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Gay & Bisex

Il patto del travertino


di onlycaramba
19.07.2026    |    1.190    |    1 7.5
"Sentire il ritmo del suo respiro corto mentre le sue mani enormi mi stringono le cosce azzera ogni distrazione..."
Primavera. La città imperiale respira sotto un cielo d'aria solida e i marmi dei monumenti accumulano il primo sole. Nel parco l'odore della fioritura è denso, interrotto solo dal richiamo secco degli uccelli. Cammino a passo regolare. Un uomo mi ferma, piantandosi a metà del sentiero. Indossa abiti civili che non riescono a dissimulare la linea squadrata delle spalle e l'andatura di chi è abituato al peso del comando. Non so chi sia, non conosco il suo ruolo.

La statura è identica alla mia. La mia linea è snella, la sua mostra la massa robusta e indurita da anni di addestramento. Ci misuriamo.

«Hai un passo troppo deciso per essere uno che passeggia e basta» dice, tenendo le mani nelle tasche della giacca con fare brusco.

«Il viale è lungo. Preferisco camminare che trascinare i piedi» rispondo, sostenendo lo sguardo.

«Continui a guardare l'orologio. Hai un appuntamento o hai fretta di uscire dal parco?»

«Nessun appuntamento. Guardavo l'ora perché so che a quest'ora il parco si svuota. E preferisco camminare quando resta solo chi ha un motivo per stare qui».

Lui stringe gli occhi per studiarmi il viso, ravviandosi i capelli corti. Cerca di capire se ho paura. «E tu che motivo hai?»

«Mi piacciono le camminate intense. E mi piace l'ordine. Soprattutto quando ha una faccia decisa come la tua».

Lui incassa la franchezza con un impercettibile cambio di postura, misurando la mia totale mancanza di timore. Non c'è traccia di sfrontatezza, solo sicurezza.

Sorride appena; un cenno asciutto. «Mi chiamo Adriano. E vedo che non hai l'abitudine di esitare».

«Aurelio. Con me non si perde tempo».

Adriano fa un cenno col capo, indica l'orologio ed elenca un luogo e un'ora nel parco. Un comando mascherato da appuntamento.

Pochi secondi di immobilità bastano a ridurre la distanza a un palmo di respiro. Restiamo fermi sul sentiero, l'ombra degli alberi che taglia i nostri profili identici in altezza. Lo sguardo di Adriano scende, lento e pesante, a marcare la linea snella dei miei fianchi per poi risalire lungo il petto, fissandosi dritto nei miei occhi. Un sorriso accennato, ruvido e privo di parole, distende appena i suoi lineamenti duri. Sento il calore della sua vicinanza fisica, la solidità monumentale della sua corporatura indurita che quasi mi sovrasta, pur senza toccarmi. È una vibrazione nell'aria immobile del parco prima ancora che i nostri corpi si muovano verso la penombra.

Giorni dopo, la situazione si capovolge nel punto più alto della rappresentanza istituzionale. È un evento d'onore e la sala è gremita di alte cariche e autorità civili. Adriano è lì, inquadrato nel protocollo. La divisa da cerimonia è impeccabile. Le medaglie sul petto riflettono il taglio delle luci e le stelle d'oro sui gradi esigono un distacco assoluto. Solo in quel momento capisco chi ho davanti.

Passo a pochi centimetri da lui. L'adrenalina è a mille, un fuoco compresso sotto la pelle; eppure il controllo è totale. Nessun muscolo del viso cede. Gli occhi si incrociano per una frazione di secondo, carichi di un legame sotterraneo che nessuno deve intercettare. Manteniamo la distanza davanti al mondo intero.

Il rito si consuma nel tempo, isolato dal resto della città. Trova la sua base nel tempietto romano del parco, un cerchio di pietra antica sottratto alla modernità, ma soprattutto negli incontri privati in pieno centro, dove il rigore marziale si trasferisce tra le pareti spoglie di una stanza. Nella camera da letto tutto è silenzio d'appartamento e penombra artificiale. Lì Adriano indossa la divisa con tutte le medaglie solo per me.

