Il boss
Mi chiamo Antonello, ho da poco compiuto 44 anni, sigle per scelta degli altri: “Sei impegnativo”, dicono.
Capelli castano chiaro, occhi nocciola, alto 1,83, mi tengo in forma con allenamento costante, e ho un discreto cazzo; mi piace dire che nessuno se ne è mai lamentato, e se l’ha fatto erano gemiti di piacere…
L'agenzia si trovava in un loft open space nel cuore del quartiere Isola, un mix perfetto di cemento a vista, enormi vetrate che inondavano di luce naturale le scrivanie e piante sospese che davano un tocco di freschezza all'ambiente. Fin dal primo giorno l'aria che si respirava era stimolante, priva di quelle tossicità aziendali a cui mi ero purtroppo abituato negli anni: i colleghi erano brillanti, ironici, pronti a fare squadra davanti a una scadenza impossibile e altrettanto rapidi a stappare una birra in terrazza alle sei di sera: insomma, il posto ideale per concentrarsi e produrre ottime campagne.
Se non fosse che concentrarsi, per me, era diventato un'impresa titanica, ed il motivo aveva un nome, un cognome e una stanza con le pareti di vetro fumé.
Fulvio Sansone, un nome un programma: direttore creativo e mio diretto superiore; era il tipo di uomo capace di resettare il termostato di una stanza semplicemente entrandoci.
Aveva circa la mia età, un'eleganza innata e un'intelligenza così affilata da risultare erotica tanto quanto il suo aspetto; ogni volta che si avvicinava alla mia postazione per fare il punto su un brief, il profumo incensato che lo precedeva mi mandava regolarmente in cortocircuito il cervello.
Quel giorno indossava una camicia di lino scuro con le maniche arrotolate fino ai gomiti, che metteva in evidenza avambracci tonici e curati, e i primi due bottoni lasciati strategicamente aperti sul petto forte; quando si sporse sopra la mia scrivania per guardare lo schermo, appoggiando leggermente una mano sullo schienale della mia sedia, sentii il calore del suo corpo a pochi centimetri dal mio viso.
Alto, con la barba di pochi giorni perfettamente regolata e due occhi scuri che sembravano leggerti dentro, emanava un magnetismo a cui era impossibile opporsi "Antonello, questo payoff per il lancio del nuovo brand è una genialata" disse, con una voce profonda e calda che mi fece vibrare fin dentro le scarpe; voltò la testa verso di me, i suoi occhi piantati nei miei a una distanza pericolosa, e un sorriso impercettibile gli piegò le labbra "sapevo che averti in squadra sarebbe stato un ottimo affare. Ma ora voglio vedere se sai osare ancora di più".
Mentre parlava, le mie dita sulla tastiera rimasero immobili e lo sguardo mi cadde inevitabilmente sulla linea forte della sua mascella, poi sul movimento del suo collo, prima di risalire nei suoi occhi; in quel momento, l'unica cosa che avrei voluto osare non aveva nulla a che fare con il copy di una pubblicità.
"Cosa intendi con osare?" risposi, lasciando cadere le parole con un tono volutamente ammiccante e provocatorio, mentre mi appoggiavo all'indietro sullo schienale, riducendo gli ultimi centimetri di distanza tra noi.
Fulvio non si mosse di un millimetro, il suo sguardo scivolò lentamente dai miei occhi alle mie labbra, per poi risalire con un guizzo di puro divertimento e sfida "Intendo che mi piaci quando spingi oltre il limite, Antonello" replicò lui, con quella voce profonda che sembrava una vibrazione bassa sul petto "ma voglio vedere fino a che punto riesci a reggere la pressione quando il gioco si fa duro".
"Oh, la pressione non mi spaventa" ribattei, sostenendo il suo sguardo senza battere ciglio, un sorriso sghembo a sfidarlo "e sul fatto di reggere... fidati, ho un'ottima resistenza. Dipende solo da quanto è impegnativo l'obiettivo…".
Fulvio sollevò un sopracciglio, appoggiando anche l'altra mano sulla mia scrivania, incorniciando di fatto la mia postazione e intrappolandomi nel suo spazio visivo; il suo profumo mi avvolse completamente "Questo è tutto da dimostrare. A parole sono capaci tutti. A me piace analizzare la consistenza dei fatti".
"Se cerchi la consistenza, sei cascato bene, direi mooolto bene…" risposi, abbassando impercettibilmente il tono della voce, rendendola più intima, mentre le mie spalle sfioravano quasi il suo petto sporto in avanti "non lascio mai un lavoro a metà. Mi piace andare mooolto a fondo nelle cose, finché non ho soddisfatto appieno ogni richiesta".
