tradimenti
FINE VACANZA E A CASA CON MIA COGNATA
02.08.2025 |
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"Le gambe accavallate, il vestitino che si sollevava appena, lasciando intravedere la pelle liscia, dorata dal sole..."
Questo racconto, come i precedenti, è frutto di un’esperienza reale, vissuta intensamente e con emozioni che ancora oggi faticano a trovare parole adeguate. È la storia di ciò che è accaduto tra me e mia cognata. Una parentesi di desiderio, complicità e silenzi che ha lasciato un segno profondo.Chissà se lei leggerà mai queste righe. Forse sì, forse no. Alcuni passaggi sono stati omessi, volutamente. Ci vorrebbe un romanzo intero per raccontare tutto: ogni sguardo, ogni gesto, ogni pensiero che mi attraversava mentre ammiravo il suo corpo, mentre vivevo quei momenti con lei.
Le parole arrivano fino a un certo punto. Il resto resta dentro, come un ricordo che non smette di pulsare.
Spero che questo racconto vi coinvolga e vi faccia immaginare, desiderare, o semplicemente riflettere… allora ha già detto abbastanza.
Il sole filtrava tra le fronde degli ombrelloni, disegnando geometrie leggere sulla sabbia. L’aria era tiepida, profumata di salsedine e crema solare. I bambini giocavano poco distanti, immersi nel loro mondo fatto di secchielli, conchiglie e castelli destinati a crollare.
Francesca era stesa sul lettino, indossava un costume due pezzi color corallo, elegante, sobrio, che abbracciava le sue forme con naturalezza. Sfogliava una rivista, le gambe leggermente piegate, il viso rilassato. Ogni tanto si passava una mano tra i capelli, raccolti in una coda alta. Sembrava immersa in una quiete perfetta.
Laura si voltò verso di me. «Amore, mi spalmi un po’ di crema sulla schiena? Mi sento già arrostita.»
«Certo!» risposi, prendendo il flacone dal tavolino.
Mi inginocchiai dietro di lei e iniziai a spalmare la crema con movimenti lenti, attenti. Le scapole, la curva delle spalle, la parte alta della schiena. Laura chiacchierava tranquilla, parlando del pomeriggio, di un negozietto di ceramiche che voleva visitare. Io annuivo, ascoltavo, cercando di essere presente.
Poi, con naturalezza, Laura si voltò verso Francesca. «Francy, vuoi anche tu un po’ di crema? Mio marito ha le mani d’oro.»
Francesca sorrise. «Volentieri, grazie!»
Si girò sul lettino, sollevando i capelli e scoprendo la schiena. Mi avvicinai, cercando di mantenere la voce neutra, il gesto misurato. Il suo costume lasciava scoperta la schiena fino ai fianchi. La sua pelle era calda, liscia, profumata di sole. Passai la crema con attenzione, senza indugi, senza esitazioni. Le scapole, la curva della schiena, il punto dove il costume iniziava… scesi lungo le gambe… sui polpacci, talloni, e accarezzai i piedi. Francesca non parlava. Respirava piano, lasciando che il momento scorresse.
Quando finii, mi sedetti accanto a lei. Laura si era alzata per andare a prendere qualcosa da bere. I bambini erano ancora immersi nei loro giochi.
Francesca mi guardò. «Ti vedo pensieroso.»
«Lo sono,» ammisi. «Non riesco a smettere di pensare. A tutto. A te. A Laura. A quello che è successo.»
Lei sorrise, ma non era un sorriso ironico. Era calmo, quasi tenero. «Ti complichi troppo la vita.»
«Forse. Ma non riesco a vivere le cose come fai tu. Io sento il peso. Il senso di colpa. Il desiderio. Tutto insieme.»
Francesca si voltò verso il mare. «Io voglio solo stare bene. Voglio vivere questi giorni con leggerezza. Senza drammi. Senza tormenti. Non ti sto chiedendo nulla. Non voglio nulla. Solo serenità.»
Fece una pausa, poi tornò a guardarmi. I suoi occhi erano limpidi, sinceri.
