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Gay & Bisex

La Forza della Natura


di honeybear
22.07.2026    |    3.619    |    3 9.9
"«No… Non ancora – le mie labbra di nuobo sulle sue – Voglio sentirti dentro fino all’ultimo!» Quando ci stacchiamo piove ancora..."
La passione di mia madre per le cene di famiglia è cosa nota. In effetti, anni di pratica rendono questi incontri un momento conviviale estremamente piacevole. Quella sera gli invitati sono in numero nettamente inferiore al nostro solito: solo due famiglie e la zia Lina, sorella non sposata di mamma.
Motivo del convito? La presentazione ufficiale del fidanzato di mia cugina Francesca, Giordano. «Finalmente, un viso e un corpo!» commenta subito la zia.
Che viso… Ma soprattutto che corpo! Un viso d'angelo incorniciato da capelli color miele leggermente scompigliati, occhi verdi e profondi, le guance rasate alla perfezione e un sorriso birichino capace di affascinare chiunque al pari delle sue battute disarmanti. L'avvenenza fisica è indiscutibile e completa un insieme che chiunque, nel variegato panorama degli orientamenti sessuali, invidierebbe! Evviva mia cugina, dunque! E beata lei…
«Quanti anni hai?» L’interrogatorio della petulante zia è solo iniziato.
«Ne ho compiuti venticinque la settimana scorsa!» risponde Giordano.

Si aggiusta il colletto della camicia di cui ha sapientemente lasciato aperti due bottoni. La scollatura mi consente la vista sulla pelle liscia dell’ampio petto scolpito, dal quale lui si spazzola via un granello di polvere immaginario giusto intorno al disegno dei capezzoli definito dal tessuto di cotone chiaro e leggero. I jeans stretti completano il quadro, fasciandogli le gambe e lasciando scorgere un rilievo generoso all’altezza del cavallo ogni volta che, sistemandosi la camicia, la solleva.
Mi sto immaginando queste provocazioni o sono solo mie fantasie?
Qualunque interpretazione è benvenuta, mi basta non essere distolto dal mio film mentale…

«Brava Francesca che ce l’hai portato, così lo festeggiamo!», applaude l’acida zitella. Poi si rivolge a me: «E tu, quando ti deciderai?» Quella battuta mi riporta alla realtà.
Dentro di me ringrazio — e invidio — la fortunata cugina, ma la festa vorrei la facesse lui a me e non il contrario… Contemporaneamente mando a quel paese la vecchia per la totale mancanza di tatto.
I miei occhi gli rimangono incollati a quel corpo statuario per tutta la sera: con un sapiente magheggio faccio in modo di posizionarmi proprio di fronte Giordano per radiografare ogni più piccolo dettaglio di quella divinità piombata alla nostra mensa. Arrossisco ogni volta che capisce che lo sto fissando e, prontamente, distolgo lo sguardo in modo pudico (ma non troppo).
«Sono pieno come un uovo. Che ne dite, cugina e fidanzato se andiamo a prendere un po’ di fresco in terrazza?» propongo.
«Ottima idea!»
«Che vita magnifica!», esordisce Giordano una volta fuori. La mirabile visione lo entusiasma a tal punto che si sporge dalla balaustra; i suoi occhi spaziano sulla brughiera circostante, allietata dal frinire delle cicale ma mossa da un refolo di vento che si alza all’improvviso.

Eh sì, davvero incommensurabile… mi ritrovo a pensare, ammirando il suo busto trapezoidale e quel culetto incredibile che si sta inconsciamente massaggiando mentre scende la scala in pietra che conduce...

