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Gay & Bisex

Il cerchio rosso


di MASQUARATE
26.10.2026    |    1.052    |    6 8.0
"La loro presenza era già dentro le teste dei ragazzi, una pressione costante dietro gli occhi, un pensiero che non era il loro e che diceva apriti..."

La villa non li accolse. Li aspettava. Appena Marco chiuse la porta alle loro spalle, il rumore del chiavistello sembrò troppo forte, troppo definitivo. Marco, ventisei anni, spalle larghe e ventre piatto, il drago sul fianco che gli sembrava improvvisamente più scuro, sentì un peso dietro gli occhi, come se qualcuno gli avesse già letto i pensieri. Luca, ventiquattro, magro e silenzioso, con la cicatrice sul ginocchio che tirava senza motivo, fissava il pavimento e non riusciva a smettere di contare le assi. Alessandro, ventisette, alto, cosce forti, ricci umidi, portava ancora addosso l’odore della felpa della ragazza che aveva lasciato, ma quell’odore adesso gli dava la nausea e insieme un’erezione che non riusciva a spiegarsi. Davide, venticinque, petto pieno e mani ruvide, stringeva lo zaino fino a farsi male alle nocche. Stefano, ventitré, il più giovane, pelle chiara e culo alto, lentiggini sul naso, tremava; era stato lui a trovare il rituale, e ora la sua testa era piena di una voce che non era la sua e che gli ripeteva che doveva farlo. Riccardo, ventotto, il più grosso, spalle da nuotatore, leggeva le frasi dal telefono e la sua voce gli sembrava arrivare da un’altra stanza.
Tracciarono il cerchio. Le candele si accesero troppo facilmente. Quando si spogliarono, i vestiti caddero con un suono umido. I cazzi si gonfiarono prima ancora che iniziassero a toccarsi, e il fatto che nessuno di loro fosse gay, o che almeno nessuno di loro lo fosse stato fino a quel momento, non sembrava più importante. Cominciarono a masturbarsi guardando la ciotola. Le mani si muovevano da sole. Marco venne per primo, un getto spesso che colò nella terracotta, e mentre veniva sentì un pensiero estraneo: è giusto così. Subito dopo gli altri, uno dopo l’altro, i corpi tesi, i gemiti che non riconoscevano. Il seme si mescolò e l’odore salì, dolciastro, sbagliato.
Poi i cazzi vibrarono. Non era piacere. Era un’invasione. Si indurirono oltre ogni limite, vene scure che si sollevavano come qualcosa sotto la pelle che voleva uscire, cappelle che diventavano rosse e lucide, così sensibili che ogni sfioramento faceva male e faceva venire voglia di farlo ancora. Un calore bruciante salì dai bassi ventri, e con esso arrivò la certezza, terribile e lucida, che non si sarebbero più fermati. Dal meato gocciolò un liquido viscoso, mieloso, che non era il loro. Marco cadde in ginocchio davanti a Luca e gli prese il cazzo in bocca. Non voleva. Lo fece lo stesso. Alessandro spinse il suo cazzo dentro Davide e Davide gridò, poi spinse indietro, e nella sua testa una voce disse: ancora. Stefano succhiava Riccardo e sentiva il sapore del liquido strano, e quel sapore gli piaceva in un modo che lo faceva vergognare e lo faceva continuare. L’orgia era già cominciata, e nessuno di loro riusciva più a distinguere se quello che provavano fosse desiderio o paura.

