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incesto

Vacanza proibita


di Claros2010
29.11.2025    |    330    |    0 9.0
"«Ti prego… scopami…» «Cosa vuoi?» «Il tuo cazzo… ti prego…» Aumentai il ritmo..."
Era una fredda mattina di gennaio quando squillò il telefono.
«Ehi, cugino! Hai già deciso dove andare quest’estate?»
Era Elena, la voce allegra come sempre.
«Veramente no…»
«Perfetto. Io e altri quattro amici abbiamo preso una casetta al mare, giù in Salento. Vieni con noi?»
Non ci pensai due volte. Elena. La mia bellissima cugina Elena.
27 anni, 164 cm di curve perfette, capelli castani lisci che le arrivavano a metà schiena, occhi verdi che ti ipnotizzavano, seconda di seno con capezzoli sempre in evidenza sotto le magliette, gambe morbide e un culo… Cristo, quel culo. Grande, sodo, che si muoveva come se avesse vita propria.
Da quando eravamo adolescenti non riuscivo più a guardarla solo come una cugina. Ricordavo ancora quel Ferragosto, nei campi dietro casa dei nonni: lei che si era allontanata “un attimo” per fare pipì, convinta di essere nascosta dietro un albero. Io, spostandomi di qualche metro, avevo visto tutto. Quel cespuglio nero e folto tra le cosce aperte, il rivolo che cadeva sull’erba… Da quel giorno ogni sega aveva il suo nome.
Arrivò finalmente il venerdì di partenza. Cinque ore di macchina, risate, musica, e il suo profumo che mi riempiva la testa ogni volta che si girava a parlarmi dal sedile davanti.
La casa era perfetta: piano terra per i maschi, primo piano per le ragazze. Il mare a trecento metri.
Il primo giorno fu una tortura lenta: tre bikini minuscoli, tre corpi da urlo. Ma Elena era quella che mi faceva impazzire di più. Il suo costume intero nero lasciava scoperto giusto il necessario, e ogni volta che si chinava per prendere l’asciugamano quel culo mi chiamava.
Il giorno dopo gli altri quattro andarono al concerto di un cantante che odiavamo. Noi restammo in spiaggia fino al tramonto, soli.
Tornati a casa:
«Io faccio una doccia veloce e usciamo?» proposi.
«Perfetto. Io devo fare una chiamata, lasciami mezz’oretta. La porta di sopra resta aperta, quando sei pronto sali.»
Feci con comodo. Stesi il telo, controllai il telefono… e mi accorsi che il suo era rimasto nel mio zaino.
«Glielo porto», pensai.
Salii le scale, bussai. Niente. Bussai più forte. Silenzio.
La porta scorrevole era socchiusa. Entrai.
Il bagno era sulla destra, la porta spalancata.
E la vidi.
Elena era in ginocchio sul pavimento, in perizoma nero. Davanti a lei, fissato sulla tavoletta del bidet, un dildo realistico. Lo stava succhiando con una concentrazione che non le avevo mai visto. Lo leccava dalla base alla cappella, sputava sopra, lo prendeva fino in gola. Poi si alzò, si abbassò il perizoma fino alle ginocchia e ci si sedette sopra. La figa era esattamente come la ricordavo: folta, nera, bagnata. Il dildo sparì dentro di lei con un gemito lungo.
La guardai cavalcarlo, prima piano, poi sempre più forte, i gemiti che si facevano più acuti. Poi si alzò, lo staccò, si mise a quattro zampe e se lo portò dietro. Provò a infilarlo nel culo. Smorfia di dolore. Lo tolse, lo leccò di nuovo, sputò sulla mano e se la passò tra le chiappe. Riprova. Ancora dolore. «Cazzo…», sussurrò, frustrata.
Entrò nella doccia. Io, duro come il marmo, mi spostai per vedere meglio. Attaccò il dildo alla parete, si girò di schiena, lo prese nella figa con un colpo secco. Poi lo tolse, lo puntò più in alto… smorfia, «Cazzo sì», e lo spinse piano nel culo. Pochi centimetri, poi lo tolse, ansimando.
