgendola con le braccia dietro la schiena e si fiondò con la bocca sui suoi capezzoli. Erano tette meravigliose le sue, lo aveva sospettato da tempo: sode ma non dure, morbide ma niente di più lontano dall'essere flosce. Stavano su, perfettamente rotonde e piene e deformabili sotto le mani di lui che imperversavano a stringerle, con gesti che confluivano a far risaltare le areole, succhiate con avidità. Prima, e tanto, quella senza piercing, poi anche quella col piercing, che prese tra i denti tirando appena. Avevano proprio la stessa consistenza delle sue labbra.
E mentre era lì, seduta sopra di lui, lei non stava un attimo ferma col bacino, strusciandosi di continuo sulla patta dei jeans rigonfia ormai senza ritegno, ed il suo respiro a tratti era ansante, seppure i movimenti fossero lenti e ad ampia escursione. Un gesto a ravvivarsi i capelli, che ora con quella luce a lui sembravano palesemente rossicci, poi con una mano lo risospinse a sdraiarsi e cominciò a scivolare piano giù lungo il suo corpo, e man mano che scendeva gli lasciava baci umidi sul petto, sulla pancia, sul basso ventre. Finì quell'unico, fluido movimento, con l'accoccolarsi sulle sue gambe tra quelle di lui, divaricate, e cominciò ad armeggiare con la cintura dei pantaloni. Lui la aiutò, e poi tac! Lei sbottonò il jeans, abbassò la zip e poi appena tutto il pantalone. La deformità dell'erezione nei boxer era imponente, tanto da sollevare l'elastico dal contatto con la pelle. Le sue mani ad accarezzargli le cosce, un'altra sistemata ai capelli per portarseli tutti da un lato, e si accovacciò ancora di più tanto che lui, con la sua prospettiva, riusciva solo a vedere il rigonfiamento del cazzo e dietro una fronte pallida, due occhi enormi ed un naso con un cerchietto.
Sentì però, con un sussulto e una contrazione degni del miglior spavento, un tocco puntiforme sulle palle, esternamente ai boxer: la sua lingua che aveva raggiunto il contatto. All'inizio picchiettava, poi lasciava baci e poi, quando dalla prospettiva in alto lui vide riapparire tutto il suo viso, la lingua percorreva senza soluzioni di continuità tutta la lunghezza del cazzo, fino alla punta. Solo allora sì stacco, mosse solo gli occhi per puntarli in alto, su di lui, con un sorriso beatamente e oscenamente porco, che lui aveva visto fino ad allora solo in foto ed in video ed era immancabile, un tratto tutto di lei. Lei si fece guardare apposta mentre sorrideva, ed anzi l'ammiccamento si fece ancora più ampio dato il realizzarsi di una scena che più volte avevano dipinto per messaggi, e riprese allora a leccare la sagoma del cazzo attraverso i boxer senza più distogliere lo sguardo da lui.
Lui ora tremava. Il tremito era diventato convulso, di quello che non si riesce a trattenere come quando si ha una febbre in rapida effervescenza. Lei non potè non accorgersene, perchè pur senza metter via quell'aria seduttrice da gatta, chiese "hai freddo? stai tremando". Lui riuscì ad articolare un "uhm-uhm...sto bene". Al che lei riprese per qualche istante a leccargli l'asta, ma dato che il tremore non si placava, per quanto lui ci provasse per non farla preoccupare, lei si sollevò sulle ginocchia chiedendo con dolcezza "va tutto bene?stai tremando di brutto", e senza aspettare risposta risalì su di lui e gli si sdraiò accanto, lei con addosso solo le mutandine e lui solo con i boxer, ed i jeans calati per metà.
