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Gay & Bisex

Il fidanzato della mamma


di ArchieCooper
24.04.2026    |    10.223    |    16 9.9
"Lui sta a pecora, la mia lingua percorre più volte i suoi coglioni passando per la linea che li separa dal buco del culo come lui mi ha ordinato..."
“Ma come hai fatto a non farti ammettere neanche agli esami stavolta?”
Mamma è tutta rossa in viso. Fra le sue mani tremanti uno spazio vuoto, come se stringesse ancora l’insalatiera di vetro che ha spaccato per terra. La tavola è apparecchiata solo per noi due, ma so che non pranzeremo. Io sono tornato dai quadri già con lo stomaco chiuso. Sudato non solo per il caldo di giugno in città, ma anche per l’ansia della sua reazione quando le avrei rivelato che, ancora una volta, avrei dovuto ripetere il quinto superiore.

Come prevedevo, nessuno ha toccato cibo. Ho passato io la scopa e separato il vetro dalla lattuga per la differenziata. Mamma era al telefono con papà, urlando che in autunno mi avrebbe mandato da lui in Lombardia. Che non poteva portarsi lei da sola tutto il ‘peso’ addosso. Quando ho sentito quella parola mi è scesa una lacrima. A me non importava di essere stato bocciato di nuovo. Non m’interessava davvero.
Quello che mi dava profondamente fastidio era la rabbia che lei provava nei miei confronti. Di conseguenza, anche io ero molto arrabbiato, ma mi sentivo sempre bloccato, come se trovandomi a reagire fossi poi in difetto nei suoi confronti. O almeno questo è quello che mi piace raccontarmi, la verità è che sono un vigliacco.
Passo il pomeriggio in camera mia, con le tapparelle abbassate e la finestra aperta accogliendo con sollievo gli sporadici e misericordiosi sussurri d’aria che ogni tanto arrivano. Lei esce, rientra. Chiama qualcuno. Esce di nuovo. Non so dove va.
Io ascolto un po’ di musica, scorro il profilo di qualche ragazzo.
Amir mi scrive se dopo cena voglio andare da lui a guardare un film. Gli rispondo che probabilmente se metto un piede fuori di casa, mamma per quanto è incazzata mi manda in Lombardia già per l’estate. Amir è il mio migliore amico; i suoi genitori sono arabi ma lui è nato in Italia. Vivono in affitto all’ultimo piano della nostra palazzina. Eravamo pure in classe insieme, solo che lui adesso sta concludendo il secondo anno d’ingegneria all’Università. Non sono invidioso di Amir, gli voglio molto bene. Una sera eravamo sdraiati a pancia sotto sul suo letto, fianco a fianco. Lui mi faceva vedere alcuni passi del Corano e commentava quanto fossero ridicoli. Era una sera come tante, ci trovavamo spesso a stare attaccati l’uno all’altro. Quella volta capitò che ci baciammo. Non andammo oltre. Lui riprese a sfogliare il Corano ed esclamò “oh e guarda questo passaggio!” come se nulla fosse accaduto, mentre io pregavo le mie guance di tornare al loro colore naturale e la parte bassa del mio corpo di rilassarsi.
Quando ne riparlammo qualche giorno dopo fu lui a tirare fuori l’argomento. Disse che non voleva che la cosa rovinasse la nostra amicizia, che credeva che quel bacio gli avrebbe fatto un effetto diverso, ma alla fine non era stato così. Per quanto mi riguarda anche se il mio corpo aveva certamente reagito, Amir non era proprio il mio tipo.
A me piacciono i ragazzi muscolosi e dalle spalle larghe. Coi tatuaggi, magari. Anche con qualche anno più di me se devo essere sincero. Amir è secco come un chiodo, tatuaggi manco a parlarne ed è anche troppo intellettuale per i miei gusti. Lui e la sua ragazza sono gli unici a sapere che sono omosessuale, anche se dubito che lui le abbia mai raccontato di quell’incidente davanti al Corano.