«Mi piace dialogare con te, stare con te. Poi, quando mi accarezzi e sento le tue mani… mi mandi in estasi. Ti voglio bene.»
Quelle parole mi colpirono come una brezza improvvisa, dolce e destabilizzante. Non c’era pretesa, solo verità. E io, per un attimo, non seppi cosa dire.
Rimanemmo in silenzio, guardando le onde che si infrangevano sulla riva i nostri bambini che giocavano spensierati. Il tempo sembrava sospeso. E per un attimo, davvero, tutto fu quiete.
Laura tornò con un vassoio di plastica colorata: tre bicchieri pieni di succo fresco e una ciotola di frutta tagliata a pezzi. Melone, anguria, pesche. Due gelati per il ragazzini. Il profumo era dolce, estivo.
«Ecco qui, il nostro aperitivo da spiaggia,» disse, posando tutto sul tavolino.
«Perfetto,» rispose Francesca, sollevandosi leggermente sul lettino. «Hai pensato a tutto.»
«Sono una donna organizzata. E affamata.»
Ci sistemammo sotto l’ombrellone, le gambe distese, il sole ancora alto ma meno feroce. Laura e Francesca iniziarono a chiacchierare, con quella leggerezza che solo le vacanze sanno regalare.
Nel pomeriggio, Laura e Francesca decisero di concedersi un paio d’ore alla spa dell’hotel. Trattamenti al viso, fanghi, chiacchiere tra sorelle immerse nel vapore e negli oli profumati.
Io rimasi con i bambini. Li portai a fare un giro lungo la spiaggia e poi qualche tuffo in acqua, poi una granita, qualche gioco sulla spiaggia, una partita a carte sotto l’ombrellone. Ridevano, si rincorrevano, mi facevano domande buffe. E per un po’, tutto sembrava semplice.
La giornata proseguì come sempre. Una nuotata in acqua, tra spruzzi e risate. Poi la doccia, il profumo del bagnoschiuma alla vaniglia, i vestiti leggeri per la sera.
Cena in una trattoria sul lungomare: spaghetti alle vongole, vino bianco fresco, il rumore delle posate e il chiacchiericcio degli altri tavoli. Poi una passeggiata tra le bancarelle, il gelato al pistacchio, qualche souvenir comprato senza pensarci troppo: una calamita, un braccialetto, una ceramica dipinta a mano.
La notte scese lenta, avvolgendo tutto in una quiete dorata.
Il giorno dopo partimmo.
Ci rivedemmo pochi giorni dopo a cena dai miei suoceri.
La cena dai miei suoceri era come sempre abbondante, chiassosa, piena di piatti che si rincorrevano tra mani esperte e tovaglie ricamate. Il terrazzo era illuminato da lanterne appese e dal profumo di basilico che arrivava dai vasi lungo il parapetto.
Francesca era seduta accanto a me. Indossava un vestito estivo, leggero, color sabbia, che lasciava scoperte le spalle e accarezzava le curve con naturalezza. Laura, come sempre, si muoveva tra cucina e tavola, attenta, precisa, sorridente.
Parlavamo del mare, della vacanza appena conclusa, dei bambini che ora giocavano davanti alla TV con un videogioco rumoroso e colorato.
Poi, sotto il tavolo, sentii le gambe di Francesca sfiorare le mie. Un contatto lieve, ma preciso. Non casuale.
Il cuore mi fece un piccolo salto. Non mi mossi. Non dissi nulla. Ma il corpo reagì, come se quel tocco avesse riacceso qualcosa che credevo sopito.
Continuammo a chiacchierare. Io parlavo con mio suocero di calcio, con Laura di scuola e impegni. Ma ogni tanto, inevitabilmente, il mio sguardo tornava alle gambe di Francesca. Lunghe, rilassate, leggermente incrociate sotto la sedia.
Lei mi fissò. Un sorriso lento, consapevole. Poi, con una naturalezza disarmante, portò una mano sul ginocchio. Lo accarezzò piano, scendendo lungo la gamba, fino alla caviglia, poi al piede. Una carezza fatta a se stessa, ma che sembrava rivolta a me.