Un lampo decisamente meno professionale attraversò i suoi occhi scuri: fece un passo impercettibile, quanto bastava perché la sua gamba sfiorasse il fianco della mia sedia "Bene. Molto bene! Perché ho un brief privato nel mio ufficio che richiederebbe un'attenzione... esclusiva" disse Fulvio, e la parola esclusiva suonò decisamente calda "a quanto dici ci sarebbe del materiale parecchio grosso da gestire… Qualcuno ha insinuato che nella mia strategia ci sia un vuoto profondo, un buco importante da colmare, e non posso affidare questo progetto a chiunque. Pensi di avere gli strumenti giusti per spingerti fino in fondo e riempirlo come si deve?".
Cazzo, ci sta andando giù pesante, e il mio uccello si sta risvegliando alla velocità della luce.
"Credo di avere esattamente tutto quello che serve per soddisfare i tuoi standard" lo provocai, lanciando un'occhiata rapida verso la porta del suo ufficio in vetro fumé prima di tornare a fissarlo negli occhi "e visto che il materiale è decisamente importante, ti consiglio di chiudere la porta. Non vorrei che qualcuno si facesse spaventare dal modo in cui gestisco la situazione".
Fulvio si allontanò di pochissimo, quel tanto che bastava per rimettersi dritto, ma senza staccare i suoi occhi dai miei; si passò una mano sulla barba, con un sorriso decisamente complice. "Raccogli le tue cose ed entra," disse, facendomi un cenno con il capo verso la stanza blindata "Vediamo se riesci davvero mantenere le promesse… ho aspettative molto alte, ma del resto non mi sei stato raccomandato per caso…".
Non risposi.
Mi limitai a un sorriso di pura sfida, mi alzai dalla sedia e lo precedetti dritto verso il suo ufficio, lasciando che il ritmo dei miei passi parlasse per me; m mi seguì a ruota, e non appena varcammo la soglia, la pesante porta con i vetri fumé si chiuse alle nostre spalle con un clic secco.
Il tempo di un respiro e mi voltai, azzerando ogni distanza: lo afferrai per i fianchi e lo spinsi contro il bordo della sua massiccia scrivania, bloccandolo, e lo baciai con una passione feroce, mai vista prima.
Non fu un bacio di cortesia, fu un'invasione; Fulvio emise un gemito soffocato contro la mia bocca, colto di sorpresa dall'impeto, ma un secondo dopo le sue mani erano già tra i miei capelli castani, a stringere, rispondendo colpo su colpo.
La stanza sembrava aver perso gravità, l'aria era diventata incandescente, satura del suo profumo e del calore dei nostri respiri fusi insieme; senza interrompere quel bacio profondo e bagnato, feci scivolare le mie mani lungo la sua schiena, assaporando la reazione dei suoi muscoli tesi sotto la camicia di lino e scesi ancora, con decisione, finché le mie dita non affondarono nel suo culo tondo e sodo, stringendo la presa con forza per incollarlo completamente a me.
A quel punto, feci un passo avanti definitivo e premetti con forza il mio cazzo, ormai duro e pulsante nei pantaloni, dritto contro il suo inguine: inarcò la schiena, colto da una scossa elettrica quando sentì la consistenza e le dimensioni di quello che lo aspettava.
Gli staccai le labbra dalle mie solo per un millimetro, il fiato corto, gli occhi piantati nei suoi che erano lucidi, dilatati dal piacere e dal totale disorientamento: il direttore creativo, l'uomo che un minuto prima dettava le regole del gioco, ora respirava a fatica sotto di me, con le labbra rosse e lo sguardo di chi ha appena capito di aver perso il controllo.
"Allora, capo..." gli sussurrai contro l'orecchio, la voce ridotta a un ronzio basso e roco, mentre continuavo a spingere il bacino contro il suo per fargli sentire ogni centimetro della mia consistenza "lo sai, vero, chi è che sta per entrare e colmare quel vuoto adesso?".
Fulvio sussultò a quelle parole, stringendo i pugni contro le mie spalle mentre un evidente brivido di piacere gli correva lungo la schiena, consapevole che le gerarchie dell'ufficio erano state completamente azzerate. Finalmente.
Buttò la testa all'indietro, poggiandola sul ripiano della scrivania, mentre un sorriso sghembo e colmo di sfida gli piegò le labbra bagnate "Meno parole, Antonello... dimostrami di cosa sei capace, fallo e basta".