«…A ciò che resta del ciliegio…»
«Dove il nonno aveva montato l’altena con cui tanto ci divertivamo da bambini! «
Io e Francesca sorridiamo nel condividere quel momento di spensieratezza passata. Ora i nostri occhi si spostano dal ceppo all’orizzonte.
«Nelle giornate terse si riesce a scorgere persino casa mia…», Francesca affianca il suo uomo e lui la cinge al fianco mentre lei gli indica la direzione. Mi sembra che, nel compiere quel gesto galante, l’ampiezza dell’apertura suo braccio vada intenzionalmente a sfiorarmi il fianco.
Il discorso cambia presto direzione e ci soffermiamo a lungo a godere della piacevole frescura regalataci dal vento.
«Questo vento non promette niente di buono…», annuncio.
«Entro a prenderti qualcosa per coprirti», si offre Giordano, allontanandosi in direzione della casa per ricomparire poco dopo con un coprispalle. Quando aiuta Francesca a indossarlo, mi accorgo di uno strano e notevole rigonfiamento nei suoi paesi bassi, che non mi era parso di scorgere poc’anzi.
Le prime gocce di pioggia cadono improvvise. Francesca decide di ritirarsi.
«Io preferisco stare ancora un po’ qui!», esclama Giordano.
«Come vuoi, ma tra poco scenderà il diluvio a giudicare da quel nero all’orizzonte!», risponde lei prima di voltarci le spalle. Osserviamo la sua figura scomparire nell’ombra nell’esatto istante in cui le cateratte del cielo si aprirono.
In un attimo siamo zuppi.
«Corriamo dentro o ci prenderemo un malanno…», dissimulo io.
«Perché tanta fretta?», mormora lui a bassa voce, avvicinandosi di un passo. «Vuoi scappare da me?»
«Io…» io non riesco a distogliere gli occhi da tanta meraviglia. I capelli ora bagnati gli ricadono sulla fronte, un rivolo d’acqua gli disegna la mascella e la camicia inzuppata si incolla al petto facendo trasparire i grossi capezzoli.
Poi accade l’inimmginabile. Con un gesto rapido si sfila la camicia e la lancia via, lasciandola volare nel vento. Senza darmi il tempo di reagire, afferra il bordo della mia polo che fa la stessa fine. Rimaniamo lì a torso nudo sotto il diluvio e, almeno io, col fiato strozzato, cercando di realizzare ciò che sta avvenendo.
«Avvicinati…», sussurra. Ipnotizzato, insensibile allo sferzare della pioggia, ubbidisco. Le mie mani scivolano lungo i suoi pettorali, giù verso la cintura… Poi mi blocco.
«Lo desideri, eh? È qui, prenditelo», dice, appoggiando la sua mano sulla mia, guidandola contro la patta bagnata e durissima dei jeans.
«Mi… Mi piacerebbe da morire…», ammetto senza fiato, diviso tra l'eccitazione e il panico, «ma se qualcuno…»
«Chi vuoi che esca a cercarci con questo tempo? Anzi…», estrae il cellulare dalla tasca, compone in fretta un messaggio e poi lo rinfila in tasca. «Ecco, così non ci rompe i coglioni nessuno!»
L'eccitazione sale alle stelle. Finiamo di spogliarci sotto l'acqua scrosciante, desiderando solo il contatto della pelle. Rimasto nudo, Giordano si rivela definitivamente per ciò che è: uno spettacolo della natura, una bellezza sconvolgente fatta di un corpo scolpito, slanciato e glabro, eccezion fatta per una leggera scia di peli tra i pettorali che traccia il percorso verso il pube. Il suo membro ancora moscio tra le cosce sode da calciatore.
Senza curarmi della pioggia battente, mi inginocchio nell’erba fradicia e gli prendo subito l'uccello in bocca per sentirlo crescere e irrigidirsi contro il mio palato. Me lo sfilo per ammirare quella meraviglia: proporzionato, con una cappella rosea e prominente. Inizio a muovere le labbra con delicatezza, leccandogli l'asta già bagnata di pioggia, prima di avvolgerla e ciucciarla piano, assaporandone ogni millimetro. Giordano apprezza l'inizio morbido: si passa una mano sul petto, stropicciandosi i capezzoli turgidi ed emettendo un respiro profondo. «È bellissimo… continua così», sussurra.
La mia lingua gioca con la pelle tesa, esplora le scanalature e la mia bocca la stringe alla base, facendolo gemere sommessamente. Arrivo ad ingoiarlo tutto nuovamente, arrestandomi solo contro gli ispidi peli pubici che per fortuna non ha depilato. Il suo aroma si mischia nelle mie narici con quello della campagna lavata dall’acquazzone che sembra non voler cessare.
