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Gay & Bisex

La prima dolcissima volta


di BsxRomantico
27.10.2026    |    3.425    |    11 9.7
"Si era sfilato il preservativo e, con un pacchetto di salviette umidificate prese dalla scrivania, era tornato a pulirmi delicatamente la pelle, con la stessa naturalezza con cui un amico ti porge..."
Avevo ventidue anni, i capelli lunghi sopra le spalle e una vita che, sulla carta, sembrava uscita da un catalogo pubblicitario. Una fidanzata dolce, Sara, con cui stavo dai tempi del liceo, le uscite con gli amici del paese, le birre al bar e l'università presa con calma, un esame dopo l'altro.
Eppure, dentro di me, da qualche tempo si muoveva un'inquietudine silenziosa. Una corrente sotterranea fatta di fantasie represse, immagini fugaci intraviste in televisione o su qualche rivista, pensieri che la ragione si affrettava a liquidare come semplici curiosità o che venivano regolarmente neutralizzati da una rapida masturbazione solitaria. Niente di che, mi dicevo. Roba da ragazzi, momenti di noia.
Ma quella sera, seduto davanti al computer a tubo catodico con il modem 56k che fischiava gracchiante prima di agganciare la linea, la curiosità era stata più grande. Erano i tardi anni Novanta, l'epoca delle chat rudimentali, delle schermate nere con le scritte verdi o azzurre e dei nickname bizzarri. Mi ero fatto coraggio, mi ero creato un profilo anonimo e avevo iniziato a esplorare le stanze virtuali della Toscana.
Nei giorni precedenti avevo incrociato di tutto: uomini troppo aggressivi, proposte sfacciate che mi facevano arrossire e indietreggiare, messaggi scritti in fretta da chi cercava solo un incontro mordi e fuggi. Non faceva per me. Per me quella sarebbe stata la prima volta, forse l'unica della mia vita, e l'idea di farsi travolgere da uno sconosciuto qualsiasi mi bloccava. Se dovevo farlo, cercavo qualcuno che non mi mettesse ansia.
Fino a quando non avevo scambiato due righe con Giovanni.
Studente universitario, originario di un'altra città ma domiciliato a Pisa, in un appartamento non lontano dalla stazione. Giovanni scriveva con calma, senza fretta, usando una grammatica curata e un tono rassicurante. Mi era sembrato subito diverso dagli altri: gli avevo confessato apertamente, con le dita che tremavano sulla tastiera, che era la mia prima volta con un uomo e che mi intrigava in modo particolare l'idea di essere passivo. Giovanni non aveva riso, non aveva fatto il gradasso. Mi aveva risposto semplicemente che si poteva fare, senza fretta, quando e se me la fossi sentita.
Dopo qualche giorno di messaggi, l'appuntamento era stato fissato per un pomeriggio infrasettimanale, in un orario in cui i suoi coinquilini non sarebbero stati in casa.
Ero arrivato a Pisa in auto, con il cuore che batteva a mille e le mani sudate sul volante. Avevo parcheggiato in una via residenziale non troppo distante, e quando avevo visto Giovanni avvicinarsi all'auto per salire, avevo tirato un piccolo sospiro di sollievo. Era un po' più basso di me, qualche anno in più, un viso pulito, i capelli tagliati corti e un'aria tranquilla, quasi da bravo ragazzo della porta accanto. Niente a che vedere con i cliché che temevo.
Ci eravamo salutati con un cenno imbarazzato. Mentre camminavamo verso l'androne del palazzo, mi aveva guardato di sbieco, sorridendo con una punta di sincera ammirazione: «Sai che sei proprio un bel ragazzo? Molto più bello di quanto mi aspettassi».
A quelle parole, avevo sentito un brivido freddo e caldissimo insieme corrermi lungo la schiena.
Saliti al primo piano, l'appartamento profumava di bucato pulito e di caffè. La sua cameretta era semplice: una brandina, una scrivania piena di libri, poster di gruppi rock appesi ai muri con le puntine. Ci eravamo seduti sui bordi del letto, parlando del più e del meno per stemperare la tensione — l'università, il traffico, il caldo anomalo di quel pomeriggio.
Poi, in un momento di silenzio, Giovanni si era voltato verso di me, con uno sguardo dolce e diretto: «Vuoi provare davvero?».
Non avevo trovato la voce per parlare. Avevo semplicemente fatto sì con la testa, gli occhi fissi sulle mie scarpe.
Si era avvicinato lentamente, dandomi tutto il tempo per tirarmi indietro. Mi aveva preso il viso tra le mani e mi aveva baciato sulla bocca. Un bacio morbido, inaspettato, che sapeva di menta. Poi, con una naturalezza disarmante, la sua mano era scesa lungo il mio fianco, si era posata sui jeans e aveva iniziato ad accarezzarmi il basso ventre prima di aprire lentamente il bottone e la zip.
