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Prime Esperienze

Giovedì


di zio_pa
03.09.2016    |    4.825    |    2 6.8
"La sbatteva con violenza, ma sapeva il fatto suo, mentre io rimanevo in piedi, con il mio schiaffo sul viso, ad osservare il seno oscillare sotto i colpi che l'uomo le dava da dietro..."
Perché mai stessi seguendo quella donna, non lo saprò mai. Bellissima, certo, ma non seguo mica ogni bella donna che incrocio. Era anche tardi, ed avrei fatto meglio a darmi una mossa, ma quel ticchettio dei tacchi sul marciapiede era ipnotico.
Un martello. Tac, tac, tac, tac, tac, secco, preciso, come il dondolio di quel culo, come l'avanti e indietro di due gambe che si intuivano perfette.

Il passo svelto e costante della bionda non scopriva le caviglie, la gonna lunghissima la inguainava completamente. C'era un che di altero, in quella mise, che non mettevo a fuoco. Quando svoltò distrattamente a destra, tornando poi indietro, il mio goffo oscillare mi fece sentire un idiota, ed ebbi la sensazione netta che mi avesse guardato malissimo.
Non riuscivo a smettere di seguire quel ciondolare di chiappe.
Fu un attimo, le chiavi per terra, lei china per raccoglierle scoprendo esageratamente le caviglie, un movimento della testa, lo sguardo verso di me che avrei giurato fosse un invito.
Rimasi immobile per un attimo, e non c'era più.
C'era un solo vicolo, a vista, e mi sembrava troppo lontano perché ci fosse arrivata, ma decisi di andare a vedere. Lei non c'era. Sembrava il deserto.
La corsa verso il vicolo, sotto il sole catanese di mezzogiorno d'agosto, mi aveva fatto sudare.

Fermo al centro dell'incrocio, dovevo avere un'espressione davvero ebete. Mentre guardavo il vuoto col fiatone, sentii il rumore dei tacchi provenire da qualche parte, un piccolo patio che non avevo visto prima, qualche metro più in là.

La vidi uscire alla luce del sole, indossare con gesto teatrale gli occhiali scuri, guardandomi con quegli occhi gelidi mentre calcava la montatura sul naso, e riprendere la strada verso l'incrocio in cui mi aveva, ormai ne ero certo, scoperto a seguirla.
L'eco dei passi riempiva la strada ed i miei pensieri, ero schiavo di un camminare incessante. Stavo desiderando quel corpo oltre ogni limite, facendo ipotesi assurde. era quasi un bisogno, continuare a guardarla.

Avrei potuto giurare che fosse sempre lei, con la stessa gonna lunga fuori tema a quell'ora, ma qualcosa era diverso. Scopriva le caviglie ad ogni passo, sembrava un invito a seguire le gambe. Che si fosse davvero cambiata? In pochi istanti? Mentre acceleravo il passo per raggiungerla, mi dicevo che era impossibile, poi lei si fermò di colpo, si girò sul tronco e la camicetta lasciò intravvedere il seno bianchissimo.
Di nuovo quel gesto con gli occhiali, gli occhi neri nei miei, fermi. Poi riprese la strada.

Entrò in un'edicola, si diresse spedita verso uno scaffale davanti al banco, e prese a cercare tra le riviste di architettura. Il gestore divenne viola.
Ogni volta che si chinava per scegliere una copia, la camicetta lasciava a vista i seni, la salivazione mia e dell'edicolante era azzerata.
Riprese la strada, ripetendo la scena in tintoria e da un macellaio, intanto si stava facendo tardissimo ed io non mi decidevo a riprendere i miei giri.

La camicetta terminava nella gonna con una linea che sembrava indicare il sedere, e su cui i miei occhi erano come incollati.

La seguii mentre si infilava tra i banchi di un fruttivendolo.

Indicò della frutta, poi dell'altro, sempre ripetendo quel gesto che la scopriva. Poi si avvicinò ad un banco, il fruttivendolo la seguiva elencando i pregi della sua merce, lei ostentava la sua, di rimando. Il commerciante fu più deciso di me, e le mise una mano sul sedere.
Feci un movimento, come per intervenire, lei si girò di scatto e mi paralizzò con lo sguardo, mentre il tipo ormai le infilava una mano tra i seni.
Lei si liberò e fece qualche passo verso l'interno, si poggiò su una parete e lasciò che l'uomo la raggiungesse e riprendesse a palpare.

Continuava a guardarmi, e tenermi fermo lì, davanti alla frutta, eccitato e sconvolto. Prese l'omino tarchiato per i capelli e lo fece abbassare in ginocchio, poi aprì la gonna con un unico gesto scoprendo l'inguine rasato e la fica, su cui premette la testa di quell'uomo che sembrava volerla sbranare.
Un cenno della testa mi disse di avvicinarmi, e lo feci con passo incerto. Quando la raggiunsi mi resi conto di quanto fosse più alta di me. Allungai una mano verso quei seni perfetti, non grandi, morbidissimi. La pelle sembrava seta, ed emanava profumo di olii ed essenze raffinate.
Carezzai il seno per qualche istante, poi lei mi colpì con uno schiaffo sonoro, che mi lasciò del tutto basito.
Intanto tirò su l'uomo e si girò, chinandosi sul banco. Lui aprì i pantaloni e tirò fuori un arnese assolutamente spropositato, le alzò la gonna e la prese con vigore. La sbatteva con violenza, ma sapeva il fatto suo, mentre io rimanevo in piedi, con il mio schiaffo sul viso, ad osservare il seno oscillare sotto i colpi che l'uomo le dava da dietro.

Quel culo perfetto, quelle cosce di marmo, contrastavano, tra le mani di quell'uomo che intanto la possedeva come un ossesso, mentre lei a tratti chinava la testa, a tratti la buttava all'indietro, visibilmente provata ed eccitata.

Ad un tratto lei si girò, e disse all'uomo: fallo adesso.
Lui uscì da lei, per rientrare di colpo, sollevandosi appena sulle ciabatte di gomma. Stavano recitando un copione che si sarebbe detto ben collaudato.
La sodomizzó con violenza animale. Lei fece una smorfia che per un attimo squarciò la sua aria altera, poi riprese a godere e guardarmi.

La sentii godere come mai avevo sentito alcuna, più e più volte. Quell'uomo sembrava inarrestabile.
Quando finalmente finì, si richiuse la patta e riprese tranquillamente a riordinare i banchi, incurante della donna e di me, ancora fermi lì.

Lei si riprese dopo qualche minuto, ravvivó abiti e capelli, mi si avvicinò guardandomi fisso, poi disse: buona giornata, e scomparve dietro di me.

Ripresi la mia strada, con ancora in testa quei fianchi sinuosi, quella lingerie di gran classe e quel profumo di donna, di verdura e di sesso in cui mi lasciò frastornato.

Erano le due, ero intontito in mezzo alla periferia catanese, sudato, eccitato ed era ormai tardi.

Mi alzai di colpo, le dieci e mezza del mattino, diceva la sveglia sul comodino, li accanto ad una tazzina di caffè fumante . Vidi passare mia moglie davanti alla porta, i suoi capelli biondi oscillavano, mentre si muoveva per casa con rumore di tacchi. Mi guardò con gli occhi neri e mi disse: sbrigati, è Giovedì, si sposa tuo fratello.
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