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Gay & Bisex

Vergine in chiesa 4


di MASQUARATE
25.10.2026    |    1.165    |    4 9.1
"Continuò a fare il chierichetto la domenica, anche quando non era più un ragazzo..."

Nelle settimane che seguirono, Vito tornò ogni sera. Non sempre alla stessa ora, non sempre con lo stesso pretesto, ma tornò. La porta della sacrestia restava socchiusa. Don Gervasio lo aspettava, a volte già svestito della cotta, a volte ancora con la camicia nera aperta sul petto peloso. Non c’erano più molte parole all’inizio. Vito si spogliava, si metteva in ginocchio o a quattro zampe, e il prete lo prendeva. Con le dita, con le candele che ormai conoscevano la sua misura, con il cazzo. Lo dilatava piano quando voleva farlo durare, più in fretta quando voleva sentirlo stringere subito. Vito imparò a restare aperto, a spingere indietro senza che glielo chiedessero, a succhiare mentre aveva ancora qualcosa dentro, a leccare il pavimento o le dita quando gli veniva ordinato. Veniva spesso solo dal culo, il cazzo duro e intatto, e Don Gervasio gli diceva che era così che doveva essere: pieno, usato, suo.
La domenica, in chiesa, nessuno notava niente. Vito serviva la messa con le mani ferme, gli occhi bassi. Solo quando Don Gervasio gli passava il calice le dita si sfioravano un secondo di troppo, e Vito sentiva ancora il ricordo della sera prima, il bruciore dolce, il seme che gli era colato lungo le cosce mentre tornava a casa. A volte, dopo la funzione, il prete lo tratteneva in sagrestia con una scusa qualsiasi e gli infilava due dita in bocca, solo per ricordargli. Vito succhiava in silenzio, poi usciva e andava a pranzo con la famiglia come se niente fosse.
Passarono i mesi. L’estate arrivò e le sere si fecero più lunghe. Don Gervasio cominciò a tenerlo di più. Non solo a scoparlo e mandarlo via, ma a farlo restare, sdraiato sul tavolo o sul pavimento, con le gambe aperte, mentre gli parlava piano di come lo avrebbe tenuto. Gli diceva che il suo buco ormai era fatto per lui, che le candele servivano solo a ricordarglielo, che ogni volta che Vito si toccava a casa doveva pensare a quelle mani. Vito obbediva. A casa, sotto le coperte, non si toccava quasi più da solo: aspettava la sera dopo, o si limitava a premere due dita dove sapeva che il prete le avrebbe messe meglio.
Gli anni passarono così. Vito compì vent’anni, poi ventuno, poi ventidue. Non lasciò il paese. Continuò a fare il chierichetto la domenica, anche quando non era più un ragazzo. La gente diceva che era devoto, che aiutava il parroco. Don Gervasio invecchiava piano: i capelli si fecero più grigi sulle tempie, ma le mani restarono grandi e sicure, il petto sempre peloso sotto la camicia nera. Ogni sera, o quasi, Vito attraversava la piazza e entrava dalla porta laterale. A volte restavano ore. Il prete lo dilatava ancora, più per abitudine che per necessità, poi lo scopava lento, gli veniva dentro e lo faceva tenere il seme finché non glielo ordinava di lasciarlo colare. Altre sere lo faceva solo succhiare, o gli infilava le dita e lo guardava venire senza toccarlo. Vito non chiese mai di smettere. Non ne ebbe bisogno.
A venticinque anni Vito aveva ancora la chiave della sacrestia in tasca. Don Gervasio gliel’aveva data una sera, senza commenti. La porta non era più solo socchiusa: era sua. Entrava, si spogliava, e si metteva dove il prete lo voleva. A volte Don Gervasio non diceva niente per tutta la sera, solo le mani e il cazzo e la voce bassa all’orecchio che gli ricordava, ancora, che era suo. Vito rispondeva con il corpo, aperto, pieno, legato a quelle mani come il primo giorno in cui si era inginocchiato sul banco vuoto e aveva ammesso, senza dirlo chiaro, che era lui.
Non finì. Non ci fu un’ultima volta. Continuò, sera dopo sera, anno dopo anno, finché Vito non fu più il ragazzo di diciannove anni che tremava sotto le coperte, ma un uomo che tornava comunque, perché quelle mani lo avevano aperto e non lo avevano più lasciato chiudere.
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