Stesasi accanto a lui, lei di lato e lui a pancia in su, e creando opportunamente contatto tra i corpi, tirò su entrambi le coperte, dopo che lui si era sfilato definitivamente i jeans per star comodo. Gli guidò il braccio sinistro sotto la propria testa, e lì si accoccolò: la testa posata morbidamente sul triangolo deltoideo-pettorale, e la mano posata sul suo petto, a sentire i BUM-BUM non più camuffabili. "Stai tranquillo, sono io", gli sussurrò. E rimase così, più vicina che potesse per riscaldarlo col proprio corpo, accarezzandolo con la mano sul petto e lasciandogli dolci baci di tanto in tanto sulla spalla, e chiacchierando pacatamente.
Ogni tanto con la mano che teneva sul petto smetteva di accarezzarlo, gliela portava al viso, che ruotava verso di sé per dargli qualche bacio sulle labbra. Nel volgere di 10-15 minuti in questo modo, lui si era riscaldato ed acquietato, il tremore era passato e, benché il suo pene nei boxer avesse perso la durezza ferrea, restava ben turgido e presente. Cosicché, quando lei un'altra volta gli girò il viso per baciarlo, e ci mise un po' di lingua, lui rispose, voltandosi a sua volta su un fianco per starle di fronte. Le loro bocche e le loro lingue ricominciarono ad aver fame della controparte ed a muoversi prepotentemente. In quei baci animaleschi, respirando si sentiva l'aria pregna dell'odore di saliva scambiata; in un attimo il cazzo di lui, di nuovo al culmine, premeva contro la coscia di lei, che se ne accorse e portò una mano in basso, sotto le coperte, per accarezzarlo nuovamente: la mano foggiata a conca, a percorrerlo tutto dall'alto in basso, e viceversa, con sufficiente pressione da scappellarlo appena anche attraverso i boxer. Lui non mancava di attrarla a sé stringendole il culo con una mano infilata sotto l'orlo delle mutandine, poiché non voleva sentire alcun tessuto di mezzo. Cominciarono a sudare.
Lui tolse senza complimenti le coperte, la fece girare sulla schiena, e stavolta fu lui a scendere tra le gambe di lei, accovacciandovisi in mezzo, non prima di esser sceso gradualmente come lei aveva fatto prima, e di aver indugiato qualche minuto ancora sui suoi capezzoli, ormai anche loro umidi di saliva, passando poi per il ventre di lei, su cui i suoi baci furono particolarmente attenti nella delicatezza, tanto da poter notare la pelle d'oca all'improvviso su di lei e il ventre retratto per il piacere. Finché appunto scese del tutto, dopo un ultimo bacio appena sopra le mutandine di lei. Lei divaricò appena e con mollezza le gambe, sollevandole sui piedi un pochino, così da garantirgli spazio.
Ciò che lui vide quando lei lo invitò in questo modo tra le gambe gli seccò di colpo tutta la salivazione.
Una inconfondibile macchia si stagliava al centro delle mutandine rosa orlate di nero, una macchia di rosa scuro ed umida. Si era bagnata senza esser toccata! "E qui che abbiamo?", fece lui, sinceramente sorpreso. "Eeeeeh... vedi un po' cosa mi fai", fu solamente capace di ribattere lei. Non ci pensò oltre e badò subito a scartare la sorpresa, spostando di lato le mutandine per rivelare il frutto. Lucida di umori, bollente per l'eccitazione, completamente glabra, moderatamente stretta, ma con le piccole labbra appena sporgenti, la figa lo invitava ad essere leccata, insieme all'ansimare della proprietaria.
E lui partì, dapprima con una profonda e corposa slinguata da sott'in su, dalla commissura inferiore, passando su tutta la fessura, fino al clitoride già sensibile, come testimoniato dal sussulto che lei ebbe quando la lingua giunse su di esso. E sempre sul clitoride si fermò non poco, picchiettando all'impazzata con la lingua, e solo ogni tanto leccava tutta la figa nella sua interezza.
