Gay & Bisex
Il cane
22.09.2025 |
5.128 |
4
"Il suo orgasmo mi colse alla sprovvista ma io, seguendo un istinto da sottomesso, aprì la bocca sperando che qualche stilla finisse lì dentro e la potessi assaporare..."
Lo schermo del mio telefono si illuminò. Posai la penna con cui stavo firmando le terapie e guardai l’anteprima. Era Enrico. Mi aveva messo una reazione ad una storia di me a diciott’anni, quando ancora ero sbarbato e con il ciuffo di capelli biondi. Già sento muoversi qualcosa nel cavallo dei pantaloni della divisa. Enrico è un uomo di quelli che lasciano a bocca aperta. Un culturista di quelli talmente pompati che sembra fatto al computer. Giorni prima gli avevo messo mi piace ad un commento sotto un post di Gay.it e lui mi aveva chiesto di seguirmi. Inutile dire che avevo accettato subito. Maturo di viso, perché sarà ormai sulla sessantina, ma con il fisico di un ventenne. Abbiamo fin da subito iniziato a messaggiare su instagram, commentandoci le storie a vicenda. Lui mette molti contenuti di lui a torso nudo, in cui piega le braccia per far risaltare i bicipiti solcati da vene spesse come autostrade. Ma di solito non è tanto quello il dettaglio che mi colpisce in quelle foto, quanto le sue belle ascelle pelose. Saltuariamente posta anche foto dei suoi grandi piedi, rugosi per via degli inverni vissuti, ma spessi e curati, che promettono di odorare pesantemente, soprattutto dopo che si è allenato per ore in palestra.
Ad ogni modo vidi la sua reazione e non mi lasciai scappare l’occasione, dal momento che la nostra conversazione in quei giorni era stata costante ma mai del tutto sessuale, e devo dire che anche questo mi piaceva: il fatto che sembrasse un corteggiamento sui tempi lunghi. Ma ora era il momento di dare una svolta così scrissi "ero un twink da maltrattare o no ?"
La sua risposta non si fece attendere. E fu anche esplicita.
"Da sborrata in faccia a spregio, con tutto il rispetto."
Non credevo ai miei occhi. Un messaggio così esplicito, e anche conforme ai miei desideri? Non solo avevo davanti un maschio dal fisico perfetto, ma era pure un animale dominante. Musica per le mie orecchie. Risposi per le rime.
"E poi giù di schiaffi perché non si spreca il seme del padrone."
"Ovvio, devi bere tutto."
Era fatta. Magari avrei potuto beccarlo anche quella sera stessa,una volta che fossi uscito dal lavoro. Che gioia. Continuai a stuzzicarlo, anche perchè mi era venuto duro, e avrei tanto voluto toccarmi, peccato che mancasse ancora un’ora e mezza alla fine del turno.
"E poi anche ringraziare, se no oltre agli schiaffi inizi anche a stringermi la gola e a tapparmi la bocca con le mani. "
"Preferisco tappartela direttamente con il cazzo o magari con i piedi."
Pensai di essere in paradiso.
"O magari pensa che bello sarebbe raccogliere la sborra che mi hai schizzato in faccia con la pianta del piede e farmela leccare direttamente da lì, come se fossi un ragazzino con il gelato."
"Così i sapori del mio piede e della mia sborra si mischierebbero in uno solo. "
"Sapore di uomo."
"Sapore di uomo forte e dominante che sottomette un frocio schifoso come te…"
Gli dissi come mi sentivo in quel momento.
"Dio se mi sto bagnando. "
In realtà ero duro, ma pensai fosse più in parte scrivergli della mia bella e preziosa fighetta che ho lì dietro, che in effetti stava boccheggiando dalla voglia. Una nuova notifica.
"Sei libero stasera?"
"Finisco al lavoro alle 21."
"Perfetto, è l'ora in cui io finisco palestra. A sto giro posso non farmi la doccia e venirti a prendere al lavoro ancora bello sudato."
Suonò il telefono di reparto. L'operatrice del quarto piano mi avvisava che un paziente era caduto dal letto e sanguinava.
Gli risposi velocemente che andava benone, e poi allegai l'indirizzo della struttura per anziani in cui lavoravo.
Alle 21, dopo che mi ero cambiato e avevo timbrato, uscì dal cancello e lo vidi immediatamente sull'altro marciapiede. Era in canotta e pantaloncini, fumava dalla sigaretta elettronica appoggiato alla sua macchina. Un'immagine da spezzare il respiro. Gli andai incontro.
“Ciao!”
“Ciao.” rispose lui soffiandomi vapore profumato in faccia. Avrei voluto baciarlo lì, ma non volevo che i colleghi uscendo dal cancello ci vedessero. Lui come un vero gentleman mi aprì la portiera e mi invitò a sedermi dentro. Lui fece altrettanto sul sedile del passeggero.
“Devo ancora cenare io”
“Anch'io, prima della palestra non mangio nulla. Posso fare una pasta veloce a casa”
“Volentieri”
Sorridemmo e lui accese il motore. Non ci eravamo ancora toccati e questo prolungamento dell'attesa mi faceva impazzire.
Il suo appartamento era in una bella zona residenziale della città e dentro era elegante e ben arredato. Non appena fummo entrati mi colse alla sprovvista. Mi aspettavo mi saltasse addosso, e invece con fare calmo e tranquillo mi disse “Io adesso cucino, tu intanto ti devi lavare. Mi piace che le mie troie siano il più possibile immacolate, così c'è più gusto a sporcarle e degradarle.”