A cena io e mamma stiamo a testa bassa, ognuno con gli occhi sulla propria pietanza. Finalmente rientra Adriano. Non sono contento, ma solo sollevato dal fatto che quel silenzio gelido verrà rotto. Non perché Adriano mi rivolga la parola. Da un anno mamma se l’è portato a casa e mi rivolge a mala pena il buongiorno se ci incrociamo in cucina la mattina. Quantomeno si metterà a parlare con lei e mi lasceranno nella mia solitudine dove si sta meglio che in loro compagnia. Dà un bacio sulle labbra a mamma lasciando cadere per terra la borsa della palestra. Dev’essere stato anche dal barbiere, il suo doppio taglio sui capelli brizzolati è fresco di pulizia.
Lo spio con la coda dell’occhio. Giusto un’occhiatina perché oggi indossa la canottiera nera che mi piace tanto e che lascia libero in toto il braccio destro tatuato. Si gira verso di me coi suoi occhi glaciali, i miei tornano subito sul piatto. Non so quanti anni abbia, so solo che sembra molto più giovane di lei, ma sicuramente ha una quindicina d’anni più di me.
Non mi saluta, non mi dice niente. A volte sembra che voglia solo incutermi timore.
Se infatti è indiscutibile che il fidanzato di mamma sia molto sexy, allo stesso tempo lo trovo una persona veramente disprezzabile. Innanzitutto detesto che da quando mamma l’ha conosciuto tre anni fa abbia smesso di lavorare perché Lui si è proposto di badare a noi, sostenendo che era un suo dovere. Quando provai a lamentarmi del fatto che venisse a vivere a casa con noi mamma mi diede dell’ingrato verso quanto Adriano stava facendo per noi. So che non abbiamo mai navigato nell’oro e che papà non ci ha neanche mai aiutati, però da quando è Adriano a mantenerci so anche che non andiamo nemmeno più a cena fuori quella volta al mese.
Ogni volta che annuncio che sto andando da Amir gli si disegna sul volto uno sguardo di disprezzo. Più volte l’ho sentito parlare male con mamma di come le persone che lui definisce “quelli lì” ci rubino il lavoro e gli abbiano fatto perdere il posto da muratore in ditta. E lei come una ragazzina sta lì ad accarezzargli il braccio e a fare sì con la testa come un cagnolino. Per quel che ne so i genitori di Amir hanno rilevato un negozio di ortofrutta che già esisteva. Dubito poi che la ditta di pulizie in cui lavora Adriano abbia solo impiegati italiani.
A parte me a nessuno piaceva leggere in casa. Né a mio padre quando viveva con noi, né a mia madre. I pochi libri che abbiamo sono tutti in camera mia, acquistati con piccoli risparmi al mercatino dell’usato, visto che i miei genitori quando glieli chiedevo da piccolo li ritenevano una spesa superflua. Va da sé che mi lasciò di stucco quando una volta vidi Adriano rientrare tutto contento con un libro sotto braccio. Ancora non viveva con noi e i miei occhi si illuminarono. Inizialmente pensai fosse un regalo per me. Quando lo poggiò sul tavolo scoprii che si trattava del libro di Vannacci. Non ne parlammo mai, dubito che l’abbia mai letto. Tant’è che il volume non è arrivato fin dentro casa nostra dopo che lui la invase.

Giugno passa fra il caldo della città, qualche volumetto di fantascienza, spritz serali con Amir e Irene, la sua ragazza. Della Lombardia non se ne è più parlato. Mamma a luglio andrà a Ostia dai suoi genitori e io per punizione devo rimanermene a cocere a Roma. Adriano la raggiungerà per le ferie ad agosto. Del mio destino estivo al momento non se ne parla. Se solo mi lasciassero da solo non saprebbero che avrei ricevuto il regalo più bello che potessi desiderare. Starei al cellulare tutto il giorno, vagherei di notte in quartieri in cui non mi sono mai avventurato. Leggerei in metro senza meta e senza cambiare vagone solo per approfittare dell’aria condizionata. Troverei forse il coraggio di farmi un’avventura. Potrei scaricare una di quelle app e far venire un estraneo qui in casa. E lui mi porterebbe via con sé e se non lo dovesse fare ne cercherei un altro ancora giusto per togliermi voglie ancora diverse.

