tradimenti
VACANZA CON MIA COGNATA..SEGUITO
01.08.2025 |
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"Il mio glande si bagnava del suo piacere, scivolava avanti e indietro, lento, provocante..."
La storia che segue non è frutto di fantasia. È realmente accaduta.Scrivere questa storia mi ha permesso di sfogarmi, di mettere nero su bianco quel che ho vissuto e che mi tormenta. Spero, in qualche modo, mi abbia aiutato a fare pace con me stesso. Ma non so se è così. Non so se un giorno potrò davvero perdonarmi. Scriverla è il mio modo di alleggerire un peso che porto dentro da tempo. Un peso fatto di emozioni, scelte, silenzi, desideri e conseguenze. Mettere nero su bianco ciò che ho vissuto mi aiuta a metabolizzare, a comprendere, forse anche a perdonarmi.
Non chiedo di essere creduto. Ognuno è libero di leggere con lo sguardo che preferisce: curioso, scettico, empatico, distante. Ma ciò che leggerete è parte di me. È accaduto. E ha lasciato un segno.
Che questa esperienza sia finita o meno… lo racconterò in seguito.
Per ora, vi invito a entrare in questa storia. A camminare tra le sue pieghe. A sentire ciò che ho sentito. E forse, a riconoscere qualcosa di vostro, anche se diverso.
Ci rivestimmo in silenzio, come chi ha appena varcato un confine e ora deve rientrare nei propri ruoli. I nostri corpi, ancora segnati dal piacere, si muovevano con lentezza, quasi a voler trattenere il ricordo di ogni tocco, di ogni gemito, di ogni respiro condiviso.
Francesca indossò un costume due pezzi elegante, aderente, raffinato. Non era provocante, ma lasciava intravedere le sue forme con naturalezza disarmante. Il tessuto abbracciava i suoi fianchi, accennava la curva dei seni, disegnava la linea del ventre con precisione. Il pareo, leggero e trasparente, danzava intorno alle sue gambe come un velo complice. I capelli raccolti in un nodo alto lasciavano scoperta la nuca, ancora arrossata dal mio respiro.
Io infilai il mio costume a slip e una maglietta leggera, poi indossai anche dei pantaloncini corti. Avevo ancora il tremore che mi attraversava. Il corpo era teso, ma il volto doveva fingere quiete.
Ci incamminammo verso la spiaggia. Il corridoio dell’hotel sembrava più lungo del solito, e ogni passo era un ritorno alla realtà. Il sole era già alto, il profumo del mare si mescolava a quello della crema solare, e le voci dei bambini si sentivano in lontananza, allegre, ignare.
Laura, mia moglie, era lì, sotto l’ombrellone, seduta su una sdraio con un libro tra le mani. I due ragazzini : mio figlio e suo figlio giocavano tra secchielli e sabbia, intenti a costruire un castello che sembrava sfidare le leggi della fisica. Quando ci vide arrivare, Laura alzò lo sguardo e sorrise.
«Eccovi finalmente! Pensavo vi foste persi tra le lenzuola,» disse con tono scherzoso.
Francesca rispose con un sorriso tranquillo. «Solo un po’ di relax. La mattina è il momento migliore per stare in silenzio.»
«Hai ragione,» disse Laura, poi si voltò verso di me. «Amore, tuo figlio vuole fare una gara di tuffi. Dice che tu sei il campione.»
Sorrisi, cercando di sembrare leggero. «Allora non posso deluderlo.»
Mentre mi avvicinavo ai bambini, sentivo ancora il corpo impregnato di Francesca. Ogni suo gesto, ogni sguardo, ogni movimento sotto il sole era un richiamo. Ma ora… dovevo essere padre. Marito. Il punto fermo di una giornata che, in apparenza, era come tutte le altre.
Dopo una lunga nuotata con i ragazzini. Mi stesi sulla sdraio, il cellulare tra le mani. Non stavo davvero scrivendo. Scorrevo messaggi, fingendo di leggere, di rispondere, di essere altrove. Ma in realtà… ero lì. Intrappolato tra il ricordo di quel corpo che avevo appena posseduto e il senso di colpa che mi graffiava piano.
