lesbo
La mia padrona
21.03.2026 |
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"Un secondo getto, ancora più forte, mi fece urlare come un animale, le gambe che tremavano nelle manette, la figa che pulsava e spruzzava senza controllo..."
La pioggia batteva contro le grandi finestre dell’attico come un tamburo impazzito, rendendo l’aria densa, calda e carica di elettricità. Erano le dieci passate. Io, Elena, ero già in ginocchio al centro della stanza da letto, completamente nuda, i lunghi capelli neri raccolti in una coda alta stretta, la pelle chiara che brillava sotto la luce soffusa delle candele profumate. Ventotto anni, curve morbide e generose: seni pieni e pesanti che pendevano leggermente per il peso, capezzoli scuri già duri dall’anticipazione, pancia piatta, culo rotondo e alto, figa depilata e già lucida di umori. Le mani intrecciate dietro la schiena, il respiro corto. Sapevo cosa mi aspettava.Valentina entrò dal corridoio con passo lento e deciso. Trentacinque anni, corpo atletico e scolpito da ore di palestra, capelli corti castani spettinati dal vento, sguardo da predatrice affamata. Indossava solo il suo completo di pelle nera preferito: corsetto che le strizzava la vita sottile, calze autoreggenti nere, tacchi alti che ticchettavano sul parquet. In una mano teneva due paia di manette imbottite in pelle, nell’altra la cinghia di cuoio sottile e flessibile che usava sempre per punirmi. Il suo profumo – muschio scuro, vaniglia e un velo di sudore – mi arrivò prima ancora che si fermasse davanti a me.
«Sei già fradicia solo a guardarmi, puttanella?» disse con quella voce bassa, rauca, da padrona assoluta. «Ti vedo tremare. Brava.»
Annuii senza osare parlare. Sapevo le regole: silenzio totale finché non mi dava il permesso. Mi fece alzare con un gesto secco del dito. Mi girò, mi bloccò i polsi dietro la schiena con le manette fredde. Il clic metallico mi fece venire la pelle d’oca. Poi mi spinse verso il letto king size, mi fece sdraiare sulla schiena, aprì le mie gambe al massimo e fissò le caviglie alle colonne del letto con il secondo paio di manette. Ero completamente spalancata, immobile, esposta come un’offerta. La figa già aperta, le grandi labbra gonfie e lucide, il clitoride turgido che pulsava da solo.
Valentina salì sul letto, si mise in ginocchio tra le mie cosce. Mi guardò dall’alto con quel sorriso crudele e bellissimo che mi faceva bagnare ancora di più.
«Stasera non ti lascio venire finché non mi supplichi in ginocchio. E quando lo farai… ti farò squirtare fino a inzuppare tutto il materasso. Ma prima… ti ricordo a chi appartieni.»
Mi passò due dita tra le labbra della figa, lentamente, raccogliendo i miei umori densi. Se le portò alla bocca e le leccò con calma teatrale, guardandomi negli occhi.
«Dolcissima… e già così sporca.»
Iniziò con la bocca. La lingua calda, piatta e implacabile mi percorse tutta la fessura, dal buco del culo fino al clitoride. Lo succhiò piano, poi più forte, lo fece sparire tra le labbra mentre due dita mi entravano dentro, poi tre, curvate perfettamente verso quel punto spugnoso che mi faceva impazzire. Il suono era osceno: bagnato, viscido, ritmico, le mie pareti che succhiavano le sue dita. Io gemevo già forte, tiravo le manette, il corpo che si inarcava sul letto. Ma lei rallentava ogni volta che mi sentiva vicina, togliendo la lingua e le dita all’ultimo secondo. Edging sadico, perfetto. Sudavo, tremavo, le lacrime di frustrazione mi rigavano le guance.
«Ti prego… Valentina… padrona…»
«Zitta.»
Mi girò a pancia in giù con forza. Il culo in alto, la faccia schiacciata sul cuscino. Sentii il cuoio freddo della cinghia accarezzarmi prima le natiche, poi risalire lungo la schiena. Il primo colpo arrivò secco, preciso, proprio sotto la curva del culo. Bruciore dolce che si trasformò subito in calore liquido tra le gambe. Poi un altro. E un altro. Schiocchi forti, ritmati, che mi facevano gemere ogni volta più forte. Il culo diventava rosso fuoco, caldo, pulsante.
Ma non era abbastanza per lei stasera.
«Girati di nuovo. Seni in fuori.»
Obbedii tremando. Valentina si alzò, prese la cinghia con entrambe le mani e la fece schioccare nell’aria. Il primo colpo arrivò dritto sul seno sinistro, proprio sopra il capezzolo. Un dolore acuto, violento, che mi strappò un urlo. La pelle chiara si arrossò all’istante, una striscia rossa perfetta. Il secondo colpo sul destro, più forte. Poi un altro, e un altro. Colpi secchi, senza pietà, alternati tra i due seni. Il dolore era lancinante, quasi insopportabile, ma si mischiava a un piacere oscuro che mi faceva bagnare ancora di più. Sentivo la pelle bruciare, i capezzoli durissimi che pulsavano. Un colpo particolarmente violento mi fece uscire due piccole gocce di sangue sulla curva del seno destro, minuscole perle rosse che brillarono alla luce delle candele.
