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Gay & Bisex

Appuntamento con Marcello il militare in auto


di Danytroy
19.06.2026    |    2.709    |    5 9.6
"Più parlava, più diventava volgare, descrivendo nei minimi dettagli l'atto, compiacendosi del potere che aveva in quel momento..."
L’appuntamento su Telegram era stato un crescendo di tensione. Dalle quattro del pomeriggio il telefono aveva continuato a vibrare: prima la foto di lui in divisa, poi la condivisione della posizione in tempo reale appena varcati i cancelli della caserma. Erano da poco passate le cinque quando la sua macchina si è accostata nel punto stabilito, all'ombra degli alberi che costeggiavano il parco. C’era ancora la luce del giorno, quella luce cruda che rendeva il rischio di essere visti un carburante micidiale per l'eccitazione.
​Quando ho aperto la portiera e sono salito, l’aria nell’abitacolo era già elettrica. Marcello non ha spento il motore, lasciando l'aria condizionata a basso regime, ma i suoi occhi erano puntati dritti nei miei. Aveva ancora la divisa addosso, il colletto leggermente sbottonato e quell’aria di chi è abituato a dare ordini e a vederli eseguiti senza battere ciglio.
​«Sei in anticipo», ha detto, con un sorriso cinico che gli piegava l'angolo della bocca. «Buon segno. Significa che avevi proprio fame».
​«Non ce la facevo più a stare fermo a guardare quella mappa», ho ammesso, con la voce già leggermente alterata dal battito accelerato del cuore.
​Marcello non ha risposto a parole. Ha fatto scattare la leva del sedile, tirandolo indietro per creare spazio, e con un gesto secco e sicuro ha aperto i pantaloni della divisa. La sua virilità è scattata fuori, già tesa, imponente, con la cappella lucida e gonfia che testimoniava quanto l'attesa avesse fatto impazzire anche lui.
​«E allora inginocchiati», ha ordinato, la voce che si era fatta improvvisamente più bassa e roca. «Mettiti lì sotto e fammi vedere come te lo prendi».
​Mi sono calato nello spazio stretto tra il sedile e il cruscotto, con le ginocchia sul tappetino. Il contrasto tra la luce del giorno che filtrava dai finestrini e l'oscurità dei miei pensieri in quel momento era totale. Ho avvicinato il viso alla sua carne, sentendo l'odore forte, maschio, di chi ha passato la giornata in servizio. Quando ho schiuso le labbra e ho avvolto la punta della sua cappella, Marcello ha emesso un grugnito profondo, e le sue mani sono scattate immediatamente.
​Non è stata una carezza. Le sue dita grandi e forti si sono piantate tra i miei capelli, afferrandomi la testa con una presa d'acciaio.
​«Sì, così. Ma non siamo qui per i preliminari», ha ringhiato, spingendo con decisione il bacino in avanti. «Voglio sentirti la gola. Spingilo dentro, tutto».
​Il primo affondo profondo mi ha fatto spalancare gli occhi, togliendomi il fiato mentre la sua durezza superava il limite, andando a impattare direttamente sul fondo della gola. Marcello ha iniziato a dettare un ritmo regolare, spietato, usando la mano per guidare la mia testa avanti e indietro, costringendomi a subire ogni singolo centimetro della sua forma.
​«Ecco cosa ti piace, vero?», ha cominciato a sussurrare, la voce che diventava un flusso continuo di porcate e turpiloquio. «Guardati dove sei finito. Ti piace stare lì sotto a fare la troia per un militare, vero? Succhia, cazzo. Prenditi tutta la cappella in gola, fammi sentire quanto sei stretto».
​Le sue parole erano benzina sul fuoco. Più parlava, più diventava volgare, descrivendo nei minimi dettagli l'atto, compiacendosi del potere che aveva in quel momento. La luce del pomeriggio illuminava il suo viso tirato dal piacere, gli occhi socchiusi e i denti stretti mentre continuava a insultarmi con calore, eccitandosi per i rumori strozzati che mi uscivano dalla gola ogni volta che mi inchiodava contro il suo pube.
​«Sei una spugna, cazzo. Te lo infilo fino allo stomaco e non ti muovi nemmeno. Guarda come apri la bocca... sì, mandalo giù tutto, prenditi questa verga in gola».
​Il ritmo è diventato frenetico. La macchina sembrava quasi muoversi a tempo con le sue spinte sempre più decise. Sentivo i muscoli delle sue cosce tendersi sotto il tessuto della divisa, il bacino che cercava un contatto sempre più totale e profondo. Marcello ha accelerato, la respirazione spezzata, le parole che diventavano insulti d'estasi pura.
​«Ci siamo... cazzo, ci siamo. Sto per sborrarti in gola, stringi quella cazzo di bocca, non muoverti!».
​Con un ultimo, violento affondo, Marcello mi ha bloccato la testa con entrambe le mani, premendomi il viso contro il suo inguine con una forza che non ammetteva repliche. L'ho sentito irrigidirsi completamente, il petto che si sollevava mentre un insulto finale gli moriva in gola.
​Il primo getto, caldissimo e denso, mi ha colpito dritto in fondo alla gola. Una scarica torrenziale, potente, che ha continuato a pulsare per diversi secondi.
​«Ingoia, cazzo, ingoia tutto!», ha ordinato con un filo di voce, mentre la mano mi teneva ancora inchiodato lì, impedendomi di allontanarmi anche solo di un millimetro. «Non azzardarti a sputarne una goccia. Mandalo giù, bevitelo tutto».
​Ho obbedito, stringendo gli occhi, deglutendo colpo dopo colpo ogni singola ondata del suo piacere, sentendo il calore della sua sborra scivolare giù mentre lui continuava a sussultare sopra di me. Ho ripulito ogni angolo, assicurandomi di non lasciare nulla, assecondando la sua pretesa di assoluto controllo.
​Solo quando l'ultima pulsazione si è esaurita, Marcello ha lentamente allentato la presa sui miei capelli. Si è sfilato con un respiro profondo, esausto ma visibilmente appagato. La sua pelle era lucida, completamente pulita, priva di qualsiasi traccia, come se la mia bocca avesse assorbito ogni briciolo della sua energia.
​Si è rimesso dritto sul sedile, sistemandosi i pantaloni e la divisa con gesti calmi, mentre un sorriso di totale e soddisfatta superiorità gli tornava sul volto. Mi ha guardato dall'alto in basso, mentre io cercavo di riprendere fiato sul tappetino.
​«Bravo», ha detto, la voce che tornava al suo tono di comando abituale. «Hai fatto esattamente quello che dovevi fare».
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