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Spingersi oltre l'orario di ufficio parte 1
Piedino_smaltato
08.05.2026 |
2.417 |
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"Le sue dita forti afferrarono il nodo della cravatta di Sandro, stringendolo appena prima di iniziare ad allentarlo con una lentezza tormentosa..."
Prima parte.L'ultimo piano degli uffici amministrativi era immerso nel silenzio, interrotto solo dal ronzio quasi impercettibile del condizionatore. Erano le 20:45. Sandro fissava lo schermo del monitor, ma le cifre del foglio Excel avevano smesso di avere senso un’ora prima. Sapeva perfettamente che, dietro la porta in vetro satinato in fondo al corridoio, Paolo era ancora lì.
Paolo non era solo il suo titolare; era l'uomo che gestiva l'azienda con una freddezza chirurgica e che, negli ultimi mesi, aveva iniziato a osservare Sandro un secondo di troppo durante ogni riunione, con il sorriso di chi stava tramando qualcosa.
Il silenzio venne spezzato dal rumore di passi pesanti e decisi. La porta dell'ufficio di Paolo si aprì.
"Ancora qui, Sandro? Il progetto non scappa," disse Paolo, appoggiandosi allo stipite della porta. Aveva la giacca tolta, le maniche della camicia bianca arrotolate sugli avambracci e il primo bottone allentato.
Sandro alzò lo sguardo, sentendo la gola improvvisamente secca. "Volevo portarmi avanti con le analisi, dottore."
Paolo si avvicinò lentamente, camminando finché non si trovò proprio dietro la sedia di Sandro. Piegandosi leggermente, posò una mano sullo schienale, invadendo il suo spazio vitale. L'odore del suo profumo — cuoio e sandalo — era stordente.
"Mi piace la tua dedizione," sussurrò Paolo vicino al suo orecchio, con la voce più bassa del solito. "Ma credo che entrambi sappiamo che non sono i numeri a tenerti incollato a questa sedia a quest'ora."
Sandro sentì il calore del corpo di Paolo irradiarsi contro la sua schiena. Non si mosse, ma il suo respiro si fece più corto. "Non so a cosa si riferisca, Paolo," rispose, usando per la prima volta il nome di battesimo invece del titolo professionale. Un azzardo calcolato.
Paolo emise una risata bassa, quasi un fremito gutturale. La sua mano scivolò dallo schienale della sedia alla spalla di Sandro, premendo appena, quanto bastava per fargli sentire il peso della sua autorità.
"Davvero? Eppure sei un uomo così attento ai dettagli," riprese Paolo, girando lentamente intorno alla scrivania fino a sedersi sul bordo, proprio di fronte a lui. Incrociò le braccia, mettendo in risalto i muscoli tesi sotto la camicia sottile. "Ti ho osservato in ufficio. Ti muovi come se fossi costantemente in attesa di un comando. O di un pretesto."
Sandro sostenne lo sguardo, nonostante il cuore gli battesse a mille. "E lei, invece? Sembra molto impegnato a dare ordini che non riguardano il lavoro."
"Gli ordini migliori sono quelli che non hanno bisogno di essere pronunciati," replicò Paolo con un sorriso beffardo. Si sporse in avanti, riducendo la distanza tra i loro volti a pochi centimetri. "Dimmi, Sandro... se ora ti chiedessi di chiudere quel monitor e dimenticare la tua posizione in questa azienda per i prossimi trenta minuti, saresti ancora così formale? O mi mostreresti quello che nascondi dietro quella cravatta così ben annodata?"
L'aria tra i due era diventata elettrica, densa di una sfida che non aveva più nulla a che fare con il fatturato trimestrale. Sandro non distolse lo sguardo, ma un brivido gli corse lungo tutta la schiena; non era paura, era il brivido di chi ha finalmente il permesso di lasciarsi andare.
Con un movimento lento e deliberato, abbandonò lo schienale della sedia e si sporse verso Paolo, quel tanto che bastava per sentire il calore del suo respiro sulla pelle. Portò le mani al colletto, sfiorando il nodo perfetto della seta blu scuro.
"Questa cravatta è sempre stata un simbolo di ordine e disciplina, Paolo," sussurrò Sandro, la voce ora più roca e ferma. "Ma se è l'ordine che vuole distruggere, non credo che dovrei essere io a scioglierlo."
Le sue mani ricaddero lungo i fianchi, lasciandosi completamente vulnerabile, gli occhi fissi in quelli del suo titolare come a lanciare una sfida silenziosa. "Mi ha chiesto cosa nascondo. Se ha davvero il coraggio di scoprirlo, lo faccia. Mi dia un ordine che valga la pena di eseguire."
Il silenzio che seguì fu quasi assordante. Paolo parve sorpreso da quella reazione, ma la sorpresa svanì in un istante, sostituita da un lampo di desiderio puro e possessivo. Senza dire una parola, Paolo allungò una mano. Le sue dita forti afferrarono il nodo della cravatta di Sandro, stringendolo appena prima di iniziare ad allentarlo con una lentezza tormentosa.
"Mi piace quando la gente capisce il proprio posto," mormorò Paolo, mentre il tessuto scivolava fuori dal colletto con un fruscio secco. "Ma mi piace ancora di più quando mi costringono a prendermelo."
Con un movimento brusco, Paolo usò la cravatta per tirare Sandro verso di sé, costringendolo ad alzarsi e a finire intrappolato tra le sue gambe, mentre lui restava seduto sul bordo della scrivania. Ora erano alla stessa altezza, i petti che si sfioravano a ogni respiro, l'autorità dell'ufficio ridotta a un pezzo di seta stretto nel pugno di Paolo.
Proprio mentre Paolo riduceva gli ultimi millimetri di distanza, le dita ancora avvolte nella seta della cravatta di Sandro, un suono secco rimbombò nel corridoio deserto: il clac metallico di una porta che si chiudeva, seguito dal ticchettio ritmico di scarpe col tacco sul pavimento di marmo.
"Dottor Paolo? È ancora dentro?" Era la voce della signora Luisella, la responsabile delle pulizie, che stava iniziando il suo giro notturno. Il suono era vicino.
Fine prima parte
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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