Mi sveglio presto la mattina della partenza di mamma con il rumore della porta che sbatte. Invece di rimettermi a dormire, mi metto a fare colazione in mutande con piatto pieno di gelato sulla pancia davanti al televisore in salotto. E mentre me sto lì spaparanzato, Adriano fa la sua comparsa scalzo e in boxer. Assonnato si gratta fra i capelli. La mia gola si congela più del gelato. Pensavo fosse andato ad accompagnare mamma in stazione prima di andare a lavorare. Invece me lo ritrovo lì in piedi, mezzo addormentato, i pettorali scolpiti su cui si adagia la sua collanina d’oro con tanto di crocifisso. Scopro così che ha tatuaggi anche sul petto. Tengo gli occhi fissi sulla parte superiore del suo corpo, non oso scendere a sbirciare se ha un’erezione.
Mi assicuro bene di coprire col piatto quella che sembra emergere sotto i miei slip.
“Il volume alto così di mattina presto?” È la prima volta che sento la sua voce farmi una domanda.
“Pensavo fossi uscito insieme a mamma.”
“Sì e quindi ti sei messo a spippettarti col gelato?”
Guardo in basso verso il mio pacco, non ci sono segni visibili di emozioni. Capisco che sta scherzando.
“Ciccio se vado a fare la doccia non è che te intanto puoi accendere il caffè?” Si guarda intorno sbadigliando ancora, come se cercasse di mettere a fuoco l’ambiente.
“Sì non c’è nessun problema” dico facendogli un sorriso e proprio in quel momento si dà una leggera smucinata dentro i boxer. E mi tradisco. Guardo. La sua mano entra dentro e smuove, rimette a posto. Intravedo i peli pubici. E lui se ne accorge. Quando ritorno sul suo viso i suoi occhi di ghiaccio sono dritti dentro i miei. Svegli. Vigili. Li distolgo e torno al televisore mentre lui si avvia verso il bagno. E mentre va continuo a sentire i suoi spilli gelati puntati su di me.
Gli lascio la tazzina di caffè sul tavolo e mi richiudo in camera. Con gli occhi dentro un romanzo di Bradbury, ma con la mente sul piccolo crocifisso d’oro fra i suoi pettorali, il suo inguine e i piedi pelosi. Sto nascosto per metà sotto il lenzuolo, a occultare l’erezione che prepotentemente preme contro il cotone degli slip.
Lo sento uscire dal bagno, tornare in sala da pranzo, sbadigliare e sorseggiare il caffè. Poi la porta si apre e si chiude. Né mi ha cercato, né mi ha salutato. Vado a prendere della carta igienica e torno in camera.

Passo il pomeriggio con Amir al bistrot. Mi consola che rimarrà a Roma fino a fine luglio per dare gli ultimi esami. Mi chiedo se quell’aperitivo mi basterà per cena o se dovrò improvvisarmi un piatto di pasta.
Rientro che sono le otto di sera, il sole non è ancora andato via. Mi annuso un’ascella, puzza tantissimo. Mi faccio una doccia senza asciugarmi i capelli. Indosso i pantaloncini da casa e una maglietta pulita. Rimango scalzo, mi piace sentire il fresco del pavimento sotto i piedi. Mi siedo sul divano a guardare la TV e proprio in quel momento Adriano rientra con due cartoni della pizza uno sopra l’altro.
“Non sapevo che pizza volevi, quindi ti ho preso una margherita.”
Si siede al tavolo. Lo fisso.
“Vieni a mangiare che si raffredda sennò. O non hai fame?” Mi sorride, o almeno si sforza di farlo. “Non mordo, vieni a tavola.”
“Grazie” faccio mentre lo raggiungo. Mi passa il cartone con la margherita e si mette a mangiare la sua pizza.
“Ti prendo le posate?”
“No, è già tagliata” mi risponde con la bocca piena.
“La tovaglia…”
“Che te frega. Tua madre manco ci sta. È al mare a fa il bagnetto e noi stronzi qua a morisse de caldo.”
Sorrido pure io e addento una fetta.
“Poi quando finiamo possiamo anche scendere a farci na birretta se te va.”