Le mutandine erano però un impiccio, per cui cominciò a sfilargliele, con l'aiuto di lei che sollevò le gambe dando al contempo una perfetta visione in stile film porno della sua figa stretta tra le cosce tese. Senza più mutandine, tornò a rilassare le gambe nella solita accogliente posizione, e lui poté manovrare con più libertà. Era pazzo dalla voglia di leccarla, non poteva smettere. Come volesse tentare di asciugarla con la bocca, ma con l'unico risultato che quella non la smetteva di grondare liquido, che si mischiava alla saliva. Il rumore era inconfondibile, netto nel silenzio, solo coperto ogni tanto dei gemiti di lei, che si sforzava di rimanere in silenzio e di soffocarli, ma questi ogni tanto le venivano fuori strozzati e rochi.
Lui le mise anche due dita dentro, uncinate all'insù, e cominciò a stimolarla dall'interno, ed intanto andò a poggiare la sua bocca come uno stantuffo sul clitoride. Come uno sturalavandini, lo aveva circondato, e tra i rumori di risucchio e di scialacquio muoveva la lingua come un pazzo in tutte le direzioni, e poi circolarmente facendo pressione. Lei si lasciò scappare un "oddio" sospirato, ed era lei ora a tremolare, certo con piccoli tremori, ma ogni tanto con un sussulto più marcato che le faceva sollevare il bacino. La mano di lui che non aveva le dita in figa andò a poggiarsi sul ventre di lei, e subito le mano di lei la andò a coprire e stringere.
Ansimava, ora profondamente, e sollevava ed abbassava il bacino con ampie escursioni. Lui riusciva ad immaginare che lei non riuscisse a tenere la bocca chiusa, perchè sentiva di tanto in tanto i suoi tentativi di inumidirsi la bocca schioccando le labbra e la lingua. Ma perlopiù ansimava, ansimava e gemeva, nel modo più sommesso che poteva, il che però risultava solo più arrapante per lui, che sembrava voler aumentare all'infinito la velocità della lingua sul clitoride. Cominciò anche a fare escursioni in dentro ed in fuori con le dita che le aveva messo dentro; per un momento staccò la bocca dal clitoride per posarci il pollice della stessa mano con cui la penetrava, ed alzò la testa per guardarla.
Lei era incurvata, la schiena che praticamente non toccava il materasso, la testa reclinata all'indietro e la mano a stringere quella di lui sul proprio ventre.
Allora lui tornò giù con la testa, a dedicarsi al clitoride come prima e con rinnovata furia, finché i sussulti del bacino di lei non gli impedirono di proseguire con qualsiasi ulteriore movimento. "Oddio, oddio...oddio", tre volte in sequenza gemette, prendendo fiato per un secondo, ed i suoi divennero veri e propri spasmi.
Lui, tolta la bocca, potè solo tenergli le due dita piantate in figa, mentre lei si contraeva e portava l'altra mano lì dove fino ad un'istante prima lui aveva la bocca.
Passò qualche secondo prima che lei sembrasse tornare a respirare; schioccò sonoramente la bocca arida, e respirò affannosamente. Lui fece scivolar fuori le dita da lei e fece capolino tra le sue gambe, per farsi vedere. Lei abbassò finalmente la testa, toccò il materasso con la schiena e lo vide, e gli sorrise, sempre in affanno. Lui risalì su di lei, lei cercò il suo viso con la mano, lui le andò incontro e poi la baciò profondamente. Lui sentiva distintamente ancora il sapore di lei durante quel bacio, che fu pieno ma lentissimo. Quel sapore dolce, corposo ancora sulle labbra, davano un che di vischioso a quel bacio. Lei esplorava tutto con la lingua, e lui cercava di chiudere nella sua bocca quella di lei, con fare famelico, offrendo così più spazio possibile alla lingua di lei.
Allora lei guidandolo con le mani sul petto lo fece stendere supino, e tornò a scendere tra le sue gambe. Stavolta non ci andò più per il sottile, e dopo aver dato due o tre sfregate a piena mano sul cazzo, gli sfilò i boxer, che finirono a far compagnia al reggiseno per terra. Guardo un attimo prima il cazzo disteso verso l'alto sul ventre, poi posò lo sguardo su di lui, e senza distoglierlo tirò fuori la lingua e con la punta percorse tutta l'asta, dallo scroto al frenulo.
