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Gay & Bisex

La favola dei 3 maialini e il Lapo


di honeybear
18.07.2026    |    1.961    |    2 9.8
"«Tranquillo, non abbiamo fretta… So aspettare… - lo rassicurò Lapo che iniziò anche a masturbarlo - Quando vorrai ti toglierò il bavaglio e a quel punto mi chiederai di scoparti…» Ad un..."
PROLOGO: L’ARRIVO AL VILLAGGIO E GLI OCCHI DEL LAPO
Il van frenò con un sussulto nel parcheggio sterrato del SunBay Resort, sollevando la solita nuvola di polvere.
‘Glielo ripeterò un’ultima volta, poi lo impacchetto e lo rimando da mammina quel coglione’, si ritrovò a pensare Lapo mentre tirava una lunga boccata dal sigaro. Dalla sua terrazza panoramica, il suo avamposto d’osservazione preferito, osservò lo sportello laterale del mezzo aprirsi e scaricare, uno dopo l'altro, tre fustacchioni con i borsoni in spalla e gli occhi protetti dalle lenti scure degli occhiali. La somiglianza era evidente: la genetica aveva davvero fatto un lavoro egregio con loro. Sarebbero certamente stati i pezzi forti della nuova stagione…

‘Oltre che della mia collezione…’

Gli occhi di Lapo si allungarono in due fessure. Si alzò dalla sedia e discese per andare incontro ai tre giovani. Era un uomo sulla quarantina dal fascino felino e lo sguardo predatorio di chi è abituato a ottenere sempre ciò che vuole. Passò la lingua sulle labbra inferiori, lambendo il filo di barba di qualche giorno. Avanzando, sistemò impercettibilmente gli occhiali da sole, continuando a radiografare i tre corpi statuari che si guardavano intorno curiosi.
«Piacere, sono Lapo, il Direttore del resort - allungò la mano in una stretta forte e sicura - Se volete seguirmi, sbrighiamo velocemente le formalità».
«Ehi, figa e cazzi ce n’è a mazzi…» bisbigliò uno dei fratelli, facendo l’occhiolino agli altri e ricevendo in cambio un'immediata gomitata nello stomaco dal maggiore.
Lapo li condusse nel suo ufficio, dove il disordine regnava sovrano: bicchieri disseminati ovunque, bottiglie rovesciate o mezze piene, posacenere straripanti di mozziconi. Sullo sfondo, in netto contrasto, spiccava una scrivania ordinata meticolosamente, dove le varie cartelle creavano una sorta di schedario perfetto: ‘Pratiche evase’, ‘Reclami dei clienti’, ‘Proposte di miglioramento’.

‘Mi domando come due concezioni così diverse possano convivere nella stessa persona’, si ritrovò a pensare il più grande dei fratelli, osservando quell'ambiente.
«Accomodatevi - disse il Direttore, tirando a sé i documenti dei contratti da firmare -Dunque… Il primo contratto è per Leonardo…»
«Oh, mi chiami pure Leo…» rispose il concentrato di ricci biondi che incorniciavano un viso su cui spiccavano due occhi verde smeraldo e un sorriso sfacciato, vero emblema di spensieratezza. Il fisico tonico, costruito con lo sport e la palestra, faceva risaltare la pelle già dorata dal sole estivo.
«Dicevo, il primo contratto è per Leonardo XxX. In base al tuo curriculum, abbiamo pensato di assegnarti all'animazione di contatto. Lavorerai al Chiringuito, il bar di paglia posizionato tra la spiaggia e la piscina. Va da sé che darai una mano anche all’allestimento dell’una o dell’altra se dovesse servire».
«Sissignore!» rispose Leo, accompagnando le parole al classico gesto del saluto militare.

‘La tua ingenuità rende fragili, anzi inesistenti, le tue difese…’ pensò Lapo, mentre una smorfia perfida gli dipingeva il volto. ‘Mi basterà un soffio per farle crollare, al pari della stessa paglia di cui è fatto il tuo chiringuito’.