Io deglutii, cercando di restare presente, di non tradire nulla. Ma dentro, il desiderio tornava a pulsare.
Laura sistemava la tavola, raccoglieva piatti e bicchieri. I miei suoceri si alzarono poco dopo, dicendo che sarebbero andati a far visita a dei parenti. Ci salutarono con affetto, lasciandoci soli sul terrazzo.
Laura rientrò dalla cucina con un vassoio di bicchieri e qualche dolcetto. I bambini ridevano davanti alla TV, immersi nel loro gioco. Francesca si era alzata per sistemare una sedia, poi tornò a sedersi accanto a me, con quel sorriso che non lasciava scampo.
«Domani sei libero?» mi chiese, con voce tranquilla.
«Dipende. Perché?»
«Il mio PC ha deciso di morire. Non si accende più. Pensavo… se potessi passare da me a dare un’occhiata.»
Stavo per rispondere, ma Laura intervenne prima.
«Ma certo che può! Vai pure, amore. Tu sei bravissimo con queste cose. E Francy ha bisogno.»
Mi guardò con dolcezza, convinta di fare la cosa giusta. Francesca abbassò lo sguardo, ma sorrideva. Io annuii, cercando di mantenere la voce neutra.
«Va bene. Passo domani.»
Il terrazzo era immerso nella quiete della sera. I miei suoceri erano usciti, i bambini si stavano addormentando sul divano. Le lanterne oscillavano leggere nel vento, e le voci si facevano più basse, più intime.
Francesca si sistemò i capelli, poi incrociò lo sguardo con il mio. Non disse nulla. Ma non serviva.
Il giorno dopo, sapevamo entrambi, avrebbe avuto un sapore diverso.
Alle dieci in punto ero davanti al cancello di casa sua.
Il sole filtrava tra le foglie degli alberi, disegnando ombre leggere sul vialetto. L’aria era già calda, profumata di gelsomino e asfalto tiepido. Laura era rimasta a casa, tranquilla, immersa nelle sue faccende. Il figlio di Francesca era da un amichetto, e lei… mi aspettava.
Percorsi il vialetto lentamente, cercando di mantenere un passo naturale, ma dentro sentivo il battito accelerare. Ogni passo mi avvicinava a qualcosa che non sapevo ancora definire.
Francesca era sulla soglia, appoggiata al portoncino. Rideva, spensierata, solare. Indossava un vestitino corto rosso, leggero, che lasciava scoperte le gambe. Bellissime. Lucide, curate, perfette. Ai piedi, un paio di sandali con tacco alto, eleganti, discreti, ma terribilmente sensuali.
I capelli raccolti in modo morbido, il viso fresco, gli occhi luminosi. Ogni dettaglio era curato, pensato, come se quel momento fosse atteso da tempo.
«Eccoti finalmente!» disse, aprendo la porta. «Puntuale come un tecnico vero.»
«Cerco di mantenere la reputazione!» risposi, cercando di sorridere con naturalezza. Ma ero spiazzato. Totalmente.
Entrai.Francesca si muoveva con grazia, leggera, come se danzasse tra le stanze. Ogni gesto era un invito, ogni sguardo una promessa non detta.
Francesca mi fece accomodare nello studio dove c’era una scrivania grande in legno massello scuro, ordinata, con due notebook appoggiati uno accanto all’altro. Mi spiegò brevemente il problema e poi controllai: uno era lento, affaticato, l’altro non si accendeva più.
«Questo possiamo formattarlo!» dissi, indicando il primo. «L’altro ha bisogno di un SSD nuovo. Migliorerà tutto: velocità, avvio, fluidità.»
«Perfetto. Mi fido di te!» rispose, sorridendo.
Mentre iniziavo a lavorare, lei si muoveva tra cucina e salotto. Dopo pochi minuti tornò con un vassoio: una bottiglia d’acqua fresca, due bicchieri, due tazze di caffè fumante e qualche biscottino al burro.
«Per il tecnico più sexy che abbia mai avuto!» disse ridendo, poggiando il vassoio sulla scrivania.