Il cazzo fremette, e con sole altre due slinguate come la prima lei lo fece erigere a pieno senza metterci mano.
Dopodiché finalmente lo strinse in mano, e con la bocca avvolse tutta la cappella. Si limitò inizialmente a succhiare solo quell'estremità, con la bocca che faceva presa perfettamente senza lasciare uno spiraglio per il passaggio dell'aria. Scivolava che era una bellezza in quella bocca calda ed umida. A tratti lo faceva adagiare nel palmo della mano, all'indietro, e cospargeva di baci scivolosi e di slinguate tutta la superficie ventrale del cazzo. Per tornare poi a rimetterlo dritto in mano e succhiarlo, stavolta prendendone di più in bocca. A volte usava solo la punta della lingua, e le labbra dispiegate, e ci strofinava sopra il frenulo, e lui aveva scosse quando lei faceva ciò, ansimava appena, e lei, ogni qualvolta faceva ciò, lo fissava negli occhi, con quel sorriso malizioso, immancabile.
Ad un tratto però, sempre tenendolo in mano, lo inclinò più verso di sé, parve muovere appena la bocca come per scioglierne la muscolatura, la spalancò, ed indirizzando il cazzo con due dita verso la cavità orale, parve come tuffarsi con la testa a prenderlo più a fondo possibile. Non arrivò a toccare la base con le labbra, e si ritrasse; due volte ancora ripetè la gestualità, e due volte ancora non riuscì ad arrivare in fondo. Lo estrasse di nuovo dalla bocca, e smanettandolo un po' ridistribuendoci sopra la propria saliva disse "ah però, complimenti". E lui, "beh, apprezzo la gentilezza".
Lei sorrise, poi tornò d'un tratto quasi seria e disse "no aspé, ora è una questione di principio però". E così ripetè un'altra volta la preparazione, stavolta lo tenne con tutta la mano, e provò nuovamente a ficcarselo in gola.
Procedendo con una lentezza esasperante, a tratti fermandosi ma senza tornare indietro, riuscì infine a toccare con le labbra la zona pelvica, il cazzo tutto in bocca. Lui sostenne appena a tempo il piacere di quella vista, ma subito dovette abbandonarsi all'indietro sul cuscino con un gemito. Lei subito, ma altrettanto lentamente, si tolse il cazzo di bocca, e lui potè vedere che sorrideva mentre recuperava un po' di saliva e diceva "ora sì". Allora, il cazzo completamente fradicio della propria saliva, riprese a segarlo ma soprattutto a pomparlo con energia, prendendolo ogni volta in bocca per metà, con movimenti ora fluidi e la bocca vorace.
Dopo un ultimo, sonoro schiocco sulla cappella, lei si ritrasse, e non sentendo più lui la caratteristica sensazione delle labbra, sollevò appena la testa, per vedere che lei si era rimessa seduta, e delicatamente gli saliva sopra. Gli andò apposta su, a baciarlo, sembrando anche premersi esageratamente contro il suo petto, schiacciandogli contro le tette, per sentire contatto. La sua figa intanto aveva schiacciato il cazzo nuovamente contro la pancia di lui, e mentre lei restava in quella posizione, a baciarlo in maniera primordiale, strusciava il bacino avanti e indietro, e così lo segava ancora con la figa.
Nell'escursione di uno di questi movimenti, verso l'alto, si slanciò un po' di più, così da permettere al cazzo di rizzarsi un po', quel tanto che bastava perchè lei, scendendo di nuovo, se lo puntasse dritto in figa. Non si aiutò minimamente con le mani. Lui, sotto di lei e con la bocca attaccata alla sua, sentì il fiato mozzarglisi in gola, perchè mai il suo cazzo aveva trovato la strada così, da solo, senza l'indirizzamento dato da una mano.