«Mattia - proseguì il Direttore, voltando pagina - In virtù dei tuoi brevetti di salvamento, verrai assegnato alla piscina come assistente bagnanti. Per la gestione dell’impianto valgono le regole di cui sopra…». Il ragazzo aveva muscoli lunghi da nuotatore, spalle larghe e l'aria di chi sa perfettamente di avere gli occhi del mondo addosso.
«Infine Davide. Un uomo tutto d'un pezzo si direbbe - commentò Lapo ad alta voce, squadrando la sua mascella volitiva e lo sguardo serio di chi non era lì per divertirsi - Verrai arruolato immediatamente come addetto alla sicurezza del resort. Bene, direi che non c’è altro! Milo, il capo villaggio, vi accompagnerà ai vostri alloggi, vi indicherà orari e regole da seguire e vi porterà alle vostre postazioni. Non mi resta che augurarvi buon lavoro ed una splendida stagione!»
Milo eseguì tempestivamente l'ordine del Direttore. Una volta lasciati soli nel loro alloggio, i tre ragazzi si liberarono subito dei vestiti da viaggio per indossare le nuove tenute.
«Spero che la divisa mi valorizzi come merito!» disse Leo, ammirando il suo culo sodo e liscio davanti allo specchio prima di farlo sparire negli short aderenti.
«Non siamo a una sfilata di moda!» lo rimproverò Davide, mentre copriva il suo petto villoso e gli addominali con la polo scura della sicurezza.
«Dai, non fa male a nessuno. In fondo si sa cosa aspettarsi dagli animatori e dai clienti di un villaggio turistico…» concluse Mattia, infilandosi il costume rosso aderente che nascose un pene ben dimensionato e fasciava le sue chiappe sode coperte da una leggera lanugine.
Uscirono di nuovo, scortati da Milo, per prendere posto.

‘Fuori dalla tana… Gli occhi taglienti di Lapo non si persero un solo istante dello spettacolo.
Leo, con la camicia dell'animazione sbottonata tanto da creare una generosa scollatura intorno ai pettorali, venne lasciato in custodia a Dario, il responsabile del chiringuito sulla spiaggia.
Mattia, il cui costume rosso lasciava ben poco all'immaginazione, camminava con il passo fiero di chi si ritiene in grado di gestire ogni situazione. Lo accolse Celso, il responsabile del deposito degli attrezzi: una struttura isolata in legno massiccio e lamiera sul retro degli scivoli, dove venivano stipati i fusti di cloro e le sdraio rotte.

‘Ma il legno, sotto la giusta pressione, si spezza…‘

Infine Davide, con la divisa scura e il tesserino appuntato al petto. Lapo sorrise nel vederlo stringere la mano di Teresa e varcare la soglia dell'ufficio della sicurezza, una stanza blindata dalle spesse mura di mattoni situata proprio sotto la direzione, isolata dal caos esterno, con l'aria condizionata e le pareti rivestite dai monitor a circuito chiuso.

‘La fortezza di mattoni. Una sfida degna di essere assaporata con calma…’ un ghigno si disegno sul viso di Lapo.

Ognuno dunque si era sistemato nel proprio territorio, ignaro che ogni movimento, ogni goccia di sudore e ogni respiro era già stato catturato e registrato dagli occhi del Direttore. Lapo, spegnendo l’ennesimo sigaretto nel bicchiere di whisky, si preparò a sferrare il primo attacco non appena se ne fosse presentata l’occasione.
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CAPITOLO 1: LA CASA DI PAGLIA – LEO AL CHIRINGUITO
Scese la sera e poi venne la notte. La prima notte di Leo al SunBay Resort era esplosa con la solita ritualità: la sigla dell'animazione, il gioco aperitivo, il vorticare di piatti del buffet e dei bicchieri che il ragazzo riempiva a ritmo continuo.
Poi, improvvisa, la calma.
Intorno alle due la piscina si era spopolata di umani, ma popolata di tutto ciò che non era stato consumato, mentre la spiaggia rimandava solo l’eco delle onde che s’infrangevano sul bagnasciuga e la luna disegnava sulla sabbia le ombre della vegetazione.
Al confine tra i due mondi, il Chiringuito sorgeva come un guscio fragile: pareti di canne sottili, un tetto di paglia secca che ondeggiava alla brezza marina e un bancone di legno chiaro illuminato solo da una debole striscia di led azzurri.
Leo era rimasto da solo a chiudere.
La generosa scollatura, creata ad hoc per mostrare i pettorali durante il turno, si era definitivamente aperta mostrando il torace liscio e dorato, mentre gli short, troppo stretti, erano stati leggermente calati sui glutei rotondi. Canticchiava, lavando gli ultimi shaker e sistemando le bottiglie di cachaça, muovendo il bacino a piedi scalzi sulla sabbia che era penetrata fin dietro al bancone. La sua giovinezza lo rendeva fiero della sua bellezza acerba e convinto che il mondo fosse solo un grande parco giochi.
Preso da lavoro e pensieri sul ‘dopo’ non si avvide dell’ombra si affacciò al locale.

