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Gay & Bisex

Guardami 3 -Andrea-


di ilGioco2
21.07.2026    |    645    |    1 9.1
"Quando si tirò su i pantaloni e uscì in fretta, rimasi qualche secondo in ginocchio, assaporando quel gusto forte e salato che ancora mi impregnava la bocca..."
Erano passati solo pochi giorni da quella sera, ma non riuscivo più a pensare ad altro. Il cazzo nero e grosso di Amadou che mi apriva, che mi riempiva fino in fondo, che mi sbatteva come una troia sul nostro letto mentre Giulia guardava…
Mi aveva cambiato.
Mi ero sentito posseduto, usato. E mi era piaciuto da morire. Ogni volta che chiudevo gli occhi sentivo ancora le sue palle che sbattevano contro il mio culo, il suo sperma caldo che mi colava fuori, la voce roca che mi chiamava “puttana”. Giulia lo sapeva. Mi provocava di continuo, ma io volevo di più. Volevo provarlo da solo. Senza rete. Senza mia moglie che guardava. Volevo sentirmi veramente sporco, esposto, in una situazione estrema.
Così quel venerdì sera uscii da solo.
Avevo detto a Giulia che sarei andato a bere una birra con un collega. Invece guidai fino a quel parcheggio periferico semiabbandonato che conoscevo solo di fama. Il cuore mi batteva fortissimo mentre parcheggiavo in fondo.
Scesi dalla macchina. Indossavo solo una felpa leggera e un paio di pantaloncini da ginnastica senza biancheria. Camminai lentamente tra i camion, sentendomi già bagnato tra le natiche per l’eccitazione.
Un uomo uscì dall’ombra. Alto, sui quarantacinque anni, barba corta, corporatura massiccia. Mi guardò dritto negli occhi.
«Cerchi qualcosa?» grugnì.
Annuii. «Voglio… prenderlo. Forte.»
Non servivano altre parole. Mi spinse contro il fianco freddo del camion, mi abbassò i pantaloncini e mi aprì le natiche. Solo saliva. Poi entrò con un colpo secco. Urlai piano mentre mi sfondava, bruciando. Iniziò a fottermi con rabbia, colpi profondi che mi facevano sbattere contro la lamiera.
«Prendilo tutto, puttana» ringhiava. «Questo è quello che vuoi, no?»
Ogni spinta mi distruggeva e mi eccitava. Ero completamente esposto, il culo offerto a uno sconosciuto nel buio di un parcheggio. Quando venne dentro di me, scaricando fiotti caldi e densi, mi sentii tremare. Lo sperma mi colò lungo le cosce mentre usciva.
Mi girò, mi mise in ginocchio e mi fece pulire il cazzo con la bocca. Poi se ne andò senza dire altro, lasciandomi lì, sporco, aperto, con il respiro corto e il cuore che martellava.
Rimasi qualche minuto in ginocchio sull’asfalto, lo sperma che continuava a uscire lentamente dal mio buco. Non sapevo se mi sentivo vivo… o se avevo appena oltrepassato un limite dal quale non si torna indietro.
Mentre guidavo verso casa, con il culo ancora pulsante e bagnato, mi chiesi cosa avrei raccontato a Giulia. O se le avrei raccontato qualcosa.
Forse non era necessario.
Forse la prossima volta non sarei tornato da solo.
O forse sì.
Non lo sapevo più.

Erano passate alcune settimane.
Il segreto mi consumava e mi eccitava sempre di più.
Quella mattina, dopo aver baciato Giulia che ancora dormiva, partii per un viaggio di lavoro di due giorni. Dopo più di tre ore in autostrada mi fermai in un grande autogrill.
Entrai nel bagno degli uomini per pisciare. Era abbastanza pulito ma deserto, a parte tre persone.
Due ragazzi sui venticinque anni stavano vicino ai lavandini, uno accanto all’altro. E poco più indietro, appoggiato al muro, un anziano sui settant’anni, capelli grigi, che fingeva di lavarsi le mani ma in realtà osservava.
Mi misi all’orinatoio in fondo. Mentre pisciavo, sentivo i loro sguardi su di me. Uno dei due ragazzi, quello più alto, si avvicinò all’orinatoio accanto.
Non guardava dritto, guardava me.
Finii in fretta e mi tirai su i pantaloni. Il cuore batteva forte. Vattene, pensai. Feci un passo verso l’uscita, ma il secondo ragazzo mi bloccò la strada con il corpo, sorridendo piano.
«Hai fretta?» mormorò.
Rimasi bloccato. Guardai la porta: nessuno. L’anziano ci osservava in silenzio. Era rischioso, troppo rischioso. Stavo per andarmene quando qualcosa dentro di me cedette.
Chiusi gli occhi un secondo, respirai e mi voltai verso l’ultimo bagno. Lasciai la porta socchiusa.
I due ragazzi entrarono subito.
Mi inginocchiai sul pavimento senza dire una parola. Quello alto si aprì i jeans per primo. Aveva il cazzo già duro, bello grosso. Lo presi in bocca senza esitare, succhiando con avidità, la lingua che girava intorno alla cappella. Lui mi mise una mano sulla testa e spinse piano, scopandomi la bocca.
Il secondo ragazzo si tirò fuori il cazzo e me lo strofinò sulla guancia. Passai da uno all’altro, succhiandoli alternativamente, sbavando, facendo rumori umidi e osceni. Erano giovani, duri come pietra. Gemevano piano, cercando di non fare troppo rumore.
«Cazzo, sei bravo…» sussurrò uno.
Quello alto venne per primo. Mi tenne la testa ferma e scaricò nella mia bocca, fiotti densi e caldi. Ingoiai tutto, senza lasciarne uscire una goccia. Subito dopo fu il turno dell’altro. Mi venne addosso con un gemito soffocato. Assaggiai anche il suo, sentendo il sapore forte e giovane.
Ero ancora in ginocchio, con le labbra gonfie e il respiro pesante, quando i ragazzi uscirono.
Nemmeno il tempo di alzarmi che l’anziano era entrato.
Si era goduto lo spettacolo e ora voleva la sua parte.
Mi guardò dall’alto, il cazzo già fuori dai pantaloni. Era più piccolo ma molto duro, con la cappella lucida. Non disse niente. Io non mi alzai.
Mi sporsi in avanti e presi anche il suo in bocca. Lo succhiai con calma, più lentamente rispetto ai ragazzi. L’anziano mi accarezzò i capelli con una mano rugosa, respirando affannosamente. Dopo qualche minuto si irrigidì e venne, rilasciando il suo sperma sulla mia lingua. Ingoiai anche quello, fino all’ultima goccia.
Si tirò su i pantaloni e uscì senza dire una parola.
Rimasi solo nel bagno, ancora in ginocchio, con il sapore di tre sconosciuti in bocca. Mi alzai lentamente, mi sciacquai la faccia e mi guardai allo specchio.
Avevo le labbra rosse, gli occhi lucidi.
Risalii in macchina e ripartii verso il mio appuntamento di lavoro, con ancora il loro sapore sulla lingua e addosso.
Giulia era lontana, a casa.
E io continuavo a tacere.