Poi, con naturalezza, si sedette anche lei sulla scrivania, accanto al vassoio. Le gambe accavallate, il vestitino che si sollevava appena, lasciando intravedere la pelle liscia, dorata dal sole. Il sandalo oscillava piano, come se seguisse il ritmo del mio respiro.
Bevemmo il caffè, assaggiai due biscotti e un sorso d’acqua, poi cercai di restare concentrato. Ma era impossibile.
Le mie dita, quasi senza pensarci, si posarono sulle sue gambe. Le sfiorai piano, come se stessi leggendo una pagina preziosa. Lei non si mosse. Mi guardò negli occhi, con quel sorriso che conoscevo bene.
«Non resisto!» dissi, la voce bassa, sincera.
Francesca si chinò leggermente verso di me con un sorriso. «A me può soltanto fare piacere. Tutte le tue attenzioni mi fanno stare bene e sentire desiderata.»
Il tempo sembrò fermarsi. Il rumore del computer, il ticchettio dei tasti, il mondo fuori… tutto svanì.
Ci guardammo. Poi, come se fosse la cosa più naturale del mondo, ci avvicinammo. Le sue labbra incontrarono le mie in un bacio profondo, lento, carico di desiderio e tenerezza. Come due fidanzatini che si ritrovano dopo giorni di attesa.
Le sue mani si posarono sul mio collo, le mie sulla sua schiena. Il caffè, i biscotti, i notebook… tutto era solo cornice.
In quel momento, eravamo solo noi.
Il bacio si fece subito profondo. Francesca, seduta sulla grande scrivania, mi attirava a sé con naturalezza. Le sue gambe si aprivano appena, il vestitino si sollevava, lasciando intravedere la pelle dorata e liscia.
Le mie mani scivolarono sulle sue cosce, poi sui fianchi, fino a stringere il suo sedere con dolce fermezza. Lei sospirò piano, senza smettere di baciarmi. Il suo corpo si offriva, rilassato, complice.
Le mie labbra scesero sul collo, lo sfiorarono, lo assaggiarono. Francesca chiuse gli occhi, inclinando la testa, lasciando che il momento la attraversasse.
Il bacio si fece subito intenso. Francesca, seduta sulla scrivania, mi attirava a sé con naturalezza. Le gambe si aprivano appena, il vestitino si sollevava, svelando la pelle dorata e liscia.
Le mie mani scorrevano sulle sue cosce, poi sui fianchi, fino a stringerle il sedere con dolce fermezza. Lei sospirava piano, complice, senza smettere di baciarmi. Le mie labbra scesero sul collo, lo sfiorarono, lo assaggiarono. Francesca chiuse gli occhi, inclinando la testa, lasciandosi attraversare dal momento. Mi strinse con le gambe, il vestitino ormai risalito, scopriva tutta la sensualità delle sue forme.
Mi sedetti sulla sedia, lei sulla scrivania, con un sorriso malizioso. Sollevò il vestitino con un po’ di difficoltà, poi io le sfilai il perizoma bianco, lentamente, godendomi ogni secondo. Lei si tolse il reggiseno, lasciando i seni scoperti, tesi, perfetti.
Mi chinai su di lei, baciandola tra le gambe. La sua pelle era liscia, profumata, perfettamente rasata. La mia lingua la esplorava con desiderio, assaporandola mentre lei si inarcava, le mani nei miei capelli, il respiro spezzato. Il suo piacere cresceva, la voce si faceva più alta, più urgente. Le dita si muovevano lente, poi più decise, accarezzandola tra le labbra, sfiorando il clitoride. Francesca gemette, mordendosi il labbro, il bacino che seguiva il ritmo, cercando più profondità. Mi guardava con gli occhi pieni di desiderio, le labbra socchiuse, il corpo teso.
Preso dalla foga, le allargai le gambe e spinsi il mio sesso dentro di lei. Iniziai a muovermi con ritmo, alternando spinte lente a colpi più decisi. I nostri corpi si muovevano insieme, la scrivania tremava sotto di noi. Francesca si aggrappava a me, il piacere che cresceva, travolgente. I suoi gemiti riempivano la stanza, mentre io acceleravo, spingendomi più a fondo, più forte.