Mi allungò un asciugamano azzurro preso da un armadio e mi indicò la via per il bagno.
Obiettai che non avevo il ricambio.
“Alle cagne non servono vestiti. Devi capire che di qui alle prossime ore tu non sarai più nemmeno una persona.” ribatté lui.
Il cazzo cominciò a farmi male da quanto era duro. Mi avviai verso il bagno ma lui mi fermò.
“Ti devi spogliare qui, davanti a me. I tuoi vestiti ti verranno restituiti alla fine”. Era impressionante quanto riuscisse ad essere autoritario senza nemmeno alzare la voce. Parlava con un tono normale ma calmo, come se stesse dando direttive sul lavoro ai suoi dipendenti. L'espressione era assolutamente neutra, non ghignava e non aveva nessuno sguardo truce. Però non distoglieva mai il contatto visivo. In generale dava la sensazione di essere perfettamente padrone della situazione.
Obbedì e mi spogliai lentamente. C'era un po' di imbarazzo in me nell’espormi così davanti a lui che invece restava vestito.
Quando ebbi finito lui annuì e disse “molto bene, ora vai a lavarti. Concentrati molto bene sulle parti intime, pulisciti anche dentro con le dita. È molto importante”
Feci esattamente così, mi lavai in profondità e feci più passate di shampoo e bagnoschiuma. Ci misi circa un quarto d'ora e quando, nudo con l'asciugamano arrotolato attorno alla vita tornai in salone, vidi che sul tavolo al centro della stanza aveva già apparecchiato. Però c'era una sola tovaglietta ed un solo piatto. Mi guardò per un momento, fece un mezzo sorriso e poi tornó ad ignorarmi. Non sapendo come comportarmi mi accomodai sul divano. Quando tornò dalla cucina con una pentola fumante piena di pasta al sugo e mi vide seduto lì, prima poggiò la pentola sul centrotavola, poi venne da me con un'espressione severa in volto.
“Giù dal divano cagna” e mi ammolló un sonoro ceffone. Obbedì e pensai volesse che mi sedessi a terra. Lui, che ancora non si era tolto le scarpe della palestra mi tiró un calcetto nella pancia.
“A quattro zampe”.
Lo accontentai. Lui sembrò compiaciuto. Andò al tavolo e si verso la pasta nel piatto. Poi fece un fischio per chiamarmi, proprio come se fossi il cagnolino di casa. Mi avvicinai alla tavola piano piano, sempre a quattro zampe e vidi con stupore che lì sotto c'era una ciotola vuota.
“Potrai avere la tua pappa solo dopo che mi avrai lavato i piedi ancora sudati della palestra”.
Si tolse le scarpe della palestra lasciando entrambi i piedi esposti, coperti solo da calzini di spugna bianchi dalla suola annerita. L'odore era pungente e forte, di maschio. Un calzino aveva un foro che lasciava intravedere dita tozze e carnose.
Gli tolsi i calzini con i denti, senza usare le mani, prima il destro e poi il sinistro, lasciandoli nudi. Poi iniziai ad annusarli. Mi riempì le narici del loro profumo intenso come quello di un buon formaggio stagionato. Non capivo assolutamente nulla. Ero in visibilio. Lui me lo strofinava addosso, non vedevo la sua espressione ma immaginavo stesse ridacchiando a vedere quanto mi stessi depravando per lui.
Andai avanti a leccargli i piedi sudati per almeno dieci minuti. Non c'era più un centimetro di pelle, né sulla pianta né sul dorso, che non fosse stato coperto di saliva.
Ad un certo punto giudicò dovessi averglieli puliti a dovere, perché prese la ciotola da terra e la riempi con delle forchettate generose di pasta che ne frattempo si era raffreddata. Lui intanto aveva già finito la sua porzione. Mi porse la ciotola senza dirmi nulla, ma capì lo stesso. Potevo mangiare. Sempre adoperando solo la bocca iniziai a mettermi in bocca quei maccheroni. E lui mi sorprese ancora. Mise il piede destro nella ciotola dove stavo mangiando come se nulla fosse. Non capì sulle prime e mi fermai. Mi arrivò un calcetto con l'altro piede.
“Beh? Che aspetti? Mangia”
Mi prodigai a finire il cibo e a ripulire bene la pianta, il dorso e gli spazi tra le dita da tutto il sugo e mentre ero ancora lì che leccavo mi picchiettò sulla testa con un dito. Sollevai lo sguardo e uno schizzo di sperma candido e colloso mi colpì sul viso. Non avevo notato che si stesse toccando in quei minuti in cui io avevo mangiato, preso com’ero da quello che succedeva.
Il suo orgasmo mi colse alla sprovvista ma io, seguendo un istinto da sottomesso, aprì la bocca sperando che qualche stilla finisse lì dentro e la potessi assaporare. Così fu. Almeno due spruzzate atterrarono sulla mia lingua protesa, e furono subito fatte scivolare nella mia gola. Quando gli schizzi ridussero l’intensità e iniziarono a colare sulla sua mano mi avvicinai e leccai via anche loro. Lo sperma aveva un sapore forte, amaro, non molto gradevole, ma era la consistenza quella che mi faceva impazzire davvero: cremosa come una crema pasticcera. E poi era sua. Questo bastò a farmi pulire con un dito i residui sulle guance e sulla fronte e portarmeli alla bocca, per essere sicuro non se ne perdesse nemmeno una goccia.
CONTINUA
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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