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incesto

Per fortuna che (NON) c'è mamma


di honeybear
09.07.2026    |    1.166    |    0 8.0
"Gemette ancora mentre penetravo nell’orifizio con la lingua, godendomi la lentezza con cui il calore allargava le pieghe di quell'anellino vergine..."
Forse quella domenica mattina sarebbe iniziata meglio del previsto. Stiracchiandomi, lasciai cadere mollemente le mani sul seno di mia moglie. Lei non si mosse. Interpretai quel gesto come un invito a proseguire. Mi girai verso di lei, afferrai delicatamente i ganci del reggiseno – l'unico indumento che indossava, dato il caldo torrido che già imperversava – e, slacciandolo, esposi le sode ed enormi tette che iniziai a palpeggiare, concentrandomi sui capezzoli che già contorcevo tra le dita.
“Mmm…” mugugnò, evidentemente eccitata da quel piacevole massaggio. Pregai che la frase proseguisse con un 'non smettere ti prego', preludio alla scopata di figa e, forse, di culo cui anelavo…
Ricevetti purtroppo un laconico: “Che ore sono?”
“È l'ora di dedicarci a un po’ di sana attività fisica mattutina,” replicai speranzoso, scendendo con le mani lungo l'addome fino alla zona pubica. Vinsi la resistenza dell’elastico dello striminzito perizoma, iniziando a massaggiarle le grandi labbra che in breve inumidirono il triangolino di stoffa.
Non sembrava recalcitrante, eppure chiese nuovamente: “Che ore sono?”
“Te l'ho già detto…” replicai sornione.
E così, invece di accarezzare il mio uccello in tiro che le puntava il culo, preferì allungare la mano verso lo smartphone sul comodino.
“Oh mio Dio, ma è tardissimo! – si allarmò – E perché la sveglia che ho puntato… Uff… – si sollevò agitata – Ti ricordi che oggi abbiamo il barbecue con i vicini? Ci sono un sacco di cose da preparare…”
Scivolò nuda fuori dal letto, corse in bagno per darsi una rassettata veloce e ne uscì indossando uno striminzito e leggerissimo abitino in cotone. Si precipitò di sotto, borbottando e lamentandosi ancora su quanto ci fosse da fare e quanto poco tempo avesse per farlo.
A me non rimase che recuperare il perizoma per annusarlo e iniziare a masturbarmi. Niente… Il cazzo si era irrimediabilmente ammosciato, come il mio umore. Imprecando, lanciai un pugno al cuscino, povera vittima delle mie pulsioni sessuali sfumate a causa della mancanza di collaborazione da parte della mia dolce metà.
Mi alzai di malavoglia e, con l'umore nero, mi recai in bagno. Mi sfilai i boxer ed entrai in doccia, pensando che il getto d'acqua rigenerante avrebbe rimesso le cose a posto. Tentai ancora di autosollazzarmi, complice la schiuma profumata, ma andai in bianco nuovamente.
Chiusi il miscelatore. Aprii il vetro e afferrai l'asciugamano, che mi avvolsi stretto alla cintola. Uscendo dalla cabina, mi bloccai di colpo.
“E tu quando sei entrato?” chiesi stupito.
“Ehm… In effetti mentre te lo stavi menando – rispose Alessio, tra il divertito e il malizioso – O forse eri già passato al fondoschiena. Ma tranquillo, non si è visto granché a causa del vapore che saliva”.
“Ale, sei uno sfrontato!” lo rimproverai, anche se sotto sotto non capivo del tutto il senso di quella battuta e decisi di ignorarla.
Lui però continuava a starsene lì, piantato come un palo.
“Se mi lasci finire, poi il bagno è tutto tuo!” suggerii.
“Oh, ti ringrazio ma non serve,” rispose, appoggiandosi al ripiano del lavabo dandomi la schiena e sporgendo un culetto che non gli avevo mai osservato così da vicino. Continuavo a non afferrare dove volesse andare a parare. La spiegazione me la diede lui in modo sorprendente e senza mezzi termini, quando si voltò per farsi più prossimo a me:
“Se vuoi, posso sopperire io alle mancanze odierne di mamma,” ammiccò, percorrendo con l'indice la linea del mio addome per finire con l’uncinarmi il telo che stringevo in vita. Goffamente tentò di aprirlo.
