Prime Esperienze
Specchi velati
17.06.2025 |
378 |
5
"Ogni tanto uno di loro mi porgeva un capo, o accarezzava con le dita il bordo di un pizzo da sistemare meglio..."
Non so esattamente da dove sia nata l’idea. Forse da un sogno, o forse da quel desiderio leggero che ogni tanto accarezza la pelle come un refolo d’aria calda. Quello di essere guardata, ammirata, desiderata — ma senza esibirmi, senza ostentare. Solo suggerire.Avevo pubblicato un last, discreto ma chiaro, in un angolo appartato di una piattaforma dedicata a fantasie condivise. Un invito. Una sola mattinata, un camerino al centro commerciale, un gioco sottile: chi avrebbe voluto osservare, in silenzio, mentre provavo abiti in pizzo e lingerie trasparente?
Non mi aspettavo tante risposte. Alcuni erano troppo espliciti — li ho scartati. Ma altri, pochi, hanno colto il tono. Galanti, misurati, curiosi. Uno mi ha scritto soltanto: “sarò lì, non dirò una parola, solo i miei occhi ti parleranno.” Un altro ha chiesto se poteva aiutarmi a sistemare una zip ribelle. Ho sorriso leggendo. Il terzo non ha scritto molto, ma la sua sicurezza era tangibile. Avrebbe saputo leggere ogni mio gesto, senza fraintendere.
La mattina dopo ero lì, in un camerino d’angolo, tra due specchi inclinati che regalavano riflessi multipli del mio corpo. Il tessuto della tenda cadeva pesante, ma non troppo. Bastava un piccolo scostamento, una fessura, perché si vedesse dentro. Il primo vestito era in pizzo color crema, lungo fino al ginocchio, aderente ma morbido. Quando lo indossai, vidi un’ombra oltre la tenda. Un’ombra immobile. Poi due dita appena, come chi si appoggia per non perdere l’equilibrio. Non parlava, non si muoveva. Solo guardava. Ed io, fingendo di sistemarmi il corpetto, mi voltavo leggermente, lasciando che i miei fianchi si delineassero nei riflessi degli specchi.
Poi sentii il fruscio appena accennato della tenda. Non mi voltai subito. Era uno di loro — lo capii dalla delicatezza con cui chiuse dietro di sé, senza rumore.
“Posso?” chiese con un filo di voce. Annuii, ancora rivolta verso lo specchio. Sentii le sue mani sfiorarmi le spalle, aiutarmi a far scivolare il pizzo giù per le braccia. Poi sollevò la prossima gruccia: un completo di seta nera e tulle, finemente ricamato. Lentamente, con precisione quasi teatrale, mi aiutò a indossarlo. Ogni gesto misurato, come in una coreografia intima. I suoi occhi nei miei, attraverso il riflesso. Nessuna parola fuori posto. Solo un complimento sussurrato: “sei un’opera d’arte.”
Poco dopo un altro corpo, silenzioso come il primo. L’altro uomo. Mi lanciò un sorriso divertito, come se stessimo recitando una scena in cui tutti conoscevano la parte. Mi tese un bustino rosso borgogna. “Questo merita di essere visto,” disse, con la semplicità di chi sa apprezzare senza invadere.
In quel piccolo spazio il tempo sembrava essersi dilatato. I loro sguardi erano un balsamo, mai una pressione. Mi muovevo tra i tessuti come una danzatrice, provando gonne, corsetti, reggicalze. Ogni tanto uno di loro mi porgeva un capo, o accarezzava con le dita il bordo di un pizzo da sistemare meglio. E io, dentro a quegli sguardi, mi sentivo viva, non per come apparivo, ma per come venivo vista. Come si guarda un segreto appena svelato, con rispetto e meraviglia.
Quando uscii, sola, il sole del mezzogiorno mi colpì il viso. Nessuno mi seguì. Non ci fu bisogno di altro. Il gioco era finito. Ma il ricordo — quello sì — restò con me per giorni. Come un profumo sulla pelle, leggero ma indelebile.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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