Anch’io non avrei voluto smettere di spompinarlo, ma Giordano mi costringe ad alzarmi, chinandosi a sua volta per accogliere tra le labbra la mia cappella e concentrandosi unicamente su quella con una maestria divina. Non riesco a trattenere i colpi di bacino e gli ansimi. «Così… sì, proprio lì…», lo incito. Lui aumenta la velocità di suzione, procurandomi scosse di piacere che mi fanno barcollare per un istante.
D'un tratto, si stacca con uno schiocco. Mi sorride mentre, prendendomi per mano mi conduce al ceppo del ciliegio.
«Mettiti lì!» Indica con la mano.
Non aspetto altro.
Mi volta di schiena, mi assesta un paio di pacche decise sulle chiappe sode e mi abbassa dolcemente per posizionare il mio culetto all’altezza giusta. Sento il calore della sua cappella premere contro il mio sfintere. Spinge con decisione e, tra i miei gemiti soffocati, la sua asta comincia a farsi strada dentro di me. Una volta entrato del tutto, inizia a stantuffare. Dopo i primi secondi necessari ad abituarmi alla dimensione, prende il ritmo e comincia a fottermi con forza, entrando ed uscendo con affondi rapidi e profondi. Il piacere è così intenso che non riesco a trattenermi.
«Sì... fottimi, fottimi così!», lo prego.
Le mie parole urlate si perdono nel rumore della pioggia e nel sibilo del vento freddo.
Eppure io mi sento avvampare, dentro e fuori…
Giordano continua imperterrito, schiacciandomi verso il basso ad ogni spinta tanto che ormai sono appoggiato alla base del tronco con i gomiti. Non accenna a rallentare, anzi, aumenta la frequenza dei colpi iniziando a gemere con forza insieme a me riprendendo a sculacciarmi.
Si sfila.
«Vieni qui, troietta», mi dice all'improvviso.
I suoi glutei marmorei poggiano sul tronco tagliato. Le gambe spalancate mostrano in tutto la sua fierezza l’asta dura come l’acciaio e bagnata di pioggia e umori.
«Monta qui sopra! » e la indica.
Mi aiuta a salire sul legno viscido.
Divarico le gambe tenendomi saldamente alle sue spalle prima e al collo poi, mentre scendo lentamente per incontrare nuovamente la cappella prima e il resto dell’asta poi che m’infila di nuovo con una sola spinta decisa. Questa volta posso guardarlo negli occhi mentre mi scopa. Il ritmo torna subito vertiginoso; sento il mio cazzo sbattere contro il mio e il suo addome a tempo con i suoi affondi. I nostri respiri e i nostri gemiti si fondono nel frastuono della tempesta che continua a lavarci.
«Più veloce… Più veloce!», lo incito e lui non se lo lascia ripetere. Aumenta ancora l’intensità dei colpi, regalandomi sensazioni devastanti. Mi penetra senza sosta per un tempo che sembra infinito ulrando nel vento: « Ti piace, eh? Vero? Così ti piace, vero? Sentirlo tutto dentro!».
«Sì… Sì…» biascico devastato dalla furia dell’inculata che mi ha sfondato senza ritegno.
La sensazione è troppo forte, non riesco più a trattenermi. Con un urlo liberatorio mi scarico sul suo addome. Sentendomi stringere attorno al suo cazzo durante l'eiaculazione, Giordano mi solleva, estrae il membro dal culo e si masturba freneticamente sopra il mio buco sfranto: bastano pochi secondi prima che un fiotto caldo di sperma lo annaffi.
Delicatamente mi prende per i fianchi e me lo rimette dentro insieme alla sua sborra.
È l’estasi.
Rimaniamo lì, cristallizzati, ad aspettare che il respiro riprenda il suo ritmo abituale.
Ci guardiamo a lungo. Lui sbuffa per allontanare il ciuffo fradicio dagli occhi.
Sorride prima di protendere le labbra verso le mie e attanagliarle in un lungo bacio.
Fa per sollevarmi.
«No… Non ancora – le mie labbra di nuobo sulle sue – Voglio sentirti dentro fino all’ultimo!»
Quando ci stacchiamo piove ancora. Recuperiamo in fretta le nostre cose e ci mettiamo addosso gli indumenti bagnati.
«Che ti avevo detto? – ride guardando il display dello smartphone – Nessuno è venuto a cercarci e a romperci i coglioni!»
Mi mostra la chat con il messaggio ancora non letto e mi allunga una pacca sul sedere mentre, abbracciati sul prato bagnato, ammiriamo la luna piena fare capolino dai nuvoloni neri che, come noi, hanno scaricato le loro tensioni.
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