«Spero che il bar non sia già chiuso per chi ha ancora sete», disse una voce profonda, calda, con una venatura roca che fece voltare Leo di scatto.

Lapo si era presentato al bancone senza badare alle regole ma curando ogni dettaglio del suo look: i primi tre bottoni di una camicia di lino scura completamente aperti sul petto scuro e villoso, i pantaloni scuri che scendevano morbidi sui fianchi larghi, piedi scalzi.
I suoi occhi corvini e penetranti mapparono l’intero corpo di Leo a partire dalle labbra carnose e umide, ora leggermente schiuse per l’imprevisto incontro, soffermandosi sulla generosa vista concessa dalla camicia sbottonata, dove il cotone accarezzava i capezzoli inturgidendoli.

Leo deglutì, improvvisamente a disagio. «In teoria avrei spento le macchine... Ma abbiamo qualcosa in bottiglia. Cosa le preparo?» chiese, sfoggiando il suo miglior timido sorriso.

«Qualcosa di forte. E dimentica i formalismi», rispose Lapo. Non si sedette sullo sgabello; aggirò direttamente il bancone di canne, entrando nello spazio di servizio del ragazzo con la sicurezza del padrone di casa.
«Ehi, qui dietro non si potrebbe...» accennò Leo, ma comprese subito l’inutilità delle parole. Ciò che non gli era ancora completamente chiaro erano le intenzioni di Lapo… O forse sì.
Sorrise malizioso. Si chinò per prendere la bibita, mostrando al capo quanto la natura fosse stata generosa con lui. Quando si rialzò, se lo sentì addosso. Il suo odore — un mix di tabacco costoso, aroma muschiato del profumo e pelle calda — gli riempì le narici e rese immediatamente lo spazio circolare di cannicciato un microcosmo abitato solo dal cacciatore e dalla preda.
Lapo gli tolse la bottiglia dalle mani, posandola sul bancone e premendo il proprio bacino contro il fondoschiena del ragazzo. Delicatamente gli sfilò la camicia.

«Le regole del villaggio le detto io, biondo, e di notte cambiano», sussurrò.

Le sue mani passarono sotto le ascelle di Leo e cominciarono un lento massaggio ai pettorali, che culminò nella tortura dei grossi capezzoli. Le dita ruvide del capo contorcevano le evidenti sporgenze cilindriche, ingrossate dal rude trattamento.
«Vedo che ti piace il servizio al banco! – ironizzò - Bene, miglioriamolo allora! Inizia a sculettare come la troietta che sei intorno al mio cazzo…» ordinò, liberandolo dai pantaloncini.
Leo annuì, sospirando eccitato ed iniziando a compiere lenti movimenti circolari attorno alla stoffa che sentiva sempre più tesa.

«Bravo… Senti quanto si sta facendo duro?»