Siamo a un chioschetto dove non mi sono mai fermato. Vorrei sedermi, ma Adriano preferisce stare in piedi. Ha incontrato un paio di amici della palestra e si è messo a raccontargli di quando faceva il muratore e un suo collega è cascato da un ponteggio. Mi sento bene a stare lì con loro e sentirmi partecipe anche se non spiccico mezza parola. Sembrano essere suoi coetanei e sono tutti palestrati come piacciono a me. Me li immagino mentre fanno quello stesso tipo di chiacchiere nello spogliatoio; mi chiedo se a qualcuno di loro capiti mai di sbriciare per sbaglio il pisello dell’altro. Dopo la seconda birra devo pisciare, il guaio è che lì non c’è un bagno. Mi allontano nel vicolo dietro e dopo aver urinato constato che il mio cazzo fa fatica ad abbassarsi.
Tornati a casa do la buonanotte ad Adriano e accendo la TV su DMAX. Stendo le gambe sul tavolinetto, mentre mi distraggo sul cellulare a scorrere reels di palestrati.
“Che guardi?”
Balzo come se la polizia avesse fatto irruzione durante una rapina. Adriano è sulla soglia della porta con indosso soltanto i pantaloncini. La sua attenzione per fortuna è sul televisore.
“Sono le repliche di Rimozione Forzata. Lo conosci?”
“No. Quando c’ho il tempo di guardà a televisione secondo te?” Si viene a sedere al mio fianco e stende anche lui le gambe sul tavolino. Il suo polpaccio peloso preme contro il mio. Nascondo subito il cellulare.
“Mi sa che me ne guardo un pezzetto con te.”
Bernice chiaramente lo diverte moltissimo.
“Oh, ma è una figata sto programma. Te te lo vedi spesso?”
Non gli rispondo e non esige che lo faccia talmente è preso dal turpiloquio della gigantessa nera. Mi sento molto a disagio. Cerco di isolarmi e concentrare la mia mente quanto più possibile sul vuoto. Penso a una frase per cercare di andarmene letto, ma quella pressione disinvolta contro la mia gamba mi fa ardere e mi tiene stretto al… quando Bernice ribalta un’auto a mani nude mi poggia una mano sulla coscia e scoppia a ridere.
Il suo mignolo preme contro il mio scroto. E inevitabilmente mi diventa duro. Lo guardo, ma lui non stacca gli occhi dalla TV.
Pure quando è passato il momento d’ilarità non lascia la presa, se non dopo un lungo tempo. Il mio respiro diventa leggermente affannoso.
“Senti, io mi sa che vado a dormire.”
“O scusa non ti volevo venire a disturbare. Buonanotte chicco. Dormi bene.” Si gira a considerarmi per un microsecondo per poi tornare alla trasmissione.
Mi chiudo in stanza e poggio la fronte contro la porta. Mi sento stanco come se avessi scalato una montagna. Provo a leggere, ma non riesco a concentrarmi. Come per miracolo, d’improvviso mi metto a dormire.

La mattina dopo facciamo colazione insieme. Non è di molte parole e a mala pena mi guarda. Sembra di essere tornati a quando c’era mamma.
“La sai fare la pasta al sugo?” mi domanda mentre gli porgo il caffè.
“Non so. So fare la pasta… però posso vedere su internet come si fa il sugo.”
Non sembra interessato alle mie parole quanto al caffè.
“Stasera arrivo dopo che ho la palestra. Se me fai la cortesia de farme trovà un piatto de pasta te ne sarei molto grato.”
Si alza e si dirige verso il bagno annunciando che va a farsi la doccia senza neanche guardarmi.

