Gay & Bisex
Vergine in chiesa 3
25.10.2026 |
1.434 |
4
"Si mise dietro di lui, cazzo duro e grosso, e gli appoggiò solo la punta sul buco dilatato, premendo appena, senza entrare..."
La sera dopo Vito arrivò alle nove, già duro nei pantaloni come gli era stato ordinato. Don Gervasio chiuse la porta a chiave, lo fece spogliare in silenzio e lo mise a quattro zampe sul pavimento della sacrestia.
«Prima le dita.»
Sputò abbondante sul buco di Vito, poi ci passò due dita grosse, bagnate. Le infilò piano, le piegò, le aprì. Vito gemette subito, spingendo indietro. Il prete aggiunse un terzo dito. Vito ansimò forte, la voce rotta.
«Sì… così… mi piace…»
«Lo so. Godi. Apri.»
Le tre dita lo dilatavano, lente e profonde, la saliva che colava. Quando fu ben aperto, Don Gervasio tirò fuori le dita, prese la candela media della sera prima, la bagnò di nuovo di saliva e gliela infilò fino in fondo, lasciandola lì.
«Tienila. Adesso succhia.»
Si mise davanti a lui, cazzo già duro e peloso, e glielo mise in bocca. Vito succhiò mentre aveva la candela media piantata nel culo, le natiche che tremavano ogni volta che stringeva. Don Gervasio gli teneva la testa, spingeva piano, gli parlava all’orecchio:
«Bravo. Succhia mentre sei pieno. La candela ti tiene aperto per me. Domani sarà più grossa. Ma stasera voglio venire in questa bocca.»
Spinse più a fondo. Vito ansimava intorno al cazzo, la saliva che colava sul pavimento. Don Gervasio accelerò, le palle pelose contro il mento del ragazzo, poi venne con un grugnito basso, riempiendogli la gola. Vito deglutì, gli occhi lucidi.
Il prete tirò fuori, ancora semi-duro, e afferrò la candela media. Cominciò a muoverla nel culo di Vito, avanti e indietro, forte e ritmato, come se lo stesse scopando. Con l’altra mano gli pompava il cazzo. Vito non resse: venne schizzando sul marmo, gemendo forte, il culo che si contraeva intorno alla candela.
Don Gervasio non si fermò subito. Continuò a muovere la candela piano mentre Vito tremava, poi la tirò fuori e gli spinse la faccia verso il pavimento, dove c’era il suo seme.
«Lecca. Il seme non si spreca. Tutto. Pulito.»
Vito obbedì, la lingua sul marmo freddo, leccando fino all’ultima goccia mentre il prete gli teneva la nuca. Quando ebbe finito, Don Gervasio lo fece alzare.
«Vestiti. Torna a casa. Domani sera stessa ora. E non toccarti.»
Vito uscì dalla sacrestia con le gambe molli, il culo ancora aperto e sensibile, il sapore del seme in bocca.
La sera dopo Vito era già in ginocchio quando Don Gervasio chiuse la porta. Il prete non parlò. Lo fece mettere a quattro zampe, sputò sul buco ancora sensibile e infilò subito due dita, poi tre, aprendolo con calma. Vito gemeva, spingendo indietro, il cazzo duro che gli penzolava.
«Stasera la grossa.»
Don Gervasio prese la candela più grande, spessa, bianca. La bagnò di saliva e di un po’ d’olio che teneva in un vasetto, poi la spinse contro il buco dilatato. Entrò lenta, centimetro dopo centimetro. Vito ansimò forte, le braccia che tremavano. Il prete la fece scivolare tutta dentro, poi la mosse, avanti e indietro, a lungo, ruotandola, allargandolo ancora. Ogni tanto aggiungeva un dito accanto alla cera, tenendolo aperto, parlandogli all’orecchio:
«Così. Prendila. Ti sto aprendo per il mio cazzo. Senti quanto sei largo adesso. Implora.»
Vito implorava, la voce rotta. «Per favore… Don Gervasio… lo voglio… scopami…»
Il prete tirò fuori la candela grossa con uno schiocco bagnato. Il buco restò aperto, lucido. Si mise dietro di lui, cazzo duro e grosso, e gli appoggiò solo la punta sul buco dilatato, premendo appena, senza entrare.
«Senti. È qui. Dimmi che lo vuoi. Implora meglio.»
«Lo voglio… per favore… mettilo dentro… sono tuo… scopami…»
Don Gervasio spinse. La punta entrò, poi il resto, lento, centimetro dopo centimetro, fino in fondo. Vito gridò piano, il corpo che si tendeva, poi si rilassò intorno a lui. Il prete restò fermo un momento, le mani grandi sui fianchi, il petto peloso contro la schiena, e cominciò a scoparlo. Lento. Profondo. Ogni spinta lo riempiva tutto.
«Così. Il mio chierichetto. Stretto ancora, anche dopo la candela. Senti come ti prendo. Sei mio. Da stanotte sei davvero mio.»
Si muoveva ritmico, le palle che sbattevano piano, la voce roca e sporca all’orecchio di Vito, che gemeva e spingeva indietro, prendendolo tutto.
Don Gervasio continuò a scoparlo. Lento all’inizio, ogni spinta profonda fino in fondo, le mani grandi che gli stringevano i fianchi, il petto peloso che gli sfiorava la schiena. Poi accelerò. Più forte, più ritmato. Vito gemeva, spingeva indietro, il cazzo che gli ballava duro e intatto tra le gambe. Nessuno glielo toccava. Veniva solo dal culo pieno, dal cazzo grosso del prete che lo apriva e lo riempiva a ogni colpo.
«Così. Vieni così. Solo col culo. Sei mio.»
Vito venne forte, schizzando sul pavimento senza che nessuno glielo toccasse, il buco che si stringeva spasmodico intorno al cazzo. Don Gervasio non si fermò. Continuò a scoparlo attraverso l’orgasmo, più a fondo, più duro, fino a venire lui stesso dentro, con un grugnito basso, riempiendolo di seme caldo.
Restò fermo un momento, poi tirò fuori piano. Il buco di Vito restò aperto, lucido, il seme che colava. Lo fece girare, lo mise sulla schiena, gambe aperte, e gli infilò subito tre dita dentro, ancora bagnate del suo stesso sperma.
«Senti. Sei aperto. Ti userò ogni sera. Ogni sera così. Dita, candele, cazzo. Finché non resti largo per me.»
Le dita si muovevano, piegavano, dilatavano ancora. Poi le tirò fuori e gli mise il cazzo in bocca, ancora sporco.
«Pulisci. Tutto. Il seme non si spreca.»
Vito succhiò, leccò, deglutì, pulendo ogni goccia mentre il prete gli teneva la testa e gli parlava all’orecchio di quanto lo avrebbe tenuto aperto ogni notte.
Quando ebbe finito, Don Gervasio lo fece alzare.
«Vestiti. Domani sera stessa ora. Arriva già pronto.»
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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