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Vaniglia e ghiaccio nella 412


di Antdick
23.06.2026    |    13    |    0 6.0
"E mentre le infilo due dita nella fica ancora gocciolante, prometto: «Questo è solo l’inizio..."
L’ascensore scivola verso l’alto con un ronzio ovattato, le porte di ottone che riflettono la mia immagine distorta—gonna di lana grigia aderente alle cosce, giacca di taglio sartoriale che nasconde appena il rigonfiamento dei seni sotto la seta del reggiseno a balconcino. Le calze a rete si tendono ogni volta che incrocio le gambe, i tacchi a spillo neri che affondano nel tappeto rosso del corridoio quando esco. La chiave magnetica tremola tra le dita, non per nervosismo, ma per l’elettricità che mi percorre le vene. Quarto piano. Stanza 412.

Marta è in ritardo di sette minuti.

Non che conti—so che lo fa apposta. La piccola volpe sa che ogni secondo di attesa mi fa stringere le cosce, sa che sto immaginando le sue tette giovani che si muovono libere sotto quella maglietta sformata, i capezzoli duri come sassolini che premono contro il cotone sottile. La vedo entrare nella hall da dietro il giornale che fingo di leggere: jeans strappati sulle cosce lunghe, treccia rossiccia che le cade su una spalla, le labbra mordono il labbro inferiore come se già sentisse il peso della mia mano sulla sua nuca. Diciannove anni. Una bambola di porcellana con gli occhi da cerbiatta e il corpo di una dea pagana.

Quando finalmente varca la porta girevole, il profumo del suo shampoo alla vaniglia mi arriva prima di lei. Si ferma a due metri dal divanetto dove sono seduta, le mani che si torcono intorno alla tracolla della borsa. «Scusa il ritardo, Monica», dice, voce troppo alta, troppo squillante. Finge. Le sue pupille sono dilatate, le narici che fremono appena—annusa l’aria, annusa me. Sotto la maglietta bianca, i capezzoli sono due punte scure, evidenti come segni a penna.

«Nessun problema, tesoro», rispondo, accavallando le gambe con lentezza calcolata. La gonna si solleva appena, lasciando intravedere il pizzo nero delle autostranti che si aggrappano alle cosce. «Sono sicura che ne valeva la pena.» Le sorrido, le labbra lucide di gloss rosato, e vedo il suo sguardo incollarsi alla scollatura della mia camicetta, dove i piercing ai capezzoli premono contro la stoffa. Li ha già visti, li ha già leccati in segreto, lo so.

«D-dobbiamo proprio…?» balbetta, ma le sue dita si sono già allungate verso di me, sfiorando il bracciolo del divano come se volesse aggrapparsi. Brava ragazza. Sai già che non hai scelta.

«Certo che no, Marta», dico, alzandomi con un movimento fluido. Le piazzo una mano sulla spalla, le dita che affondano appena nella carne morbida sopra la clavicola. «Se non vuoi, possiamo andare a bere un tè. O parlare di… che ne so, di università.» Le accarezzo la guancia con il dorso delle dita, il pollice che si ferma sull’angolo della sua bocca. Trema. «Ma se resti», sussurro, «ti prometto che non te ne pentirai.»

Le sue labbra si aprono, un respiro caldo che mi sfiora la pelle. «Io…»

Non la lascio finire. La prendo per il polso—così sottile—e la trascino verso gli ascensori. Le porte si chiudono alle nostre spalle con un ding metallico. Dentro, lo spazio è stretto, claustrofobico. Marta si schiaccia contro la parete specchiata, il petto che si alza e si abbassa come se avesse corso. Io mi avvicino, il mio corpo che la intrappola, le ginocchia che le costringono ad aprire le gambe. «Allora?», domando, la voce bassa, roca. «Te o il tè?»

Le sue mani mi afferrano i fianchi, le unghie che graffiano attraverso la stoffa. «Te», ansima. «Cazzo, Monica, solo te.»

Brava puttana.

La stanza è già pronta quando entriamo—luci soffuse, il letto sfatto apposta, il doppio dildo nero e lucido appoggiato sul comodino, accanto al lubrificante e a una ciotola di ghiaccio. Marta si ferma sulla soglia, gli occhi che saltano da un dettaglio all’altro. «Porca puttana», mormora, e ride, una risata nervosa, eccitata. «Non scherzi mai, eh?»

«Mai», confermo, chiudendo la porta con un calcio. Il rumore del chiavistello che scatta le fa sobbalzare le spalle. «Spogliati.»

Esita solo un secondo. Poi si strappa la maglietta sopra la testa, i capelli che si sciolgono dalla treccia in una cascata di ricci ramati. Niente reggiseno. Le tette sono piccole, sode, i capezzoli scuri e gonfi come uva matura. Si slaccia i jeans con dita tremanti, li fa scivolare giù insieme alle mutandine—nere, di pizzo, bagnate—e resta lì, nuda, le cosce che si sfiorano come se volesse nascondersi. Ma io vedo tutto: il rossore tra le gambe, il clitoride già tumido, le labbra della fica che luccicano.

«Girati», ordino.