Mentre sbottona la giubba d'ordinanza, l'attenzione si inchioda sulla fila serrata dei nastrini d'oro e d'argento appuntati sul petto. Il metallo dei fregi riflette un bagliore freddo sulla parete nuda. Quando i bottoni cedono, l'uniforme si spalanca sulla sua massa robusta, rivelando il torace compatto e indurito da anni di addestramento. L'odore del tessuto pesante si mescola a quello della nota calda e salata del sudore maschile che sale dal suo petto nudo; un richiamo aspro e autentico, che fa andare il cervello in tilt totale, azzerando ogni pensiero. Adriano si muove con la precisione imperiosa di un uomo d'azione.

«Qui comando io» sussurra Adriano, stringendo i denti, mentre la sua voce scende profonda; «e tu ubbidisci, adesso».

«Il rigore ti sta addosso anche senza i gradi. Lo apprezzo molto» rispondo, mentre mi avvicino e sento l'odore dell'autorità.

Mi afferra per i fianchi con una presa d'acciaio che azzera ogni distanza e impone il ritmo del possesso, costringendomi a sentire tutta la solidità della sua corporatura.
I baci si fanno subito lunghi e duri, uno scontro di bocche calde e bagnate che si cercano con foga, prive di qualsiasi morbidezza. La linea snella del mio addome viene schiacciata contro i suoi muscoli tesi, mentre le sue mani ruvide scendono decise a sbottonare, scoprendo i corpi con gesti rapidi e bloccando ogni via di fuga in un blocco di puro vigore fisico. Sotto l'uniforme, la sua dote si rivela normale ma fiera, specchio esatto di una stazza solida; la mia risponde con lo stesso identico vigore, tesa e pronta nel contrasto tra la mia corporatura asciutta e il suo torace compatto. L'atto diventa una pura resistenza fisica, un esercizio di forza e dedizione che dal chiuso della camera si sposta, nei mesi, tra i pilastri del tempietto. Sotto quel soffitto di pietra, l'atto acquista la solidità del marmo. Ci inginocchiamo a turno sul pavimento ruvido. L'orale è lungo, serrato, privo di fretta. Sentire il ritmo del suo respiro corto mentre le sue mani enormi mi stringono le cosce azzera ogni distrazione. La sua conclusione proficua avviene sui miei slip. Adriano invece blocca il movimento, si rialza contro una colonna e vuole il nettare direttamente sul petto nudo, lasciando che la sostanza si asciughi sulla pelle come un sigillo d'acciaio.

Il patto viene scosso mesi dopo. Adriano mi nota in centro, mentre cammino e parlo fitto con un altro uomo; un tipo d'impatto, dalla presenza forte. La gelosia del militare è estrema, radicata nell'orgoglio del possesso esclusivo. Sul momento non fa una piega. Mantiene la postura d'ordinanza, gira e scompare.

Segue un silenzio totale; settimane di tregua unilaterale in cui taglia ogni contatto. Quel silenzio radio scava dentro di me una strana lucidità. Non provo l'ansia comune di chi si sente colpevole; conosco le regole del nostro codice. Eppure, camminando da solo per gli stessi viali, avverto il peso di quel vuoto. Comprendo che la sua assenza è una manovra tattica, un arretramento necessario per riordinare le linee e valutare la mia lealtà. Non gli manderò messaggi e non cercherò giustificazioni. Se il patto deve reggere passerà attraverso questa prova di isolamento, dove l'orgoglio di entrambi si misura a distanza. Poi, il ritorno, nello stesso tempietto romano.

«Chi era quello in via del Babbo?» taglia l'aria Adriano, lo sguardo ruvido che scava.

«Un semplice conoscente. Nessuno che possa interferire con noi» rispondo con tono calmo e fermo, senza arretrare di un millimetro.

«Non divido l'attenzione. Uno così bono attira troppi sguardi. Esigo disciplina».

«La mia disciplina la tengo per te. Finora l'ho dimostrata».

Adriano incassa. Il petto si sgonfia lentamente e un cenno secco del capo chiude la questione.