Ogni tanto alzavo lo sguardo. Laura e Francesca erano in acqua con i bambini. Ridevano, si rincorrevano, si spruzzavano con naturalezza. Sembravano leggere, serene, immerse in un momento che io non riuscivo a vivere. Francesca, con quel costume aderente, si muoveva con grazia. Il suo corpo bagnato brillava sotto il sole, e ogni suo gesto mi riportava indietro a quella mattina, a quel letto, a quel respiro.
Il cellulare vibrò. Un messaggio di lavoro. Lo ignorai. Non riuscivo a pensare a nulla che non fosse lei. Francesca. Il suo sguardo. Il suo gemito. Il modo in cui mi aveva accolto, come se fossi l’unico uomo al mondo.
Mi sentivo diviso. Da una parte, il senso di colpa. Pensavo a Laura, alla sua fiducia, alla sua voce. Pensavo a mio figlio, che mi guardava come un punto fermo. E io… avevo tradito. Avevo varcato un confine che non si può raccontare.
Ma insieme al senso di colpa, c’era anche altro. Un orgoglio sordo, viscerale. Avevo dato piacere a Francesca. L’avevo vista tremare, sciogliersi, esplodere sotto di me. E quel ricordo… quel ricordo mi faceva sentire potente. Desiderato. Vivo.
Non ce la facevo più. Mi alzai, lasciai il cellulare sulla sdraio e mi incamminai nuovamente verso l’acqua. Il sole mi bruciava la pelle, ma era il fuoco dentro che volevo spegnere.
Entrai lentamente, lasciando che il mare mi avvolgesse. Il corpo si rilassava, ma la mente restava accesa. Nuotai a lungo, allontanandomi dalla riva, cercando il silenzio, la distanza, la tregua. Ogni bracciata era un tentativo di lavarmi via il pensiero di lei. Ma non funzionava. Francesca era dentro. Sotto pelle. Nella memoria. Nel desiderio.
Mi voltai. Laura e Francesca erano ancora lì, con i bambini. Ridevano. E io… io nuotavo. Ma non scappavo. Cercavo solo di restare a galla.
La mattinata procedette tranquilla. Dopo la lunga nuotata, tornai verso riva, scrollandomi di dosso l’acqua e i pensieri. Laura mi porse un asciugamano, sorridendo, mentre i bambini correvano avanti e indietro tra le sdraio e la sabbia. Francesca era già stesa sul lettino, il corpo rilassato, il viso sereno. Sembrava immersa in una quiete perfetta.
Mi sedetti anch’io, cercando di ritrovare un equilibrio. Parlammo del più e del meno, di lavoro, progetti, vacanze passate, qualche battuta sui clienti e sulle giornate in ufficio. Laura raccontava con entusiasmo, Francesca interveniva con leggerezza, e io… ascoltavo. Partecipavo. Fingevo.
Era come se nulla fosse successo. Come se quella mattina, quel letto, quel corpo, quel piacere… fossero stati solo un sogno. Francesca non accennava a nulla. Nessuno sguardo, nessuna allusione, nessun gesto che potesse tradire. Era impeccabile. Padrona di sé. E questo, in un certo senso, mi colpiva più di tutto.
Mi chiedevo se fosse davvero così brava a fingere. O se dentro di lei stesse succedendo qualcosa. Ma non lo dava a vedere. Rideva con Laura, si sistemava il pareo, si passava la mano tra i capelli con naturalezza. E io… io la guardavo. Cercando di non farlo. Cercando di non desiderarla ancora.
Verso mezzogiorno, decidemmo di tornare in hotel per il pranzo. I bambini erano affamati, Laura voleva farli riposare un po’, e il sole cominciava a farsi più aggressivo. Rientrammo tutti insieme, chiacchierando lungo il vialetto che portava alla reception, come una famiglia qualsiasi.