Non ce la facevo più.
Uscii di nuovo nel corridoio, feci rumore coi piedi e rientrai ad alta voce:
«Elena, ti ho portato il telefono… porca puttana!»
Lei si voltò di scatto, il dildo ancora in mano, nuda, bagnata, le guance rosse.
«Merda! Sei già pronto?»
Provò a coprirsi con l’asciugamano, ma era troppo piccolo.
«Scusa, pensavo avessi finito… e comunque era un altro tipo di chiamata, eh?» dissi, indicando il dildo.
Lei rise, imbarazzata ma non troppo.
«Ne avevo bisogno…»
Poi i suoi occhi scesero sul mio costume. Il rigonfiamento era evidente.
«Vedo che a qualcuno è piaciuto lo spettacolo.»
Silenzio.
Poi lasciò cadere l’asciugamano.
«Vieni qui.»
Mi avvicinai. Si inginocchiò, mi abbassò il costume, prese in mano il mio cazzo già duro.
«Salato… sa di mare.»
Lo leccò dalla base alla punta, poi lo ingoiò fino in fondo. La sua bocca era calda, bagnata, perfetta. Mi guardò negli occhi mentre lo succhiava, la lingua che girava sulla cappella.
«Sempre pensato che ce l’avessi così bello», sussurrò.
«E io ho sempre sognato di leccarti tutta», risposi, spingendola sul letto.
Le divorai i capezzoli, duri e sensibili, poi scesi. La figa era fradicia, il cespuglio nero lucido di umori. La leccai lentamente, infilandole due dita dentro. Lei tremava.
«Ora tocca a me.»
Mi spinse giù, mi prese in bocca di nuovo, più forte, più profondo. La fermai prima di venire.
«Letto. 69.»
Si mise sopra di me, il culo perfetto davanti alla faccia. Le leccai la figa mentre lei mi succhiava. Presi il dildo e glielo infilai dentro piano. Gemette sul mio cazzo, mordicchiandolo appena.
Poi si alzò, prese un preservativo dal comodino, me lo srotolò addosso.
«Basta giocare. Scopami.»
A quattro zampe, il culo in aria. Lo infilai tutto in un colpo. Era bollente, stretta, bagnata da morire.
«Cazzo… sì… più forte…»
La scopai con ritmo costante, poi la feci alzare e la sbattei contro il muro. Le bloccai le mani sopra la testa, le morsi il collo.
«Ti prego… scopami…»
«Cosa vuoi?»
«Il tuo cazzo… ti prego…»
Aumentai il ritmo. Lei spingeva il culo all’indietro, implorava.
«Più veloce… più forte…»
Cambiammo ancora. Sul pavimento, a pecorina. Le allargai le chiappe, le leccai il buco del culo. Lei sobbalzò.
«Lo stai leccando davvero?»
«Ti piace?»
«Cazzo… sì… ma l’anal… non l’ho mai fatto…»
Presi il dildo, lo lubrificai con la sua saliva, provai piano. Lei si irrigidì, gemette di dolore.
«Aspetta… non oggi… ti prego…»
Rinunciai (per ora). La scopai di nuovo nella figa, forte, profondo.
«Voglio venire sul tuo culo.»
«Fallo… glassami quel culo…»
Tolsi il preservativo, mi masturbai furiosamente. Lei si inarcò, offrendomelo tutto.
Sborrai in lunghi schizzi caldi, coprendole le chiappe, vedendo il mio sperma colarle tra le natiche.
Restammo lì, ansimanti.
Poi lei, con un sorriso malizioso:
«Vai a farti la doccia. Non è detto che ci sarà una prossima volta.»
Mi spinse fuori dalla porta.
Uscii, il cuore che batteva a mille.
Forse era finita lì.
O forse era solo l’inizio.
Quella sera a cena non ne parlammo.
Ma ogni volta che i nostri sguardi si incrociavano, c’era una promessa silenziosa.
E io sapevo già che, prima della fine della vacanza, quel culo sarebbe stato mio. Tutto quanto.
Fine (…o forse no).
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