«Sei mio» dice, definitivo. «Ho avuto le prove in quei giorni di rappresentanza. Eri lì, mi vedevi circondato da tutti e hai rispettato la situazione senza fare un passo falso. Hai dimostrato carattere».

Le parole del militare a fine servizio, nel parco, sigillarono quel patto nel tempo. Il legame si trascina per oltre un lustro, superando le restrizioni della pandemia e la distanza forzata delle licenze. Poi arriva l'ordine di trasferimento definitivo; un foglio di via che non ammette repliche. L'addio non ha i toni del dramma sentimentale. È un bacio lunghissimo, di una virilità disarmante. Si compie nel tempietto romano, sotto lo stesso soffitto di pietra che ha visto l’inizio.

Adriano si sistema il colletto della divisa. Il suo sguardo è dritto, privo di cedimenti malinconici. C'è tutta la potenza della sua statura a occupare lo spazio tra le colonne; un'imponenza fisica che la stoffa scura esalta anziché contenere. Prima di fare un solo passo indietro, mi blocca la nuca con le dita aperte, stringendo la presa sui capelli con quella ruvidezza d'acciaio che conosco fin troppo bene. Si china di nuovo, premendo la bocca sulla mia in un'ultima, vorace presa che sa di addestramento e di assoluto controllo. È un richiamo aspro che vibra sotto il marmo umido del tempio e mi tiene ancorato a lui nel momento esatto della separazione. Sento il calore del suo petto possente premere contro il mio fino a togliermi il fiato, imprimendosi sulla mia carne come un'ultima consegna formale.

«Niente telefoni. Niente messaggi nel vuoto» dice con la sua solita fermezza brusca che non ammette repliche. «Il virtuale è roba da ragazzini. Noi siamo un'altra cosa. Mantieni la posizione».

Un ultimo cenno secco del capo, lo sguardo che si stacca dal mio solo quando il corpo ha già iniziato la rotazione. Gira con la precisione geometrica del militare e scompare dietro l'angolo delle colonne, lasciando che l'ombra del travertino inghiotta la stoffa della divisa. Resto immobile sul marmo umido, mentre il rumore cadenzato dei suoi stivali sui blocchi di pietra si allontana, regolare, senza un solo accenno di esitazione, fino a perdersi nel fruscio della brezza del parco e nel silenzio ritrovato della città imperiale. Ogni passo che si allontana non fa che aumentare la densità di quel distacco; è il suono della disciplina che si riprende lo spazio pubblico, l'ordine che si separa dal rito per tornare al suo rango.

Il vuoto sul mio petto è freddo, un contrasto immediato con il calore e la nota salata di sudore che mi ha lasciato impresso sulla pelle. Guardo lo spazio vuoto tra i pilastri dove fino a un istante fa si imponeva la sua statura; l'aria della sera sembra conservare ancora la linea esatta delle sue spalle massicce. La mente rimane lucida, ferma nella certezza assoluta che nessun compromesso tecnologico potrà mai usurpare la solennità di quello che è stato. Non ci saranno squilli, non ci saranno schermi illuminati a rincorrere una vicinanza fittizia; il virtuale non appartiene a due uomini che si sono misurati sulla carne, sul rispetto reciproco e sul silenzio. Una messaggistica qualunque avrebbe solo l'effetto di sbiadire l'impronta fisica del comando, riducendo un'intesa d'acciaio a una distrazione borghese.

Questa distanza forzata, questo isolamento definitivo che il foglio di via impone, non è una rottura; è l'estensione logica della nostra stessa legge. È la prova del carattere che continua a oltranza, la dimostrazione che sappiamo mantenere la posizione anche quando le linee arretrano e il comando diventa invisibile. L'assenza di Adriano si trasforma in un'altra forma di presenza, un presidio costante della memoria che esige la stessa rigida dedizione dei giorni di rappresentanza. Resta la complicità totale come guida assoluta nel tempo, una linea invisibile ma indistruttibile che attraversa i territori e supera i distaccamenti. È un patto d'acciaio per un futuro indefinito che non ha bisogno di conferme quotidiane per esistere, sigillato per sempre nel silenzio radio e scritto, indelebile e fiero, nella pietra millenaria di questo specchio d'impero.
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