La mattina vado su da Amir per cazzeggiare e scroccargli l’aria condizionata, ma lui mi fa capire con il suo garbo che è molto impegnato a studiare e di sentirci in serata se per me va bene. Ritorno a ciondolare in casa e a sudare. Adriano mi ha lasciato venti euro per la spesa sul tavolo della sala da pranzo. Potrei provare a fare un’amatriciana, penso. E mi metto a cercare la ricetta online. Vado a comprare il pecorino, il sugo e il guanciale e mi fermo all’usato a prendere il primo libro della saga di ‘Blackwater’. Questo ancora mi mancava. Pranzo con un panino al prosciutto e dopo faccio una videochiamata con mamma che se ne sta beata sotto l’ombrellone. Sembra molto serena. Mi chiede se il fine settimana la raggiungiamo a Ostia, sempre che Adriano non faccia lo spilorcio per la benzina.
“Possiamo venire in treno” propongo.
“Fate come ve pare. Diglie che tanto dai miei vitto e alloggio nun se pagano.”
E manco qua vorrei aggiungere. Non le chiedo se ha continuato a pensare alla Lombardia, lei non tira fuori l’argomento. In questi momenti in cui la vedo rilassata torna a starmi simpatica, come me la ricordo nella mia infanzia prima che arrivasse ai ferri corti con papà.
Durante la giornata non smetto d’interrogarmi su Adriano. La mano sulla mia gamba, il cazzo che diventa duro e preme contro le sue dita. Quel nuovo modo di porsi e poi quel cambiamento repentino la mattina. Allontano le mie fantasie, come se placandole potessi evitare di cercare di concretizzarle dopo e combinare qualche pasticcio.

“Ammazza t’è venuta bene per essere la prima volta.” Fa’ con la bocca piena.
Cerco di non arrossire, ma ebbene sì: ha proprio un buon sapore. La ricetta prevedeva anche una sfumatura col vino bianco, ma c’era solo dell’Amaro del Capo a casa e non volevo rischiare di sbagliare.
“Dì la verità. Te la sei fatta cucinare dalla trattoria e hai fatto lo splendido coi soldi mia” dice dandomi un buffetto sulla nuca. Non posso evitare di sorridere.
“Davvero complimenti!” dice e già si è finito il piatto.
“Ti vado a prendere il bis.”
“No, ma che. Stai seduto, faccio da solo. Anzi, porto proprio la padella a tavola.”

Mi racconta un po’ la sua giornata. Di quanto gli stia sul cazzo la gente di Prati e “gli stronzi che lavorano negli uffici” nei palazzi dove ha lavorato oggi.
Lo ascolto. Arrivati alla frutta stiamo in silenzio. Mi sento felice. È come se tutto il mio corpo fosse attraversato da un’elettrica beatitudine la quale fino ad allora non avevo mai potuto avere accesso.
“Questa è dei genitori dell’amichetto tuo?”
“Amir? Sì. Suo padre passa sempre a lasciarcene un po’ una volta la settimana.”
“Sono brave persone loro. Quello sta a studià da ingegnere. Occhio che domani te mette a lavorà in un cantiere.”
“Ti manca molto quel lavoro.”
“Manco troppo. Se stava sempre sotto il sole e poi non è che andavo tanto d’accordo coi colleghi.”
Annuisco. Che fine ha fatto lo stronzo razzista che era seduto a quel tavolo appena due giorni prima? Chi c’è sotto quella maschera intimidatoria che per tre anni mi ha trasmesso tanto timore e che ero certo che mi odiasse?
“E te co sta scuola invece che vuoi fare?”
“La mamma ti ha parlato della Lombardia?
“E che ce devi annà a fa in Lombardia?”
Sono sollevato, forse allora non era una vera minaccia.
“Sul serio, però t’hanno steccato du vorte. O te metti a lavorà oppure cerchi di pijarte sto pezzo di carta e provi qualche concorso.”
“Veramente non lo so. Non m’importa molto della scuola.”
“E allora di che t’importa?”
Non capisco perché, ma mi trovo ad arrossire.
“Non lo so. Mi piace la fantascienza.”
“L’astronavi. Vabbè manco a me me piaceva la scuola. Però te devi decidere. Se il prossimo anno non ci vuoi andare posso parlare con quelli dell’agenzia e vedere se ti danno un posto. Ma t’avviso che nun se guadagna tanto.”
Rimango in silenzio.
“Senti lava sti piatti e poi vatte a cambià. Ti va se ci pigliamo una birretta allo stesso posto di ieri sera?”
“Va bene.”
“Io mi vado a sdraiare una mezz’oretta. Svegliami se dormo, eh.”
Annuisco, mentre lui si alza il tavolo e sbadiglia.
“E pensaci a quella cosa del lavoro. Almeno aiuti un po’ a tua madre così.”
Sparecchio, lavo i piatti in fretta e furia e vado a lavarmi. Mi metto la polo beige, quella elegante. Indosso gli unici pantaloni di lino che possiedo e le Nike.
“Adriano, sono pronto” faccio da dietro la porta della stanza che condivide con mia madre. Non mi arriva risposta. La apro leggermente.
“Adriano andiamo?”
Lui dorme a pancia sotto. Mi accosto e gli scuoto leggermente la spalla, mi risponde soltanto il suo respiro pesante.