Quella provocazione fu la scintilla che fece esplodere definitivamente la tensione accumulata: lo afferrai per la camicia di lino, strappando il bottone centrale che volò sul pavimento, ed esposi il suo petto muscoloso; senza un briciolo di delicatezza, gli afferrai i pantaloni e l'intimo, tirandoli giù con un unico strattone deciso insieme ai miei, liberando la mia virilità già dura e pulsante.
Lo girai di scatto, costringendolo a piegarsi in avanti sul tavolo di legno: tossì per la sorpresa, appoggiando i palmi e gli avambracci sulla superficie lucida, con il bacino sollevato e completamente esposto al mio comando; non ci fu spazio per i preliminari, né per la dolcezza, la passione che ci guidava era primitiva, un gioco di forza e possesso puro in cui ogni resistenza era solo un invito a spingere di più.
Lo afferrai saldamente per i fianchi appoggiando la punta della cappella gonfia, piantando le dita nella sua pelle, e mi spinse dentro di lui con un colpo secco e profondo; cacciò un urlo soffocato, un gemito rauco che gli morì in gola, mentre le sue dita artigliavano disperatamente i bordi della scrivania; il calore e la morsa del suo corpo mi fecero stringere i denti e cominciai a muovermi con un ritmo brutale, implacabile, colpendo il suo bacino con affondi violenti che facevano tremare la struttura di legno e i fogli sparsi sul tavolo.
Ogni volta che provava a sollevarsi o a riprendere fiato, premevo una mano sulla sua schiena, schiacciandolo contro la superficie, ricordandogli con la forza dei fatti chi avesse il controllo assoluto della situazione; era un corpo a corpo serrato, al limite del consentito, dove il piacere si confondeva con il dolore e la sottomissione volontaria, e Fulvio rispondeva a ogni colpo spingendo a sua volta all'indietro, incitando la mia foga con gemiti spezzati e respiri corti "Sì... così... di più..." mormorò con un filo di voce, completamente sopraffatto dalla mia irruenza.
Continuai a possederlo con quella cadenza selvaggia, godendo del suono dei nostri corpi che si sbattevano l'uno contro l'altro, finché la tensione non divenne insostenibile: con un ultimo affondo, violento e definitivo, mi svuotai completamente dentro di lui, mentre un brivido violento scuoteva entrambi, lasciandoci ansimanti e sudati sopra i documenti dell'agenzia.
Fulvio rimase per qualche istante con la fronte appoggiata sul legno lucido della scrivania, il petto che si alzava e si abbassava ritmicamente mentre cercava di riprendere il controllo del proprio respiro; si girò lentamente, appoggiando la schiena contro il bordo del tavolo, senza preoccuparsi minimamente della camicia aperta e dei vestiti in disordine, si passò una mano tra i capelli spettinati, poi mi fissò dritto negli occhi.
Non c'era traccia di risentimento nel suo sguardo; al contrario, le sue labbra si piegarono in quel solito sorriso sghembo, ora decisamente più rilassato e complice, e con la voce ancora vistosamente roca e spezzata dal fiato corto, ruppe il silenzio "Beh, Antonello..." esordì, ripulendosi con un gesto lento e guardando i documenti sparsi intorno a noi "direi che hai superato brillantemente il periodo di prova. La tua attenzione al brief è stata... decisamente profonda. Ma la prossima volta vedi di non distruggermi l'ufficio, o dovrò decurtarti i danni dallo stipendio".
Trattenni a stento un sorriso, sistemandomi i pantaloni con assoluta disinvoltura e godendomi il momento; il potere tra noi si era ridistribuito lungo linee invisibili e sottilissime, e le vecchie gerarchie aziendali erano ormai solo un paravento per gli altri.
Mi voltai, squadrando la sua camicia aperta e l'aria visibilmente provata che ancora faticava a nascondere "Consideralo un investimento aziendale, capo" risposi, reggendo il suo sguardo con un sorrisetto sfacciato "per gli interventi straordinari di manutenzione c'è sempre un prezzo da pagare. Ma d'altronde, mi avevi chiesto tu di andare a fondo per colmare i vuoti".
Senza dargli il tempo di replicare, aprii la porta e uscii nell'open space e lo guardai un'ultima volta: era già seduto alla scrivania, intento a raccogliere i fogli con una freddezza ritrovata che quasi mi spaventò: il capo era tornato capo in meno di un secondo.
Solo quando incrociò il mio sguardo attraverso lo specchio scuro e mi fece un impercettibile cenno di assenso con il capo, capii che il patto era siglato, ma a un prezzo molto più alto di quanto immaginassi.
Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
Commenti per Il boss:

Discussioni sul pianeta Swinger e non solo...