Poi, con un sorriso complice e il fiato corto, mi sussurrò: “Andiamo in camera, lì siamo più comodi.” Mi prese per mano e in pochi istanti eravamo sul letto. Mi sdraiai con la schiena sotto, e lei si chinò su di me, iniziando a succhiarmelo con una maestria che mi fece perdere il controllo. La bocca calda, le labbra morbide, la lingua che giocava con il glande… era un pompino incredibile, e sentivo il piacere salire, potente, quasi incontrollabile.
Poi fu lei a prendere il controllo. Mi guardò con un sorriso carico di desiderio, salì sopra di me in un attimo e guidò il mio sesso dentro di sé, lentamente, godendosi ogni centimetro. Si fermò un istante, chiudendo gli occhi, poi iniziò a muoversi.
La sua cavalcata era decisa, selvaggia, perfetta. I suoi fianchi si muovevano con ritmo, le mani poggiate sul mio petto, il busto che si inarcava mentre il piacere la attraversava. I suoi gemiti si facevano più intensi, più profondi, il respiro spezzato, il corpo teso.
Io la guardavo, rapito, le mani sui suoi fianchi, aiutandola a spingersi più forte, più in basso. Il suo orgasmo arrivò come un’esplosione: si irrigidì, poi urlò il mio nome, tremando sopra di me, completamente travolta dal piacere.
Rimase lì, ansimante, il corpo ancora scosso, mentre io la accarezzavo piano, godendomi ogni istante di quella visione.
Francesca si lasciò cadere su di me, il corpo caldo e rilassato, ancora scosso dal piacere. Le accarezzai la schiena e le sussurrai: “Girati, voglio prenderti da dietro.” Lei sorrise, si sollevò e si mise a carponi sul letto, offrendosi con naturalezza.
Il suo corpo era una visione: il sedere teso, perfetto, la figa liscia, profumata, il piccolo buco che si mostrava invitante. Le accarezzai i piedi, poi risalii lentamente lungo i polpacci, le cosce, fino a stringerle i glutei. Mi chinai e iniziai a leccarla da dietro, assaporandola con la lingua, alternando tra la figa e l’ano, che si mostrava bellissimo, pulito, sensibile. Lei gemette piano, il corpo che reagiva, il bacino che si muoveva in cerca di più.
Poi mi alzai e la penetrati di nuovo, lentamente, godendomi la vista del mio cazzo che spariva dentro di lei, completamente. Era calda, stretta, bagnata. Ogni spinta era una scarica di piacere. Il ritmo aumentò, i nostri corpi si muovevano in sincronia, le mie mani stringevano i suoi fianchi, poi afferravano il sedere mentre spingevo più forte, più a fondo.
Le accarezzai la schiena, poi le tirai leggermente i capelli. Lei gemette più forte, il viso affondato nel cuscino, le mani strette sulle lenzuola. “Sì… così… non fermarti…” sussurrava tra i respiri spezzati. Il suono del nostro sesso riempiva la stanza, umido, carnale, travolgente.
Sentivo che stava per venire di nuovo. Il suo corpo si irrigidì, poi esplose in un orgasmo violento, urlando, tremando sotto di me. Continuai a spingere fino a quando il piacere mi travolse. Estrassi il mio cazzo e venni sul suo sedere, con un gemito profondo, lasciando il corpo teso per qualche secondo.
Poi la presi tra le braccia, la baciai appassionatamente. Rimanemmo lì, sudati, ansimanti, ancora uniti, ancora persi. Dopo qualche minuto, mi guardò sorridendo e disse: “Ti va di fare una doccia con me?”
Andammo in bagno, ci insaponammo a vicenda sotto l’acqua calda, tra carezze e sguardi complici. Poi ci rivestimmo. Lei doveva uscire per fare la spesa, io tornai a casa, con il corpo ancora acceso e il ricordo di lei impresso ovunque.
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