“Cosa????” risposi, fingendo di non capire e allontanando prontamente la sua mano, mentre faticavo a contenere l’erezione provocata dalla bizzarra piega che stavano prendendo gli eventi.
La situazione divenne decisamente più esplicita quando lo vidi abbassarsi gli slip, lanciarmeli e voltarsi di nuovo verso lo specchio per sollevare una gamba. Con due dita si allargò le chiappe, mettendo bene in mostra il buchino peloso del culetto che mi esponeva spavaldo. Si girò a guardarmi, probabilmente fiero del suo gesto.
Mi strofinai il mento, tra l’incredulo e il divertito: mio figlio mi si stava proponendo come surrogato sessuale della madre; e ciò che mi eccitava ancora di più era il fatto di non sapere davvero dove saremmo approdati. Stetti al gioco.
“E come mai saresti disposto a fare questo… ecco… chiamiamolo… favore a papà?”
“Diciamo che… voglio allargare i miei orizzonti!” mi rispose attraverso lo specchio mentre mi avvicinavo. Gli afferrai le chiappe: erano sode e muscolose. Iniziai a massaggiarle, stando attento a mantenerle larghe quel tanto che bastava a non perdere di vista l’appetitoso buchino che pulsava fremente.
Mi guardò incredulo quando vide il mio naso sparire in quel solco soffice. Avvicinai la punta della lingua a quella lanugine e, delicatamente, iniziai a pennellarla di saliva.
“Ooohhh…” gemette.
Passai e ripassai diverse volte prima di concentrarmi sullo sfintere. Era così piccolo e stretto che lo ammirai commosso per qualche istante prima di riservargli lo stesso trattamento. Gemette ancora mentre penetravo nell’orifizio con la lingua, godendomi la lentezza con cui il calore allargava le pieghe di quell'anellino vergine.
Mi inumidii un dito e lo avvicinai al buchetto, prendendo a girarci intorno per poi iniziare a penetrarlo.
“Ooohhh…” si lamentò di nuovo. Prima di spingere più a fondo, avvicinai una mano alla sua bocca per soffocare il grido di dolore che certamente gli stavo provocando. Sbuffò, reclinando il capo.
“Ti prego… – deglutì – …non… non fermarti. Continua, continua per favore!”
“Certo che non smetto… – lo sculacciai, aggiungendo sussurrandogli all'orecchio – …e ora stai a guardare cosa sta per farti papà!”
Al primo dito ne aggiunsi un secondo e poi un terzo, che lavoravano incessantemente attorno alle pareti dello sfintere per prepararlo all'atto successivo. Liberai la bocca dal bavaglio improvvisato e con l’altra mano gli afferrai il cazzo che, inizialmente moscio, aveva preso a farsi duro sotto i colpi della masturbazione. Lo massaggiai con delicatezza, soffermandomi ad accarezzare il folto pelo del pube e a soppesare lo scroto liscio che ballava sotto i miei colpi.
Iniziò a dimenarsi, mugolando per il piacere offertogli dal trattamento cui era sottoposto.
“Shhh… Se mamma ci sente sono guai!” lo rimproverai, sculacciandolo ancora leggermente.
Annuì. “Scusa… scusami…” sussurrò, con il viso rigato dalle lacrime che gli scorrevano per l'intensità del momento.
“Ti sto facendo male?” chiesi, fermandomi per un istante.
“No… no… Cioè, all'inizio sì, un po’… Ma ora è… troppo piacevole!”
Fu un regalo inaspettato.
“Allora sei pronto per il livello successivo…” dichiarai, appoggiando il mio randello contro il suo culo.
Bussarono alla porta. Non era possibile: ancora una volta interrotto sul più bello.
Afferrai l'asciugamano da terra, me lo cinsi alla bell'e meglio e socchiusi la porta, stando attento a non mostrare l’interno della stanza.
“Hai finito di perder tempo? – era mia moglie – Vai a svegliare Alessio, scendete a fare colazione che c’è ancora tutto da preparare!”
Richiusi la porta, appoggiandomici contro, desolato. “Hai sentito?”
“Sì, tranquillo pa’. Finiremo un’altra volta. È già stato bello così…” disse lui, prima di uscire stampandomi un bacio veloce sulle labbra.
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