Lei staccò appena la bocca da quella di lui, ed allontanò il viso a non più di una ventina di centimetri dal suo; lui poteva così vederla in viso ed anche le sue tette penzolanti poco sotto. "Quanto fa porco quel piercing in questo momento", pensò, ed ebbe l'istinto di fiondarglisi sopra. Ma lei lo teneva fermo steso, e con movimenti minimi del bacino, effettuava una calibrazione millimetrica della sua figa sulla punta del cazzo.
Lui sentiva quel contatto, che era come una scossa elettrica continua, ed in quello che parve un tutt'uno con quel primo movimento ad issarsi su, la senti abbassarsi con più decisione, ed il cazzo circondato ed affondato sempre più in una stretta calda. A leccarla gli era sembrata più stretta, e certamente non era poi così larga, ma la fluidità con cui il suo cazzo le scivolava dentro e fuori, quella quasi assenza d'attrito, era sublime.
Lei muoveva solo il bacino, armoniosamente e lentamente, un compasso di movimento ampio: se lo faceva finire tutto dentro, fino alle palle, e poi quasi tutto fuori, cosicché lui avvertiva lo stacco dal caldo-umido di quando era dentro al quasi freddo di quando restava dentro solo la punta. Lei non diede più di cinque o sei colpi, che lui "oh, cazzo, aspetta! vengo". Lei, senza tradire fretta, si reclinò all'indietro, facendo leva sul ginocchio di una gamba e sul piede dell'altra, sollevandosi appena e facendosi sfilare via il cazzo che, dritto come un lampione esplose sperma dappertutto, mentre lei lo guardava. Lui contratto all'inverosimile, che pur nel mezzo delle scosse cloniche dell'orgasmo cercava di guardare, e gli zampilli di sborra a forte pressione che finivano ora sul ventre di lui, ora su quello di lei, ora arrivando anche grazie alle contrazioni ed i conseguenti movimenti del cazzo, sulla pagina inferiore delle sue tette e sul mento e labbro inferiore, china com'era con la testa a guardare il godimento di lui.
Lui entro mezzo minuto riprese una respirazione più regolare, per quanto affannosa, lei diede in un risolino sussurrato, e con un sorriso sardonico, sempre ferma nella stessa posizione, disse "beh...complimenti". Lui le fece eco: "perchè?". "Ehmmmm...come dire, per l'abbondanza, ecco...". Sorrise. Scese allora dal bacino di lui, rendendolo libero di muoversi e di poter così andare a prendere un rotolo di carta dalla cucina. Tornò col rotolo, il cazzo ancora dritto, perfettamente parallelo al pavimento, insolitamente non provando imbarazzo come avrebbe fatto in qualsiasi altra situazione girando nudo, ne diede qualche foglio a lei perché si ripulisse, si ripulì a sua volta, e posò il resto del rotolo sul comodino accanto al letto.
Avevano entrambi il fiatone. Allora lui tornò in cucina e subito riapparve con una bottiglia d'acqua ed un bicchiere, che riempì. Le chiese se volesse bere, e lei accettò ringraziando, "vai, bevi tu prima, tranquillo". Lui bevve con soddisfazione, poi si girò per andare nuovamente in cucina dicendo "ti prendo un bicchiere", ma lei lo fermò con un braccio, togliendogli il bicchiere di mano ed utilizzando lo stesso. Si dissetò abbondantemente anche lei, dopodiché si allungò con eleganza a poggiare il bicchiere sul comodino, accanto alla bottiglia ed alla carta scottex, e si distese sul letto, occupandone una metà ed invitando lui con un gesto della mano ad occuparne l'altra.
Si sdraiò anche lui, accanto a lei, che si accoccolò come prima un po' sul suo braccio, un po' sul suo petto e forse quella sensazione di normalità era confortevole per entrambi [...]
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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