Gay & Bisex
Fuori Protocollo - Parte 2 -
18.06.2026 |
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"Conosceva Lorenzo meglio di chiunque altro e vedeva in quella vicenda non uno scandalo, ma il tentativo di un uomo fragile di trovare un po’ di serenità..."
Questo è il continuo del racconto Fuori Protocollo. Vi ringrazio per i feedback avuti con lo scorso racconto.Il bacio fu intenso, ma durò solo un istante prima che la realtà tornasse a bussare alla porta dello sgabuzzino. Il silenzio tra noi era diventato improvvisamente insostenibile.
Senza dire una parola, senza nemmeno incrociare il suo sguardo, mi staccai bruscamente da Cristian. Sistemai la cravatta con mani tremanti, sentendo ancora il calore del suo contatto sulla pelle, e uscii con finta calma, lasciandolo lì, senza dire una parola.
Non guardai indietro. Uscii dalla sede, salii in macchina e guidai fino a casa, con la mente che correva più veloce della mia auto. Non mi
presentai neanche alla partita del venerdì, ignorai tutte le chiamate dei colleghi.
Il telefono vibrò sabato pomeriggio sul comodino, interrompendo il silenzio della mia stanza.
«Ciao Lore. Ho preso il tuo numero dalla chat di gruppo del lavoro. Venerdì non sei venuto alla partita e non hai risposto a nessuna chiamata. Tutto bene?»
Rimasi a fissare lo schermo. Il silenzio era la mia difesa. Arrivò un secondo messaggio.
«Scusa per il bacio, pensavo ti facesse piacere dopo quello che mi avevi detto, ma forse ho capito male io.»
Ancora silenzio. Poi, dopo un'ora:
«Ma sai che c'è, Lorè? Stai a fare un casino per un bacio, neanche ci fossimo scambiati una promessa d'amore. È stato un bel momento e non mi è dispiaciuto se te la devo dire tutta. Sei una bella persona e sono felice di aver fatto 'sta cosa con te.»
Digitai, cercando di essere freddo.
«Ma a te piacciono gli uomini o le donne?»
«Ma che domanda del cazzo è?! Non siamo nel Medioevo. Mi piacciono le donne, non ho mai provato con gli uomini, non ho avuto fantasie fino a ieri. Ma non mi sto facendo le tue paranoie, dovresti restare più calmo.»
«È facile per te,» risposi. «Io ho una vita costruita su certi binari.»
«E quindi? Non hai moglie che tradisci. Non hai vincoli, solo tante fisime che ti crei da solo. Sciogliti e vivi, cazzo.»
Quella brutalità mi colpì, ma non mi sentii offeso. Aveva ragione. Dal mio divorzio con Giada mi ero precluso tutto, pensavo funzionasse così. Forse ero io a non saper gestire il vuoto che ne era seguito.
«È che mi sembra tutto assurdo,» ammisi. «Tu sei giovane, io... potresti essere mio
figlio. Non so nemmeno perché sono arrivato a questo.»
Ci scrivemmo per tutta la serata, mi parlava dei suoi amici, delle sue ex infine anche della sua famiglia e del dolore lasciato dai suoi genitori. Andava in terapia da quando aveva 15 anni.
«La mia terapista dice che ho problemi irrisolti con la figura di mio padre,» rispose lui, sorprendendomi con un'onestà inaspettata. «Era violento con mia madre, se n'è andato e mi ha lasciato li a casa senza neanche un saluto. Lei dice che vado a cercare la gentilezza che non ho mai avuto a casa. Forse è per questo che ti ho baciato. Mi sei sembrato l'opposto di lui.»
Fissai il messaggio. «Quindi sono solo un sostituto per quello che ti è mancato?»
«Non fare il tragico. È solo una dinamica, non è una condanna. La mia testa fa i suoi giri, ma il mio corpo ha deciso. C'è solo una curiosità fisica che voglio togliermi. Tu no?»
Passammo il resto del weekend a scriverci con questa strana onestà. Senza sentimentalismi, solo due uomini che mettevano a nudo pezzi di vita. Domenica sera, tornammo al punto di partenza.
«Ci vediamo domani al lavoro? Venerdì torni a giocare?»