Obbedisce. Il culo è rotondo, compatto, con due fossette appena sopra le natiche. Quando si piega in avanti, appoggiando le mani sul letto, la fica si apre appena, un invito bagnato. Mi avvicino, le mie dita che tracciano la spina dorsale, scendono fino al solco tra le chiappe. «Sei già fradicia», constato, spingendo un dito dentro di lei senza preavviso. Marta gemme, le ginocchia che cedono. «Dimmelo. Dimmi cosa vuoi.»

«Te», grida, la voce rotta. «Voglio che mi scopi, cazzo. Voglio che mi usi come una troia.»

Sorridi, Monica.

Non glielo faccio ripetere. La affermo per i capelli, la testata contro il materasso con abbastanza forza da farle vedere le stelle. «Resta così», ringhio, strappandomi la gonna, le calze che si lacerano nel movimento. Il reggiseno vola via, i seni che rimbalzano liberi, i piercing che tintinnano. Mi sdraio dietro di lei, le cosce che le avvolgono i fianchi, la bocca che si chiude sulla sua fica dall’alto. È dolce. Acida. Perfetta.

Lecco come una belva affamata, la lingua che traccia cerchi intorno al clitoride prima di succhiarlo tra le labbra, i denti che graffiano appena. Marta urla, le dita che si aggrappano alle lenzuola, il culo che si alza per offrirsi di più. «Monica, per favore, ti prego—»

«Zitta», le ordino, spingendo due dita dentro di lei mentre con l’altra mano le schiaffeggio una natica. Il rumore è secco, la sua carne che arrossisce sotto il mio palmo. «Goditi la lingua della tua padrona.»

E lo fa. Si dimena, singhiozza, le cosce che tremano quando infilo un terzo dito, curvo le dita per colpire quel punto che la fa impazzire. La sento stringersi, il corpo che si tende come un arco—sta per venire—ma io mi fermo. Mi alzo, la saliva che le colo sul suo culo, e prendo il dildo. Doppio. Nero, spesso, con le palline che penzolano pesanti. Me lo lego addosso con movimenti rapidi, il silicone che mi riempie la fica vuota, il clitoride che pulsa contro la base.

«Girati», comando.

Marta obbedisce, gli occhi lucidi, le labbra gonfie per i morsi. Si sdraia sulla schiena, le gambe aperte, le mani che si stringono intorno alle tette. «Ti voglio dentro», supplica. «Ti voglio tutta.»

Non la deludo. Mi posiziono tra le sue cosce, la punta del cazzo che sfiora la sua fica bagnata. «Pronta, piccola puttana?» Le affondo le unghie nei fianchi, il dolore che le strappa un grido.

«SI—»

E la penetro. Tutta. In un solo colpo, senza pietà, il doppio dildo che la dilata, che le strappa un urlo gutturale. Le sue pareti si chiudono intorno a me, calde, strette, disperate. «Cazzo», ansima, le unghie che mi graffiano le spalle. «È troppo, è troppo grosso—»

«Prendilo», sibilo, iniziando a muovermi. «Prendilo tutto, o giuro che ti lego e ti tengo così per ore.»

Non serve minacciarla. Marta alza i fianchi, mi avvolge le gambe intorno alla vita, i talloni che mi spingono più a fondo. «Di più», piagnucola. «Scopami come si deve, puttana.»

E io lo faccio. La scopo come se volessi sfondarla, i colpi secchi, profondi, il letto che sbatte contro il muro. Ogni affondo le strappa un gemito, un singhiozzo, le tette che rimbalzano, i capezzoli duri come pietre. Le prendo un seno in bocca, morso il piercing con i denti, e lei urla, la fica che mi stringe come una morsa. «Sto per venire», grida, le unghie che mi lacerano la schiena. «Monica, sto per—»

«Non ancora», ringhio, tirandomi fuori. Lei piange, frustrazione pura, ma io la giro sulla pancia, le alzo il culo in aria. «Prendilo nel culo, troia.»

Non protesta. Anzi, si allarga le natiche con le mani, offrendomi il buco stretto, rosa, già lubrificato dai suoi succhi. Spingo dentro con un gemito, il doppio dildo che la riempie entrambe le buche, il suo corpo che si arcuia per il dolore e il piacere. «Dio», singhiozza. «Dio, sì, così, così—»

Le do tutto. Ogni centimetro, ogni colpetto brutale, le mani che le stringono i fianchi fino a lasciarle i segni. Sudo, i capelli che mi si appiccicano alla fronte, il clitoride che pulsa contro la base dello strapon, sempre più vicina. «Vieni», le ordino, i denti serrati. «Vieni sulla mia cazzo, ora.»

E lo fa. Marta grida, il corpo che si contrae, la fica e il culo che mi strizzano come se volessero tenermi dentro per sempre. Il suo orgasmo mi trascina con sé—vengo con un urlo, le cosce che tremano, il piacere che mi squarcia in due. Crollo su di lei, il sudore che ci incolla insieme, i respiri che si mescolano.

Marta piange. Non so per quanto tempo restiamo così, intrecciate, rotte. Poi si gira, il viso bagnato, gli occhi che brillano. «Ti amo», dice, voce rotta. «Voglio essere tua. Solo tua.»

Le accarezzo i capelli, le labbra che trovano le sue in un bacio lento, profondo. «Lo sei già, piccola», sussurro. E mentre le infilo due dita nella fica ancora gocciolante, prometto: «Questo è solo l’inizio.»
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