Rimango sul letto in camera mia a leggere. È mezzanotte passata quando sento la porta della sua stanza aprirsi. Lo vedo comparire sulla soglia della mia camera. Guarda in un punto indefinito, poi in alto e si allontana verso il salone. Ricompare sulla mia soglia. Ha sul volto un’espressione serissima.
“Andiamo?”
“Sì” faccio e mi rimetto le scarpe. Adriano sta lì impalato a fissare la libreria accanto al mio letto.
‘Sarà ancora mezzo addormentato’ penso.
Raggiungo la soglia, ma lui non si muove da lì, sono costretto a mettermi di fianco. I suoi occhi azzurri rimangono fissi sui miei libri, ma il suo corpo è girato verso di me.
Non so cosa dire. Provo a scrutarlo, ma rimane fermo come una statua di sale. Noto però l’enorme rigonfiamento che sbuca tra i suoi pantaloncini di tela.
“Tutta fantascienza, quindi?”
“Quasi tutta.”
“Bello.” E fa un profondo respiro.
Anche il mio respiro si fa più intenso. Il suo petto massiccio è a un millimetro da me. Il calore del suo corpo m’investe e mi paralizza. Il profumo della sua pelle mi toglie ossigeno al cervello. E il mio dito indice si muove, si poggia sulla sua protuberanza di marmo e lui mi lascia fare. Ha deciso che devo essere io a fare il primo passo. Non mi guarda negli occhi mentre la sua mano si fa strada sotto il lino e il cotone delle mutande. Il suo dito medio si muove fra le mie natiche. E così anche il mio palmo si fa più coraggioso e avvolge la sua enorme circonferenza. Adriano mi strizza per intero la natica andando a solleticare con un dito il mio buco.
Le nostre labbra fanno conoscenza e poi le nostre lingue. La sua si muove invadente e abile dentro la mia bocca.

