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Gay & Bisex

Il rigore della linea rossa


di onlycaramba
18.07.2026    |    1.083    |    5 8.6
"Le sue mani scesero decise, sbottonando e scoprendo con gesti rapidi, liberando entrambi dalla stretta dei tessuti..."
Sì, sono stato con un carabiniere. "Stare" è una condizione presuntuosa per alcuni. Io sono stato con un carabiniere sotto le lenti della complicità maschile velata, quasi da camerata iniziato.

Questo è il racconto, articolato strettamente nell’essenziale con nomi fittizi. I dettagli appartengono alla sfera privata, o meglio, li lascio all’acuta immaginazione.

Tarda sera d’estate, tuttora afosa, vestiti che restano attaccati e corpi che bramano un po' di refrigerio. La città è priva della sua fauna variegata; ci sono i turisti internazionali e un discreto numero di connazionali. Il parco agisce da oasi in città, ma è strategicamente vicino al movimento.

Sguardi qui. Sguardi là. Il viale sontuoso di fitta vegetazione è illuminato e lo sto percorrendo; più in là c’è una fontana dove gli occhi non distinguono come di giorno. Una brezza improvvisa porta conforto. E una voce spunta dal nulla, ferma:

“Prego, documenti”.

“Comandante, mi accompagna verso il sentiero illuminato?”

“Inizi con le sue generalità e mi dica che ci fa qua”.

“Giovanni Ciullo, residente in…, domiciliato in…, italiano”.

“Verifichiamo alla luce. Ha detto che i documenti li ha”.

Andando verso il viale si intravede una panchina. C’è luce e il Comandante ora è ben visibile, così come lo sono io. Ho davanti agli occhi un uomo possente, disarmante nella sua bellezza velata dall’uniforme. Sembra siculo. Un misto normanno con la Magna Grecia. Virile. Molto virile. Occhi profondi, di quelli che ti denudano e si prendono ogni tuo segreto.

“Giovanni Ciullo. È effettivamente Lei. Tenga”.

“Comandante, io stavo qua perché mi piace perdermi in camminate intense e…”

“Giovanotto, va bene così. Lei è stato l’unico finora che non ha provato a fregarmi con generalità false per poi giustificarsi con la paura. Mi ha risparmiato tempo e verbali inutili. Ci vuole una bella fermezza, resti sempre così”.

“Comandante, io apprezzo molto. Non avrei potuto mentirle. Se posso... sono affascinato da tempo dal rigore della linea rossa su fondo nero”.

“Giovanotto, non è una lusinga. È il carattere del Comando che noi percepiamo in pochi. Io comunque ho capito cosa stava cercando, e non la giudico. Ma faccia attenzione: io sono dalla Sua parte, ma se trova un collega diverso da me, non la prende bene. Neanche se Lei dice il vero”.

“In che senso dalla mia parte? Cosa intende, Comandante?”

“So che cerca questo. E sono disposto a concederglielo. Ma la divisa mi impone altro”.

“Comandante, Lei non mi conosce, ma questo Suo gesto mi lascia stordito”.

“Perché?”

“Perché io la venero. Non so spiegare il perché. Sarà che per me rappresenta il culmine dell’ordine”.

“Giovanotto, non perdiamoci in discorsi filosofici. Lei continua a girare qua intorno? Io a quest’ora devo togliermi quest’uniforme e tornare in borghese. Posso solo proporle di vederci da borghese, qua stesso, fra mezz'ora”.

“Ma sul serio?”

“Sì, a patto che resti un segreto tra noi”.

“Comandante, io… vede… non saprei…”

“Giovanni, sì che lo sai. Basta un cenno. O vado. Ma stai attento, che i miei colleghi che girano qua di lunedì cercano solo rogne”.

“Comandante, Lei è…?”

“Io sono Marco. Un comandante. E posso essere il tuo comandante. Basta che i codici d’onore non vengano violati. Dici che ti piace la mia gente? Bene, sappi però che una volta fatto, resta un patto”.

“Comandante Marco, io sono davvero lusingato, ma…”

“Basta chiacchiere. Qui fra mezz'ora o vado?”

“Sì, Marco. Ci ritroviamo qua”.

Lo scambio insolito tra il ragazzo e il carabiniere a fine servizio, nel parco, sigillò davvero un patto.

