Gay & Bisex
Fuori Protocollo
15.06.2026 |
287 |
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"«Vuoi prenderti gioco di me? Vuoi ridere della mia vita? Ho quarantaquattro anni, Cristian, non venticinque! Mi sono spaccato la schiena per mantenere una facciata di normalità e tu sei arrivato..."
Mi chiamo Lorenzo, ho quarantaquattro anni e una vita che, fino a pochi mesi fa, scorreva con la precisione metodica di un orologio. Sono l'uomo che incrociate in via Emilia ogni mattina: borsa di pelle consunta a tracolla, sguardo fisso su quelle pratiche che protocollo da circa vent'anni, in un ufficio che sembrava l'unico mondo possibile. Mi dicono "riservato," ma la verità è che ho semplicemente imparato a proteggermi dietro un silenzio necessario, convinto che ci fosse una dignità profonda nel non espormi mai troppo. Ho un aspetto che definirei metodico: i capelli scuri, sempre tagliati corti e ordinati, un volto segnato dalla stanchezza e da baffi folti che Noemi, mia figlia, paragona sempre a quelli di un vecchio attore di film noir. Sono alto, la corsa mi tiene asciutto, e mi nascondo dietro camicie a righe che non stiravo mai a dovere, con cravatte di poco conto che riflettevano la mia voglia di passare inosservato. Vivo in un monolocale che, dopo il divorzio da Giada, era diventato il mio unico rifugio, un luogo dove rintanarmi per evitare le complicazioni del mondo esterno.Poi arrivò Cristian, e il meccanismo che teneva in piedi la mia esistenza si inceppò. Venticinque anni, l’energia travolgente di un temporale estivo; quando entrò in ufficio, la stanza sembrò d'un tratto troppo stretta per contenere la sua vitalità. Aveva la pelle ambrata, baciata da un sole che non sembrava mai abbandonarlo, e ricci scuri e ribelli che avevano vita propria, sempre spettinati e lucidi, come se avesse appena finito di fare la doccia. La sua fisicità mi confondeva ogni giorno di più: poco più basso di me, agile come uno scattista, si muoveva con una naturalezza sfrontata, indossando polo dai colori decisi e jeans logori che sembravano una sfida silenziosa alla mia divisa da impiegato. Mi chiamava "Lorè" con una facilità che mi irritava e, allo stesso tempo, mi mandava in fibrillazione; sapere che vivesse solo con la madre per aiutarla era un dettaglio che, contro la mia volontà, me lo rendeva terribilmente caro. Era giovane, era libero, era etero. Lo ero anch'io, o almeno così mi ero raccontato per una vita intera, finché il calcetto del venerdì non infranse l'ultimo argine della mia compostezza.
Il campo era il mio ultimo confine di normalità, ma averlo lì, a pochi centimetri di distanza, trasformò ogni contrasto in una scossa elettrica che mi risaliva lungo la schiena, alimentando un tradimento del corpo che non riuscivo più a nascondere. Lo desideravo. Da allora iniziai a trattarlo con una freddezza glaciale, cercando di erigere un muro che lui, con quella sua ingenua insistenza, continuava a scalfire.
Un giorno rimasi in campo fino all'ultimo per evitarlo, ma quando entrai negli spogliatoi, lui era lì. In piedi. Mi aspettava.
«Possiamo parlare, Lorè? Se c'è qualcosa che ho fatto al lavoro, parliamone, sai che mi serve questo posto.»
«Non c'è niente di cui parlare, Cristian. Esci, per favore» ringhiai, dandogli le spalle e azionando le docce. L'acqua scorreva gelida, ma la mia pelle bruciava. Quando uscii, convinto che se ne fosse andato, era ancora lì. Feci un passo indietro, inciampando sui miei stessi piedi bagnati. L'asciugamano che avevo stretto attorno alla vita scivolò, cadendo a terra con un suono ovattato. Tentai di recuperarlo con una mano goffa, ma era troppo tardi. Nel momento esatto in cui i suoi occhi scesero su di me, il mio corpo mi tradì di nuovo. Sentii il sangue affluire con una forza che mi fece mancare il respiro, una dichiarazione oscena di tutto ciò che cercavo disperatamente di negare. Non potevo nasconderlo: ero nudo, nel senso più atroce del termine.