Il ragazzo non provò minimamente ad opporre una resistenza che si stava rivelando fragile come il materiale che teneva in piedi il bar. Un brivido violento gli scosse la schiena quando sentì la zip abbassarsi e l’uccello di Lapo insinuarsi tra le sue chiappe. Leo emise un debole gemito, aggrappandosi con le mani al legno del bancone, mentre la mano del Direttore afferrava la bottiglia aperta e la sua lingua iniziava a lambirgli le orecchie, per poi scendere verso il collo.
Un tremito percorse il giovane barman quando l’oggetto iniziò a roteare intorno al suo ano. Si accomodò meglio per consentire alle gocce di ammorbidire le pieghe circostanti, permettendo al collo di vetro di penetrarvi. Lapo lavorò lo sfintere a lungo, divertendosi a usare quel dildo improvvisato a suo piacimento: sfilandolo, reinserendolo sempre più in profondità e ruotandolo… «Per allargare bene questo gran bel culo!»
Senza ulteriori indugi, Lapo sostituì il giocattolo con la sua verga, che si aprì la via tra le natiche sode del ragazzo, infilzandolo con una spinta secca, profonda e animalesca. Leo cacciò un urlo, prontamente soffocato dalla camicia che il suo dominatore gli infilò in bocca. Una lacrima solcò il suo viso mentre i denti stringevano la preziosa stoffa scura.
«Sei una preda deliziosa», mormorò Lapo contro il suo orecchio, mentre Leo ansimava, con le ginocchia che cominciavano a tremare. Le sue dita affondarono nel legno del bancone per non cedere alla fitta di dolore, che si trasformò immediatamente in un piacere acuto, travolgente.
«Tranquillo, non abbiamo fretta… So aspettare… - lo rassicurò Lapo che iniziò anche a masturbarlo - Quando vorrai ti toglierò il bavaglio e a quel punto mi chiederai di scoparti…»
Ad un cenno del capo di Leo, Lapo estrasse la stoffa.

«Sco… Scopami…»

Un sorriso si allargò sul viso del Direttore. Iniziò dapprima ad arretrare e avanzare lentamente nello sfintere profanato, titillandogli i capezzoli e godendo di ogni sospiro e gemito della sua vittima. Durò poco: l’azione si fece decisamente più irruenta e l’ano violato venne trapanato senza pietà a suon di sculacciate, che in breve tempo fecero arrossare le chiappe di Leo come il più imbarazzato dei volti colpevoli. Le spinte contro il bancone si trasmettevano al cannicciato facendo vibrare l’intero ambiente. L’uomo continuò imperterrito, tenendo il giovane saldamente per i fianchi dorati finché, con un ultimo affondo violento, non si svuotò dentro di lui con un ringhio bestiale.
Il seme caldo del Direttore riempì le viscere del ragazzo.

«...Trattieni tutto! Ti svuoterai solo una volta tornato in camera!» gli ordinò Lapo.

«Ora è il tuo turno!»
Con un movimento fluido e brutale, volse Leo verso di sé, schiacciandogli il petto contro il proprio. «Masturbati su di me e bagnami il cazzo con il tuo seme». Le sue mani si strinsero brutalmente sulle chiappe del ragazzo per serrarlo nella sua morsa. Leo iniziò a strusciarsi su quel corpo irsuto. Cercò la bocca del suo carnefice, trovandola pronta a ricambiare i suoi baci, finché i fiotti di sborra non iniziarono a bagnare il pelo nero del pube e l’asta ancora tesa del Direttore.
Si staccarono ansanti.
«Puliscimi!» ordinò Lapo, e Leo eseguì con meticolosa dedizione. Il sapore acre del seme gli riempì la gola ancora avida di baci. Li ottenne senza chiederli, perché anche Lapo voleva assaggiare il suo sapore.
«Ottimo inizio…» commentò il Direttore prima di accomiatarsi.
Leo, senza comprendere appieno il significato profondo di quelle parole, si rivestì, terminò di sistemare il locale e raggiunse in camera i suoi fratelli, che lo stavano aspettando ancora svegli. Raccontò tutto nei minimi dettagli.
«Apperò! » gridò Mattia entusiasta.
«Mmmm…» fu il laconico commento di Davide, strofinandosi il mento con le dita.
Il fratellino si rifugiò in bagno e, guardando la sua immagine nuda nello specchio, sorrise soddisfatto a se stesso mentre si voltava ad ammirare le sue chiappe ancora leggermente arrossate.
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