Per un secondo ho pensato che mi sarei trovato a disagio sul letto in cui dormivano lui e mia madre, ma smetto di capirci qualcosa quando gli tiro giù i boxer e scopro quanto effettivamente è grosso. Lo afferro con entrambe le mani e a mala pena riescono a coprirne la larghezza ma non la lunghezza. Mi avvento sulla sua cappella. Ha il sapore che deve avere il paradiso. Non riesco a prenderne più di così, perciò lo masturbo dentro la mia bocca. Lui prende a spingermi per la nuca con la coscia, costringendomi ad andare più a fondo e mi arriva in gola, quasi soffocandomi. Cosa che mi eccita ancora di più per cui sono costretto e mollare la presa e masturbarmi, mentre con l’altra mano stritolo uno dei suoi pettorali villosi. Gli strizzo il capezzolo e impazzisce. Prende a scoparmi la bocca con fare vorace. Ogni colpo in fondo alla gola è un’estasi tale che presto mi obbliga a venire, ma anche dopo aver sborrato non sono né meno eccitato né la mia erezione fa cenno a diminuire. Apro gli occhi e incontro i suoi azzurri e terrificanti che adesso sono fuori di senno come quelli di una bestia. Salgo con la lingua lungo i suoi addominali. Riscendo e mi soffermo assaporandone uno. Ha una consistenza meravigliosa. Risalgo e prendo fra le mie labbra il crocifisso d’oro. Respiro come se avessi corso per chilometri.
“Ti piace succhiarmi il cazzo, eh?”
“Sì” dico ansimando.
“Sei ubbidiente?” fa dandomi un buffetto sulla guancia.
“Sì, sì.” Faccio stringendo fra i denti la catenina d’oro. “Ti prego fammi fare tutto quello che vuoi.” Ma le ultime parole escono biascicate per colpa del suo pollice che mi entra in bocca.
E così mi ritrovo con la faccia davanti il suo culo peloso. Lui sta a pecora, la mia lingua percorre più volte i suoi coglioni passando per la linea che li separa dal buco del culo come lui mi ha ordinato. Gode e si masturba. Ne approfitto per spingere il cazzo verso di me e riassaporarlo un po’. Poi allargo le natiche e prendo a brucarle al centro. Si è lavato per bene, sento la freschezza del bagnoschiuma. E che morbidezza l’interno delle sue carni. Potrei stare lì a leccarle per ore. Di mia spontanea volontà inserisco anche un dito.
“Sì, bravo” m’incoraggia e a quel punto non esito a metterne un secondo. Il suo sfintere si contrae sulla mia lingua e prendo a muoverla con più foga. Lui inarca la schiena e ruggisce di piacere. Quando lo penetro non trovo difficoltà. Si sdraia completamente e io sopra di lui. Mi ci avvinghio da dietro e lui mi permette di sferrare con forza i miei colpi senza opporsi, bensì concedendosi in toto. Il mio piede contro il suo polpaccio peloso a far da leva. Le mie labbra contro il suo orecchio che la lingua esplora.
“Spaccami il culo, ragazzo. Spaccami” m’implora.
A me già sembra di colpire forte. A quel punto inizio a volare. Me ne frego della resistenza provocata dall’attrito della sua carne e il mio ritmo passa da forte a violento.
“Sborro! Sborro!” urla a un certo punto e il suo corpo s’irrigidisce sotto il mio. Mi stringe quasi a farmi esplodere un braccio e un polso e mi lascio andare anch’io. È così bella la sensazione di calore che fluisce dal mio cazzo mentre è stretto dentro l’altrettanto calda carne dei suoi glutei.
La mattina dopo vengo svegliato che già sto eiaculando dentro la sua bocca. Mi guarda voglioso, mentre il mio seme gli scivola fuori da un angolo della bocca. Ora i suoi fari gelidi non mi fanno più paura. È come se il freddo blu si fosse riscaldato di desiderio.

Quel fine settimana andai da solo a Ostia da mia madre e al ritorno lui non c’era più. Non l’abbiamo più rivisto. Mi sono pure iscritto alla sua palestra, ho provato a chiedere ai ragazzi che avevo conosciuto quella sera, ma niente. Sparito.
Ora lavoro per i genitori di Amir. Faccio le consegne. È stata una mia idea. Sto prendendo il diploma con la scuola serale e mi frequento con un ragazzo dieci anni più grande di me che fa il parrucchiere. È muscoloso e pure abbastanza tatuato. Ne ha pure uno in faccia. Non ha un cazzo grosso quanto quello di Adriano, perciò quando ho sperimentato la mia prima volta da passivo sono stato grato. Adora quando gli sborro in bocca. Se sono io prenderlo in culo o se facciamo solo sesso orale avviene tutte le volte, ma mai quando faccio l’attivo.
A mamma sta simpatico. La mette di buon umore. Si è offerto di farle una tinta e lei ha accettato. Anche se ha preso a trascurarsi quantomeno non si è messa a bere come quando papà se n’è andato.
A volte mi chiedo se Adriano non sia stato soltanto un sogno. Chi era in realtà? Che cosa voleva? Sotto la maschera che mi eccitava tanto quanto mi terrorizzava chi si nascondeva?
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