Lui & Lei
Un pomeriggio di pioggia con Asia
21.07.2025 |
236 |
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"La scopavo con ritmo crescente, sentivo il mio ventre scontrarsi con le sue natiche, l’odore del sesso misto a pioggia, il rumore bagnato delle nostre carni..."
Il cielo era grigio, carico d’umidità, e la pioggia cadeva sottile, continua. Non era abbastanza forte da costringere a rifugiarsi, ma abbastanza da bagnare lentamente i vestiti, rendendoli pesanti, aderenti alla pelle. Il parco era quasi deserto. Silenzioso. Solo il suono delle gocce sulle foglie, sui vialetti, sui nostri respiri.Asia camminava davanti a me, a passo lento, ogni tanto si girava con quel sorriso che sapeva darti una fitta nello stomaco. Indossava un vestitino chiaro, estivo, ormai umido, attaccato al suo corpo perfetto. Le cosce nude, abbronzate, si intravedevano a ogni movimento, e quando il vento alzava l’orlo, vedevo che sotto non portava nulla. Nessuno slip, nessuna vergogna.
I suoi capezzoli duri si stampavano contro il tessuto bagnato. Le gocce scendevano dal collo, si fermavano tra i seni, seguivano la curva della pancia. Il profumo della sua pelle si mischiava all’odore della pioggia e dell’erba bagnata. Un odore umido, vivo, irresistibile.
Ci fermammo in un angolo appartato del parco, tra gli alberi. Le fronde ci riparavano in parte dalla pioggia. Lei mi guardò, si avvicinò lentamente, senza parlare. Mi spinse contro un tronco e con una calma feroce mi slacciò i pantaloni. Tirò giù tutto, senza chiedere. Il mio cazzo era già duro, teso, gonfio per lei.
Asia si inginocchiò davanti a me, la pioggia le colava dai capelli lungo il viso. Mi guardava dal basso mentre mi prendeva in bocca, lentamente. La lingua era calda, morbida, si muoveva sul glande, poi risaliva, poi lo ingoiava tutto, fino a sentirmi vibrare in gola. Era affamata. Si sbatteva con la bocca sul mio cazzo bagnato dalla pioggia e dalla saliva, mi leccava le palle, le succhiava una a una, con lentezza sadica.
Poi si alzò, mi voltò e si mise in piedi davanti a me, aprì le gambe. Il vestito lo alzò da sola, scoprendosi completamente. La pioggia le colava tra le cosce, sulle grandi labbra già lucide, gonfie. Le passai le dita tra le gambe, la sentii calda, bagnata anche dentro. Le infilai due dita e lei gemette piano, mordendosi il labbro.
«Fammi tua», sembrava dirmlo con gli occhi. Mi abbassai e iniziai a leccarla. Le gambe le tremavano, le mani nei miei capelli. Aveva un sapore dolce, salato, bagnato. Le succhiavo il clitoride, glielo stuzzicavo con la punta della lingua, mentre le dita le entravano dentro e fuori.
Poi la presi per i fianchi, la girai. Si mise a quattro zampe sul tappeto di foglie bagnate. Il vestito arrotolato in vita. Il culo alto, rotondo, pronto. La figa che gocciolava. Le passai il cazzo lungo la fessura calda, lo strofinai un po’, la sentii fremere, ansimare.
Entrai dentro di lei con una spinta lenta ma decisa. Sentii la sua carne calda stringermi forte, accogliermi con un rumore bagnato. Iniziai a muovermi piano, poi più forte. Ogni colpo faceva schioccare il mio bacino contro il suo culo, ogni spinta la faceva gemere più forte.
La prendevo da dietro mentre la pioggia ci bagnava entrambi. I suoi gemiti si mischiavano al rumore del temporale. I miei colpi diventavano più profondi, più sporchi. Lei si toccava il clitoride con due dita, si stringeva il seno, si mordeva la mano per non urlare.
Mi fermai un attimo. Sapevo che doveva arrivare ancora di più.
Asia tremava. Con la pioggia che le colava lungo la schiena arcuata, continuavo a scoparla da dietro, a sbatterle le anche con violenza mentre la mia pelle schiaffeggiava la sua. Ogni colpo era più profondo, più sporco. Le sue cosce tremavano, il culo si apriva al mio passaggio come se mi stesse implorando di spingerlo ancora più dentro.
Ogni tanto uscivo, glielo strusciavo sulle labbra gonfie e già gonfie di godimento, poi lo spingevo di nuovo dentro, con forza, facendola gemere più forte. Il mio cazzo luccicava dei suoi umori e della pioggia, le mie palle sbattevano bagnate contro il suo clitoride pulsante.
Poi la sorpresi. Le sputai tra le chiappe, le aprii il culo con le dita, lente, attente. Era stretta, caldissima, e fremette non appena sentì le mie dita allargarle il buco. Ne infilai prima una, poi due, lavorandola con pazienza e malizia. Lei si voltò, il volto stravolto di piacere e sorpresa, e si sollevò appena, per aiutarmi.
Le poggiai il cazzo tra le chiappe aperte e le sussurrai in un orecchio ansimante, quasi ringhiando. La penetrai lentamente, sentendola stringere, scivolando dentro di lei centimetro dopo centimetro. Asia si aggrappava all’erba, graffiava il terreno umido con le dita, mordendosi le labbra, con il respiro spezzato e un gemito lungo che le uscì dalla gola come un fiume.
La stavo inculando sotto la pioggia, in un parco pubblico, col cuore che mi batteva in gola e il sangue tutto nel cazzo. La sentivo calda e stretta, il buco che si adattava al mio cazzo con fatica e piacere, che si lasciava dominare. La scopavo con ritmo crescente, sentivo il mio ventre scontrarsi con le sue natiche, l’odore del sesso misto a pioggia, il rumore bagnato delle nostre carni.
Poi lei si voltò di scatto, si strinse il culo con una mano e disse con fiato spezzato:
«Non venirmi dentro.»
Uscì da sotto di me, si girò in ginocchio, il viso acceso, le labbra socchiuse. Mi prese il cazzo con la mano bagnata, cominciò a segarmi veloce, con forza, mentre con l’altra si accarezzava la figa gocciolante. Le sue dita affondavano dentro di sé e poi tornavano sul clitoride duro, luccicante.
Mi guardava fisso negli occhi, sapeva cosa stava per succedere. E venne. Il suo corpo scattò in avanti, le cosce si chiusero, e uno squirt improvviso le schizzò fuori da tra le gambe, bagnando le sue dita, la mia mano, l’erba sotto di noi. Si piegò in due, ansimante, e nel frattempo continuava a segarmi.
Non ce la feci più. Il mio cazzo esplose.
Una fiammata. Un colpo dopo l’altro. Schizzi densi e caldi le colpirono la pancia, la figa, le dita ancora tra le labbra. Parte del mio sperma finì a terra, gocciolò sulle foglie e sulle sue cosce aperte. Asia raccolse tutto con calma, si leccò le dita, si assaporò il mio sapore mischiato al suo, con un ghigno soddisfatto.
Si lasciò cadere sull’erba umida, a pancia in su, il vestito ancora rimboccato in vita, le cosce aperte, i segni del nostro godimento ovunque sul suo corpo.
Rimasi lì a guardarla. Esausto, ma eccitato ancora da quella visione indecente e perfetta.
Era il pomeriggio di pioggia più erotico della mia vita.
E sapevo già che non sarebbe rimasto l’ultimo
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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