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L'invito a peccare - mf+mf+m+m
22.05.2026 |
2.017 |
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"A volte nasce proprio lì, nello spazio fragile tra curiosità e paura, tra il voler fuggire e il voler essere finalmente scoperta..."
L’invito arrivò in una sera qualunque, di quelle in cui il telefono vibra distrattamente sul tavolo mentre fuori la città rallenta. Eppure, già dalle prime parole, capii che non sarebbe stato un messaggio come gli altri.Lui scriveva con sicurezza, ma senza arroganza. C’era qualcosa di studiato nel modo in cui sceglieva le parole, quasi volesse accarezzarmi la mente prima ancora del corpo. Parlava di un luogo appartato, elegante, nascosto tra colline e silenzi, una villa antica con stanze illuminate solo da luci calde, tende leggere mosse dal vento e giochini erotici per tutti. Lo definiva "la villa del peccato", e mentre leggevo riuscivo quasi a sentirne il profumo: legno, vino rosso, pelle calda.
Mi raccontava che non sarebbe stato solo. Con lui ci sarebbe stato un amico, un uomo che — così diceva — fantasticava da tempo sull’idea di trovarsi davanti a due donne desiderabili, di poterle ammirare, sfiorare, sentirle abbandonarsi lentamente ai propri desideri sotto lo sguardo complice dei loro mariti. Non c’era brutalità nelle sue parole, ma una fame sincera, quasi adolescenziale, che mi fece arrossire. E poi c’era un’altra coppia. Lui insisteva molto su di loro, soprattutto su lei. Diceva che aveva una sensibilità rara, la capacità di capire una donna senza forzarla, di farla sentire vista, desiderata, bellissima. “Saprebbe metterti a tuo agio”, scriveva. “Ti farebbe dimenticare ogni esitazione, eliminare ogni inibizione.”
Ma ciò che più sembrava orgoglioso di offrire era sé stesso. La sua arte del massaggio. Le sue mani. Il lettino per i massaggi e la ricerca di oli esotici indicati allo scopo, indicati per esaltare i sensi come il tatto e l'olfatto. Il modo in cui raccontava di sapere leggere la pelle, le tensioni, i respiri… era quasi ipnotico. Diceva che non avrebbe avuto fretta, che il desiderio più grande sarebbe stato vedermi sciogliere lentamente, sentire il mio corpo fidarsi, aprirsi poco a poco al piacere dell’attenzione ricevuta.
E io… io mi sentivo lusingata.
Forse più di quanto volessi ammettere.
L’idea che tutti loro avessero voglia di conoscermi, di vedermi, di scoprirmi, accendeva qualcosa dentro di me. Mi sentivo osservata ancora prima di arrivare. Desiderata, quasi celebrata. Come se, per una sera, il centro di ogni fantasia potessi essere io.
Eppure, insieme all’eccitazione, cresceva anche un nodo sottile nello stomaco.
Perché non li conoscevo davvero.
Mi chiedevo se sarei piaciuta abbastanza dal vivo, se le aspettative create da parole e fotografie avrebbero retto alla realtà. Mi domandavo se io, a mia volta, avrei provato attrazione. Se ci sarebbe stata chimica. Se avrei saputo lasciarmi andare oppure no.
Avevo paura del silenzio dopo i primi sorrisi.
Paura di sentirmi osservata ma non compresa.
Paura di non riuscire a essere disinibita quanto loro sembravano desiderare.
E soprattutto temevo quella strana distanza che può nascere anche in mezzo alla sensualità: il rischio di non sentirmi emotivamente coinvolta, di restare spettatrice del mio stesso corpo mentre tutti gli altri sembrano sapere esattamente cosa vogliono.
Lui, però, sembrava intuire ogni mia esitazione ancora prima che la esprimessi.
“Non devi dimostrare nulla,” scrisse nell’ultimo messaggio. “La cosa più bella sarebbe vederti libera di scegliere. Anche solo il modo in cui ci guarderai varrà il viaggio.”
Lessi quella frase più volte.
E in quel momento capii che il desiderio non nasce sempre dalla certezza. A volte nasce proprio lì, nello spazio fragile tra curiosità e paura, tra il voler fuggire e il voler essere finalmente scoperta.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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