«Non lo so,» digitai. «Sai l'effetto che mi fai quando ti vedo, soprattutto negli spogliatoio, e non so se riesco a gestirlo davanti agli altri.»
Passò mezz'ora di silenzio assoluto. in Pensavo di averlo imbarazzato o disgustato. Poi, il telefono vibrò. Un selfie di lui, nudo e in erezione, scattato davanti allo specchio.
«Ora siamo pari.»
Quell’immagine mi arrivò come un calcio nei denti. Avevo visto Cristian nudo decine di volte nello spogliatoio, abituato a quella sua fisicità naturale, ma vederlo così, in quel momento specifico, era tutta un’altra cosa.
La linea dei muscoli era definita, tesa, intrisa di una bellezza cruda. I peli neri, folti e ricci, gli disegnavano il bacino e scendevano con decisione lungo le gambe, una traccia scura che richiamava il calore di tutto il suo corpo. Era lì, in primo piano: il suo membro, gonfio e scappellato, di una tonalità scura che richiamava perfettamente l'incarnato della sua pelle.
C’era un dettaglio, però, che rendeva tutto ancora più travolgente: nella foto, lui stava gonfiando apposta il bicipite. Era un gesto quasi ridicolo, una vanità da ragazzino che però, accostata a quella nudità esposta con tanta sfacciataggine, risultava dannatamente sensuale. Mi sentii mancare il respiro.
Cazzo. Cazzo. Cazzo.
«Lorè, posso passare da te adesso?»
«Sì.»
Quando la porta di casa si chiuse l'imbarazzo prese il sopravvento. Ci guardammo per un istante, e un riso nervoso, quasi liberatorio, scivolò via dalle nostre labbra, smorzando la tensione accumulata in quei due giorni messaggi.
Mi fermai, sentendomi improvvisamente spiazzato, quasi arrugginito. «Non so nemmeno da dove iniziare,» ammisi, con un mezzo sorriso sincero. Cristian mi guardò con una scintilla di sfida divertita negli occhi. «Sei davvero fuori allenamento, vecchio mio,» scherzò, quella sua sfacciataggine mi faceva battere il cuore ancora di più. «È passato troppo tempo dall'ultima volta che hai fatto l'amore, eh?»
Si avvicinò con lentezza, colmando lo spazio tra noi. «Iniziamo così,» mormorò, e mi baciò. Fu un bacio profondo, che sapeva di curiosità, di dentifricio e di scoperta. Incominciammo a spogliarci lentamente, ogni indumento che cadeva a terra segnava il confine tra la nostra vita di colleghi e questo nuovo, segreto presente. Solo quando rimase nudo davanti a me, la sua fisicità prorompente mi lasciò senza fiato. Lo guardai, sentendo tutto il peso dei miei anni in confronto alla sua vitalità esplosiva. «Io non ho il tuo corpo, Cristian,» sussurrai, con una nota di malinconia che cercava rassicurazione. «Mi han fatto senza muscoli.»
Lui rispose senza parole, solo con la dolcezza dei suoi gesti. Mi accarezzò senza alcuna traccia di giudizio, le sue dita che percorrevano la mia pelle come se volesse imparare a memoria ogni mio segno. Quella prima volta fu una danza di baci, mugugni soffocati e sospiri che riempirono la stanza. Poiché non sapevamo fare altro, ci masturbammo a vicenda, un modo onesto e intimo per donarci piacere, senza interpretare ruoli, lasciandoci trasportare solo dalla sensazione dell'altro.
Mentre ci strusciavamo pelle contro pelle, potevo osservare ogni dettaglio: il suo corpo era scuro, proporzionato e scattante, con quel membro tozzo e non circonciso, la cui punta richiamava la forma di un missile. Quando raggiunse il culmine, si abbandonò contro di me con un respiro spezzato. Si scusò quasi subito per esser venuto in fretta, un gesto timido che mi fece sorridere nella penombra.
Non venni, ma andava bene così; mi stesi accanto a lui e, in quel silenzio protetto, scivolammo nel sonno. Non so quanto tempo passò, ma al risveglio mi ritrovai in una realtà inaspettata: Cristian era tra le mie gambe e sentii il movimento ritmico della sua testa. Mi stava facendo un pompino con una naturalezza che mi tolse il fiato. Il piacere montò rapido, brutale, e venni di getto, senza riuscire nemmeno ad avvertirlo.