Quei trenta minuti furono un limbo d'inferno. Il cuore mi batteva in gola, schiacciato tra l'eccitazione più cieca e una paranoia logorante. E se fosse una trappola? Se dietro il cespuglio ci fossero i suoi colleghi pronti a bloccarmi per un'accusa di atti osceni, a rovinarmi la vita? Sentivo l'ansia della divisa che si trasforma in minaccia reale. Eppure, l'idea di quel corpo possente mi tratteneva lì, immobile nell'ombra, a contare i secondi.

Poi apparve. Ecco Marco in vesti borghesi: una t-shirt scura che faticava a contenere la linea delle spalle e i bicipiti tesi, residuo di un addestramento duro. Senza l'uniforme restava addosso a lui tutta l'autorità fisica del comando.

“Giovanni, dai, andiamo lì. Ti ci porto io. Dobbiamo conoscerci”.

“Marco, sei sicuro? Anche in borghese potresti…”

“Giovanni, sono un uomo di parola, l'avrai capito. Non ti chiederò nulla che tu non voglia. Ma lasciati guardare bene, prima”.

Andammo alla fontana, riparati dal buio profondo e dal rumore costante dell'acqua che copriva ogni altro suono. Lì scoprii la sua reale prestanza. Sotto i vestiti civili c'era un corpo marmoreo, asciutto, segnato da una mascolinità primitiva. Quando mi tirò a sé, sentii la presa d'acciaio delle sue mani sui miei fianchi, un possesso fisico che non ammetteva repliche. Schiacciò il mio petto contro il suo, solido e caldo, facendomi sentire tutta l'imponenza della sua statura.

Iniziammo a pomiciare con una foga feroce, le bocche che si cercavano per divorarsi, le lingue che si intrecciavano bagnate e calde, mentre l'umidità della fontana ci bagnava la pelle accaldata. Le sue mani scesero decise, sbottonando e scoprendo con gesti rapidi, liberando entrambi dalla stretta dei tessuti.

La dote di natura di Marco si rivelò in tutta la sua virilità monumentale, pesante e tesa all'inverosimile, specchio esatto di quella forza che emanava in divisa. Il contrasto tra le sue mani ruvide da uomo d'azione e la sensibilità della carne tesa creò una scossa immediata.

Mi inginocchiai sul marmo umido della fontana, l'adrenalina del pericolo a mille. Presi la sua intimità tra le mani, stringendo quel fusto rigido e pulsante che quasi faticavo a racchiudere nel palmo, iniziando ad accoglierlo nella mia bocca per assecondare il ritmo imperioso che lui imponeva tenendomi per i capelli.

Ma proprio in quel momento, mentre il suo respiro si faceva troppo corto, Marco cambiò idea. Con una mossa repentina e decisa, mi afferrò per le spalle e mi spinse all'indietro, costringendomi ad appoggiarmi contro il muretto bagnato della fontana. I suoi occhi profondi mi fissarono per un istante nel buio, poi si chinò lui su di me.

La sorpresa si trasformò subito in una scossa elettrica. Fu lui a prendere l'iniziativa, avvolgendo la mia virilità tesa e bagnata con le sue labbra calde. Il contrasto tra la sua figura massiccia, dominante, e la totale dedizione con cui iniziò a fare l'orale a me fu disarmante. Marco lavorava con un ritmo serrato, esperto, profondo, stringendomi forte le cosce con le sue mani enormi per tenermi fermo.

L'estasi divenne insostenibile, amplificata dal brivido del luogo aperto e dal suono dell'acqua. Sentivo la sua determinazione fisica ad ogni affondo della sua bocca, un comando carnale a cui non potevo e non volevo oppormi. Durò pochi, intensissimi minuti, finché la sua stimolazione vorace non mi strappò un gemito profondo: mi irrigidii, stringendo le dita tra i suoi capelli corti, e venni con forza, liberandomi completamente nella sua bocca. Marco accolse tutto senza fermarsi, stringendomi un'ultima volta la gamba prima di rialzarsi, pulendosi le labbra con il dorso della mano. Mi regalò un sorriso d'intesa.

Ci ricomponemmo in silenzio, l'aria notturna improvvisamente più leggera. Gli proposi di venire da me, un giorno, ma non assecondò l'idea. Mi disse che l’uniforme andava rispettata e che dovevamo vederci solo in posti neutri. Non poteva portarmi né a casa sua né in caserma, mai.

Marco è tuttora il mio fedele compagno di giochi e sono passati moltissimi anni da questo nostro primo incontro. L’ho visto con la sua donna e anche lui una volta ha visto me con la mia, per caso, in una città rinascimentale. Solo sguardi complici, allora.

Con Marco scoprii un mondo affascinante, ma soprattutto capii l’immensa fortuna che ebbi un giorno qualsiasi.
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