«Stai calmo,» disse, con una naturalezza che mi fece mancare il fiato. «Oh! Non ne ho mai visto uno circonciso e... così grosso. Complimenti.» Non c’era scherno nella sua voce, solo una curiosità brutale, virile, un complimento che mi strappò un gemito di vergogna.
Andai, correndo a metà strada fino a non avere più fiato. Quella notte, a casa, il ricordo di quel momento divenne un'ossessione. Mi lasciai cadere sul divano, le mani che correvano frenetiche sotto l'elastico degli slip, trovandolo già duro e dolorante per quanto gonfio. Abbassai i pantaloni, restando lì, seduto a gambe larghe, immaginando la sua voce che mi stuzzicava. Il suo complimento, che prima mi aveva umiliato, ora mi alimentava.
«Ti piace, Cristian? Allora prendilo tutto!» ansimai, venendo con una violenza che non sapevo di avere in corpo, svuotandomi in un respiro spezzato.
Pensavo che avrebbe parlato di me ai colleghi, che avrebbe fatto circolare voci sul mio conto. Battutine. Niente.
La festa per la sua assunzione fu un momento surreale. Avevo firmato io la sua ottima valutazione, non potevo licenzialo. C'era un brusio di voci, il rumore dei bicchieri di plastica che si accartocciavano, l'odore di pizzette stantie. Io ero in un angolo, con un bicchiere in mano che fissavo senza bere, finché non me lo vidi apparire davanti.
«Grazie per la valutazione, Lorenzo. È stato un gesto onesto. E... scusami per quella volta negli spogliatoi.»
«Non parliamone,» sibilai, cercando la fuga.
«No, ascolta,» insistette, avvicinandosi. «Ho visto decine di ragazzi in palestra, succede. E, cacchio Lorè, non hai proprio nulla di cui vergognarti là sotto.»
Quello fu il punto di rottura. La pressione accumulata in mesi di finta indifferenza, di notti insonni e di vergogna tossica, esplose. Senza pensare, lo afferrai per il braccio, stringendo con una forza che non sapevo di avere, e lo trascinai nel piccolo sgabuzzino delle fotocopiatrici, sbattendo la porta dietro di noi.
«Che gioco stai facendo, eh?» urlai, finalmente libero dalla morsa del silenzio. La musica della festa, attutita dalle pareti, era solo un battito sordo che scandiva la mia rabbia. «Vuoi prenderti gioco di me? Vuoi ridere della mia vita? Ho quarantaquattro anni, Cristian, non venticinque! Mi sono spaccato la schiena per mantenere una facciata di normalità e tu sei arrivato a far crollare tutto! Sai cosa provo ogni volta che ti vedo? Sai che schifo mi faccio quando il mio corpo mi tradisce? Ti odio per quello che mi fai sentire, ti odio perché mi hai fatto capire che forse non ho mai saputo chi sono!»
Il mio respiro era affannoso, le lacrime della frustrazione premevano dietro gli occhi. Ero un uomo nudo, spogliato di ogni difesa davanti a quel ragazzo che mi guardava con un’intensità che non avevo mai visto.
«Non capisco di che vergogna parli,» rispose lui, calmo, senza cercare di divincolarsi dalla mia presa.
«Mi vergogno di desiderarti!» urlai ancora, una confessione brutale che mi lacerò la gola.
Cristian non rispose. Si fece avanti, annullando quello spazio di sicurezza che avevo tentato disperatamente di mantenere. Prima che potessi aggiungere un altro insulto, prima che potessi ritirarmi, mi prese il viso tra le mani e mi baciò.
Quando le nostre bocche si incontrarono, non fu il bacio delicato che avrei potuto immaginare in un momento di debolezza. Fu una presa di possesso. La sua barba, incolta e un po' ispida, graffiò la pelle delle mie guance e il mento, un contatto irritante e terribilmente eccitante che mi fece sentire, per la prima volta, la differenza netta tra la mia pelle segnata dall'età e la sua, giovane e viva.
Il suo respiro era caldo, sapeva di caffè e di quell'energia nervosa che lo accompagnava sempre. Sentirlo invadere la mia bocca fu come se mi stesse forzando a respirare al suo stesso ritmo. Non c’era spazio per i miei pensieri, né per la vergogna o per il decoro dell'ufficio comunale. Le sue mani, calde e ferme, premevano contro il mio volto, impedendomi di fuggire, obbligandomi a subire e al contempo a ricambiare quella pressione.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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