«Guarda come ti segno» ringhiò Valentina, passando un dito sul sangue e portandoselo alla bocca. «Sei mia. Ogni segno è mio.»
Continuò. Altri cinque colpi sui seni, poi due sulle cosce interne, vicinissimi alla figa aperta. Ogni schiocco era più forte del precedente. Io urlavo nel cuscino, le lacrime vere, il corpo che si contorceva nelle manette, ma la figa gocciolava sul lenzuolo, umori che colavano senza controllo.
Valentina si fermò solo quando i miei seni erano coperti di strisce rosse, calde, con quei minuscoli punti di sangue che stillavano piano. Mi infilò due dita dentro con forza, quattro adesso, che mi allargavano senza pietà mentre la cinghia colpiva ancora una volta il clitoride esposto. Ero fradicia, gli umori mi colavano lungo le cosce fino alle ginocchia legate.
Poi il cassetto. Il rumore dello strap-on che veniva lubrificato abbondantemente. Un dildo nero, spesso, venoso, lungo venti centimetri con la base rigida. Si posizionò dietro di me, mi afferrò i fianchi legati e spinse la cappella contro la mia figa spalancata e dolorante.
Entrò tutto in un colpo solo. Profondo, brutale, fino in fondo. Gemetti forte nel cuscino, la voce rotta. Iniziò a scoparmi con ritmo lento ma potente, ogni spinta mi riempiva completamente, le sue anche che sbattevano contro il mio culo ancora bollente dalle frustate. Il letto cigolava violentemente, la pioggia fuori copriva a malapena i miei gemiti disperati e il rumore bagnato, osceno, delle nostre carni.
«Senti come ti sfondo? Sei solo un buco per me stasera.»
Accelerò. Colpi più forti, più profondi, quasi rabbiosi. Una mano mi arrivò sotto, le dita sul clitoride gonfio e sensibile, lo strofinavano velocissime mentre lo strap-on mi martellava dentro senza sosta. L’altra mano mi strizzava un seno segnato, pizzicando il capezzolo sanguinante. Non riuscivo più a respirare. Il piacere e il dolore si mescolavano in un vortice che mi faceva perdere la testa.
«Ti prego… padrona… fammi venire… ti supplico! Ti supplico!» urlai finalmente, la voce spezzata.
«Adesso. Squirtami tutto addosso.»
Spinse il dildo fino in fondo, lo tenne fermo, e le dita sul clitoride diventarono impietose. Il mio corpo esplose.
Uno squirt violentissimo mi schizzò fuori intorno allo strap-on, un getto caldo, continuo, potente che bagnò le sue cosce, il suo ventre, il letto intero. Un secondo getto, ancora più forte, mi fece urlare come un animale, le gambe che tremavano nelle manette, la figa che pulsava e spruzzava senza controllo. Onde su onde di squirt, caldo, trasparente, con quel sapore dolce che riempiva l’aria. Continuavo a spruzzare, il materasso fradicio sotto di me, le lenzuola inzuppate, il mio stesso squirt che mi colava lungo il culo e le cosce. Valentina non smetteva di spingere e di stuzzicarmi, prolungando l’orgasmo fino a farmi singhiozzare di piacere.
Quando finalmente si fermò e uscì, il dildo era lucido dei miei umori, del mio sangue leggero sui seni e del mio squirt abbondante. Io ero distrutta, ansimante, il corpo segnato da strisce rosse e minuscole perle di sangue sui seni, la figa spalancata e pulsante, il lenzuolo sotto di me completamente fradicio come dopo un temporale.
Valentina mi slegò con calma possessiva, mi girò sulla schiena e si sdraiò accanto a me. Mi baciò dolcemente la fronte sudata, poi la bocca, assaporando le mie lacrime. Mi passò due dita tra le gambe, raccolse un po’ del mio squirt misto ai miei umori e me le portò alle labbra. Le leccai piano, assaporando tutto, esausta e felice.
«Brava la mia puttanella segnata» sussurrò, la mano possessiva che mi accarezzava i seni doloranti. «Domani sera ti lego alla sedia con le gambe spalancate… e userò la cinghia sui capezzoli finché non sanguineranno un po’ di più. Poi ti farò squirtare finché non mi pregherai di fermarmi.»
Sorrisi debolmente, il corpo che ancora tremava di piacere e dolore, mentre la pioggia continuava a cadere senza sosta fuori dalle finestre. Sapevo che avrei passato la notte con i suoi segni addosso… e che non vedevo l’ora di riceverne altri.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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