Ero paralizzato dall'imbarazzo, ma un'eccitazione cieca e violenta mi stava annebbiando i sensi. Avevo una paura folle di non riuscire a controllarmi, di fare una figura goffa. Giovanni, intanto, si era sbottonato a sua volta i pantaloni, tirando fuori il membro: non enorme, ma perfettamente duro. Mi aveva preso la mano, guidandola. «Tranquillo, toccalo pure», aveva sussurrato.
L'avevo fatto all'inizio con una certa soggezione, le dita rigide, poi, man mano che il calore del suo corpo mi investiva, la mia mano aveva iniziato a muoversi con più sicurezza, contagiata da quel ritmo. Preso da un impulso improvviso, mi ero spinto un po' più in là: avevo deciso di prenderlo in bocca.
Era stato inevitabilmente impacciato all'inizio, i denti che rischiavano di toccare dove non dovevano, ma Giovanni mi guidava con delicatezza, accarezzandomi i capelli e mormorandomi parole di incoraggiamento. In pochi minuti, l'atmosfera si era fatta rovente. Si era spogliato del tutto, liberando anche me dei miei vestiti, lasciandoci entrambi nudi su quel letto di studente.
«Ora sdraiati qui, a pancia in sù», mi aveva detto con voce ferma ma gentile.
Avevo obbedito, sentendomi improvvisamente vulnerabile, esposto, nudo non solo nel corpo ma in ogni mia certezza. Mi aveva infilato un cuscino sotto al sedere, sollevandomi leggermente il bacino. Aveva preso un tubetto di crema lubrificante, ne aveva versato un po' sulle dita e aveva iniziato a massaggiarmi con una delicatezza infinita, preparandomi centimetro dopo centimetro.
Poi, infilato il preservativo con un movimento rapido, si era posizionato sopra di me.
Avevo trattenuto il respiro. Quando era entrato, con uno scatto deciso che era andato fino in fondo, una fitta acuta e tagliente aveva squarciato il mio basso ventre. Un urletto strozzato era sfuggito alle mie labbra, mentre le mani d'istinto si erano appoggiate sul suo torace, come per spingerlo via, per fermare quel dolore inatteso.
«Tranquillo, ora passa», mi aveva detto, fermandosi un istante e baciandomi la fronte, poi le labbra, sciogliendo la mia resistenza con la pazienza.
Aveva ripreso a muoversi, lentamente. A ogni spinta avvertivo ancora dei colpi sordi, un fastidio intenso, ma sotto la superficie qualcosa stava cambiando. A poco a poco, il dolore si era dissolto, sostituito da una pienezza calda, vertiginosa. L'eccitazione era esplosa di nuovo, amplificata da ogni attrito. Mi ero accorto, con una sorta di stupore infantile, di non aver mai perso l'erezione nemmeno per un secondo; anzi, ero durissimo, pulsante.
Le mie mani, che prima cercavano di respingerlo, ora si erano spostate sulla sua schiena e sul sedere, stringendolo, tirandolo sempre più vicino, quasi a volerlo fondere con me. Non riuscivo più a trattenere i gemiti, suoni bassi e strozzati che riempivano la stanzetta.
Sentendo che stavo cedendo al ritmo, mi aveva preso il membro in mano, iniziando a masturbarmi con rapidità mentre continuava a spingere dentro di me con costanza.
Avevo sentito il piacere salire dalla base della colonna vertebrale come un'ondata elettrica, inarrestabile. Con la voce rotta, aggrappato alle lenzuola, ero riuscito solo a sussurrare: «Mi fai godere...».
Un istante dopo, un orgasmo impressionante, violento e profondo come non ne avevo mai provati in tutta la mia vita, mi aveva travolto, facendomi arcuare leggermente sulla schiena mentre schizzavo caldo sulla mia stessa pancia. Subito dopo, con un ultimo affondo, anche Giovanni era venuto, contraendosi in un respiro lungo e pesante.
Rimasti immobili per qualche secondo, con i respiri che si mescolavano nella stanza silenziosa, Giovanni si era sollevato con cura. Si era sfilato il preservativo e, con un pacchetto di salviette umidificate prese dalla scrivania, era tornato a pulirmi delicatamente la pelle, con la stessa naturalezza con cui un amico ti porge un fazzoletto.
«Sei stato bravo», mi aveva detto, stampandomi un bacetto leggero sulla guancia prima di avviarsi in bagno per rinfrescarsi.
Ero rimasto disteso a pancia in sù sulla brandina, lo sguardo perso a fissare il soffitto bianco, le braccia abbandonate lungo i fianchi, mentre cercavo di riprendere fiato e di rimettere insieme i pezzi del mio mondo.
Fuori dalla finestra, i rumori della città continuavano a scorrere indifferenti. Ma dentro di me, mentre il calore di quel pomeriggio iniziava a svanire lasciando spazio al silenzio, sapevo già, con una lucida e incancellabile certezza, che la mia vita non sarebbe mai più stata quella di prima.
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