Il viaggio di ritorno fu strano.
Mancavano meno di cento chilometri a casa e a Giulia.
Più mi avvicinavo, più sentivo quella tensione mista a eccitazione crescermi dentro. Durante questi due giorni avevo pensato molto. Avevo deciso. Non potevo più tenermi tutto dentro. Glielo avrei detto. O meglio… glielo avrei fatto capire.
Mi fermai all’ultimo autogrill prima di arrivare.
Stavolta il sole stava già calando. Entrai nei bagni con il cuore che batteva forte. Se trovo qualcuno, pensai, lo faccio. Torno a casa con il sapore ancora in bocca. La bacio. E se sente qualcosa… le dico tutto.

Il bagno era quasi vuoto. Ma non del tutto.
C’era un uomo solo, sui quarant’anni, in piedi davanti agli orinatoi. Capelli corti, barba di qualche giorno, corporatura solida. Mi guardò mentre mi avvicinavo. Non abbassò subito gli occhi. Quel secondo di troppo fu sufficiente.
Mi misi all’orinatoio accanto al suo. Finii di pisciare, ma non me ne andai. Lui si girò leggermente verso di me. Il suo cazzo era ancora fuori, già mezzo duro.
Non parlammo. Mi inginocchiai direttamente davanti a lui, lì, tra gli orinatoi, in un bagno pubblico. Lui si guardò velocemente intorno, poi mi mise una mano sulla testa.
Presi il suo cazzo in bocca con urgenza. Era spesso, con un buon odore di uomo e di piscio.
Lo succhiai con passione, la lingua che girava intorno alla cappella, scendendo fino alle palle e risalendo. Lui gemeva piano, spingendo con il bacino, scopandomi la bocca con movimenti controllati ma decisi.
«Cazzo… sì, così» sussurrò.
Accelerai, succhiando più forte, sbavando lungo l’asta. Volevo il suo sapore. Volevo portarmelo a casa. Dopo qualche minuto si irrigidì, mi tenne la testa ferma e venne. Fiotti abbondanti e caldi mi riempirono la bocca. Ingoiai quasi tutto, ma lasciai un po’ di sperma sulla lingua, mescolato alla saliva.
Quando si tirò su i pantaloni e uscì in fretta, rimasi qualche secondo in ginocchio, assaporando quel gusto forte e salato che ancora mi impregnava la bocca.
Mi alzai, mi sciacquai solo la faccia, senza lavarmi i denti. Il sapore era ancora lì, intenso.
Andando verso l’auto parcheggiata lo vidi di nuovo.
Baciava sua moglie prima di ripartire.
Vicino a lei un passeggino.

Risalii in macchina e ripartii verso casa. Ogni chilometro mi avvicinava a Giulia. Il cuore batteva sempre più forte. Il cazzo mi pulsava nei pantaloni al pensiero di quello che stavo per fare.
Parcheggiai sotto casa. Presi la valigia e salii.
Giulia mi aprì la porta con un sorriso caldo. «Finalmente sei tornato…»
Mi avvicinai, la guardai negli occhi per un lungo secondo, poi la baciai. Un bacio profondo, con la lingua. Le feci sentire tutto. Il sapore ancora forte di quel cazzo sconosciuto che mi aveva riempito la bocca meno di un’ora prima.
Lei si irrigidì leggermente. Sentì il gusto diverso. Lo capì.
Si staccò appena, mi guardò con gli occhi spalancati, un misto di sorpresa, confusione… e qualcosa di più.
«Andrea…» mormorò.
Io sostenni il suo sguardo, il sapore ancora sulla lingua, e dissi piano:
«Devo parlarti.»
Il cuore mi batteva fortissimo. Finalmente era arrivato il momento.


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