Stefano si staccò e si mise a quattro zampe. Il culo alto, le lentiggini illuminate di rosso dalle candele. Sul pavimento c’era il loro seme, denso, mescolato a quel liquido che non era loro. Stefano abbassò la testa e cominciò a leccarlo. Non sapeva perché. La lingua raccoglieva i rivoli, li succhiava, e ogni volta che il sapore gli arrivava in gola sentiva un’ondata di vergogna così forte che gli veniva da piangere, e allo stesso tempo il suo cazzo, duro e gocciolante, pulsava più forte. Ansimava. Gemeva. Il suono della sua stessa voce gli faceva paura.
Riccardo gli si mise dietro. Le mani grandi che aprivano le natiche, la cappella che premeva. Stefano sentì l’ingresso e pensò: non voglio, ma il corpo spinse indietro. Riccardo entrò, centimetro dopo centimetro, fino in fondo, e Stefano gemette con la bocca ancora piena di seme. Riccardo cominciò a scoparlo a colpi lunghi. Ogni spinta gli faceva leccare di più il pavimento, la lingua che raccoglieva quello che gli altri avevano lasciato, la saliva e il seme che gli colavano dal mento mentre il cazzo di Riccardo lo apriva e lo riempiva. Nella testa di Stefano la voce diceva: è questo che volevi piccolo frocio pervertito. Lui non sapeva se fosse vero. Continuava a leccare. Continuava a gemere. Continuava a spingersi indietro.
Intorno a loro gli altri si muovevano come in un sogno che non riuscivano a interrompere. Marco succhiava Alessandro e sentiva il sapore del liquido strano e pensava alla sua ragazza, e il pensiero lo faceva venire di più. Davide scopava Marco e le sue mani ruvide tremavano, non di piacere, di qualcosa di più vicino al terrore. Luca leccava Davide e non riusciva a smettere di contare i colpi. Le parole sporche uscivano dalle loro bocche senza che le decidessero. Vennero di nuovo, sborrate lunghe che schizzavano su schiene e sul legno, e dopo non si sentirono appagati. Si sentirono più vuoti. I cazzi restavano duri. Il calore non diminuiva. Qualcosa, dentro di loro, aveva già deciso che non sarebbero più usciti da quella stanza.
Le candele si spensero. Il buio durò troppo a lungo. Quando le fiamme tornarono, rosse, nessuno di loro riuscì a ricordare se avessero spento le luci o se le luci si fossero spente da sole. I passi arrivarono dal fondo della sala. Tre ombre. Non avevano forma, all’inizio. Poi si manifestarono in tutta la loro possenza.

I demoni non parlavano. Non avevano bisogno. La loro presenza era già dentro le teste dei ragazzi, una pressione costante dietro gli occhi, un pensiero che non era il loro e che diceva apriti. Due per ciascuno si inginocchiarono. Le bocche si aprirono attorno a cazzi enormi, scuri, pieni di vene, cappelle grosse che gocciolavano lo stesso liquido. Succhiavano e leccavano e non riuscivano a smettere, e ogni volta che deglutivano sentivano qualcosa di loro che se ne andava. I demoni li fecero mettere a carponi. Lingue ruvide leccarono i buchi, denti che graffiavano, e i ragazzi gemevano perché il piacere era così forte da fare male, e il male era così forte da sembrare piacere.
Riccardo si ritrovò a carponi davanti al demone con le corna curve. Il demone gli posò la cappella enorme contro il buco. Riccardo sentì la pressione e pensò, con una lucidità terribile, questo mi distruggerà. Il demone spinse. L’asta lo aprì lentamente, centimetro dopo centimetro, le vene che sfregavano, fino in fondo. Riccardo gridò. Poi il grido si spezzò. Le lacrime gli scesero sulle guance mentre il demone cominciava a scoparlo a colpi profondi e pesanti. Ogni spinta gli toglieva un pezzo di sé. Gemeva. Piangeva. Il suo cazzo restava duro, gocciolante, e il corpo spingeva indietro perché il piacere era troppo, troppo grande, troppo sbagliato. «È troppo…» ansimò, e la voce non sembrava la sua. Piangeva perché godeva, aperto, riempito, e ogni volta che il demone spingeva sentiva la sua mente che si piegava, che accettava, che voleva di più. Non riusciva a smettere di piangere. Non riusciva a smettere di gemere. Non riusciva a smettere di spingersi indietro.
Gli altri erano già partiti
Stefano succhiava un demone mentre un altro lo scopava, e nella sua testa la voce che aveva trovato il rituale rideva. Marco e Luca venivano alternati, e non sapevano più chi stava entrando in chi. Poi si unirono tutti. Sei corpi, tre cazzi mostruosi, il liquido che rendeva tutto scivoloso, le sborrate dei demoni che li riempivano più volte, calde, abbondanti, che colavano fuori e si mescolavano a quello che già c’era. I ragazzi non sapevano più quanto tempo fosse passato. Non sapevano più se quello che sentivano fosse ancora loro. Quando i demoni li presero per le caviglie, per i polsi, per la vita, e li trascinarono verso l’oscurità, alcuni di loro piangevano. Altri gemevano ancora. Nessuno di loro riuscì a dire di no.
Le candele si spensero. La villa tornò silenziosa. Fuori, tuoni e lampi rossi squarciavano il cielo. Dentro, sulle assi del pavimento, restava solo il cerchio di gesso e l’odore del seme che non era più solo loro.
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