Cristian tossì per la sorpresa, sputando tutto, un riflesso istintivo che ci fece ridere in quella penombra complice. Poi, riprendendo fiato, esclamò: «Ti sto pompando da quasi un'ora! Finalmente! Mi sento la mascella slogata, hai un cazzo enorme!» Rise, ma sul suo volto si leggeva un velo d'imbarazzo; il suo sguardo cercava la mia approvazione, una conferma che arrivò con un mio sospiro profondo e un sentito: «Dio, Cristian... grazie!».
Dopo quel momento, ci spostammo in soggiorno per guardare la replica di una partita della sera, rilassati, come se quella parentesi non fosse poi così importante. Il lunedì mattina, con la routine che tornava a bussare alla porta, andammo al lavoro insieme, pronti a indossare nuovamente la maschera di semplici colleghi di lavoro.
Epilogo
Un giorno, durante una visita inaspettata, Noemi sorprese suo padre Lorenzo insieme a Cristian. Quella scoperta mandò in frantumi molte delle certezze che aveva sempre avuto su di lui. La visione di quell’uomo, da sempre riservato e controllato, in una situazione tanto intima la lasciò profondamente scossa.
Incapace di affrontarlo subito, cercò un confronto con sua madre, Giada, raccontandole ciò che aveva visto. Non voleva ferire Lorenzo, ma aveva bisogno di capire una realtà che non riusciva a spiegarsi.
Per Lorenzo fu un colpo durissimo. Più del timore del giudizio altrui, lo tormentava l’idea di aver deluso sua figlia. Sentiva che anni di silenzi e riservatezza erano crollati in un istante.
Fu allora che Cristian decise di intervenire. Si presentò da Giada e, con la sua consueta sincerità, le spiegò che tra lui e Lorenzo non esisteva una vera storia d’amore, ma un legame nato dalla solitudine, dall’affetto e dal bisogno reciproco di sostegno. Due persone molto diverse che, in un momento difficile delle loro vite, avevano trovato conforto l’una nell’altra.
La reazione di Giada sorprese tutti. Invece di arrabbiarsi, provò compassione. Conosceva Lorenzo meglio di chiunque altro e vedeva in quella vicenda non uno scandalo, ma il tentativo di un uomo fragile di trovare un po’ di serenità. In un certo senso, finì persino per essere grata a Cristian per averlo aiutato ad abbassare le difese che lo avevano isolato per tanti anni.
Grazie a lei, padre e figlia riuscirono lentamente a riavvicinarsi. Noemi comprese che il dolore non nasceva da ciò che aveva scoperto, ma dal fatto di aver visto crollare l’immagine idealizzata che aveva di suo padre. Con il tempo imparò ad accettarlo per ciò che era realmente: una persona imperfetta, con le sue fragilità e le sue contraddizioni. Quando riuscirono finalmente a parlarsi con sincerità, il loro rapporto ne uscì più autentico di prima.
Anche il rapporto tra Lorenzo e Cristian cambiò. La componente fisica svanì naturalmente, lasciando spazio a un affetto profondo e sincero. Il bacio che continuavano a scambiarsi quando si salutavano non era più un segreto da nascondere, ma il gesto semplice e spontaneo di un legame che aveva trovato il proprio equilibrio.
Liberato dal peso delle omissioni e dei timori, Lorenzo imparò a vivere con maggiore leggerezza. Non sentiva più il bisogno di rincorrere ciò che gli era mancato per anni. Gli bastavano gli affetti che aveva ritrovato e la serenità conquistata con tanta fatica.
Anche Cristian costruì la propria strada. Un giorno si presentò a casa di Lorenzo insieme alla ragazza con cui aveva deciso di condividere il futuro. Durante la cena, tra una battuta e un ricordo, lo indicò sorridendo come il suo «secondo padre». Nessuno rise di quella definizione, perché tutti sapevano quanto fosse vera.
Si chiudeva così un cerchio inatteso. Una storia nata nell’ombra, tra fragilità e solitudine, aveva trovato il proprio compimento nella verità e nell’accettazione reciproca. Non era stata una storia perfetta, ma aveva lasciato ciascuno di loro un po’ più libero di prima.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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