A tavola, tutto fu normale. Piatti freschi, vino bianco, risate leggere. Francesca sedeva accanto a Laura, parlavano di ricette, di mercatini locali, di spezie da portare a casa. Io intervenivo ogni tanto, ma dentro… dentro ero altrove.
Francesca faceva proprio finta di niente. E lo faceva bene. Non un accenno, non un sorriso in più, non un gesto che potesse tradire. Era come se avesse chiuso quel capitolo, sigillato con eleganza. Ma io… io non riuscivo a fare lo stesso.
Ogni volta che la guardavo, rivedevo il suo corpo sopra di me. Il suo respiro. Il suo gemito. Il modo in cui mi aveva accolto. E quel ricordo… quel ricordo non mi lasciava.
La sera, dopo il riposo pomeridiano, uscimmo tutti insieme per una passeggiata sul lungomare. Il cielo era limpido, il vento leggero, e l’aria profumava di salsedine e gelsomini. I bambini correvano avanti, inseguendo una palla colorata, mentre io camminavo accanto a Laura, cercando di sembrare tranquillo.
Ma Francesca… Francesca non passava inosservata.
Indossava un paio di sandali eleganti con tacco alto, che le slanciavano le gambe già perfette. La pelle, vellutata e dorata dal sole, sembrava brillare sotto i lampioni. La minigonna, sobria ma decisa, lasciava scoperte le cosce tornite, e ogni passo era una danza misurata. La maglietta aderente, color crema, abbracciava il seno con precisione, disegnando le curve senza ostentazione. Una cintura sottile, abbinata con gusto, segnava la vita con eleganza.
La borsetta, piccola e raffinata, pendeva dal braccio con naturalezza. E poi i dettagli: il bracciale dorato, l’orologio sottile, gli orecchini discreti ma luminosi. Ogni cosa era curata. Ogni scelta parlava di lei. Di quella maniacale attenzione al corpo, all’estetica, alla presenza.
E io… io impazzivo.
Camminavo accanto a Laura, ma il mio sguardo tornava sempre su Francesca.
La sua cura maniacale del corpo mi affascinava. Mi eccitava. Mi destabilizzava. Le gambe lisce, i piedi curati, le mani perfette, il profumo che lasciava dietro di sé era un invito. Un richiamo. Un tormento.
E lei… sembrava non accorgersene. O forse sì. Forse sapeva esattamente cosa stava facendo. Forse ogni dettaglio era pensato per colpirmi. Per ricordarmi. Per farmi desiderare ancora.
Laura parlava con Francesca, ridevano, si scambiavano confidenze. E io… io le osservavo. Le ascoltavo. Le desideravo.
E dentro di me, il fuoco non si era spento. Anzi. Bruciava più forte.
Dopo la passeggiata, ci sedemmo tutti insieme in un bar sul lungomare. I bambini si stancarono e si addormentarono nei passeggini, lasciandoci finalmente un momento di quiete. Il mare davanti a noi rifletteva le luci dei lampioni, e l’aria era tiepida, profumata di notte estiva.
Francesca si sedette di fronte a me.
Ordinammo dei caffè, qualche dolcetto per i più golosi, e iniziammo a chiacchierare. Io cercavo di mantenere la conversazione leggera, ma il mio sguardo era attratto da lei come da una calamita. E poi, in un gesto naturale, si sistemò sulla sedia e accavallò le gambe.
Fu un attimo.
La minigonna si sollevò appena, e sotto, intravidi la sua mutandina bianca. Un tessuto leggero, semplice, ma incredibilmente provocante in quel contesto. Il contrasto con la sua pelle abbronzata, la posizione rilassata, il modo in cui sorseggiava il caffè senza accorgersi, o forse sì, di ciò che stava mostrando.
Lei mi sorrise. Il cuore mi batté forte. Cercai di distogliere lo sguardo, ma era impossibile. Era come se il tempo si fosse fermato in quell’istante. Un’immagine che si sarebbe impressa nella mia mente per giorni.
Poi, con la coda dell’occhio, vidi Laura.
Mi stava osservando. Aveva notato tutto. Il mio sguardo, il gesto di Francesca, quel dettaglio rivelato per caso o per gioco. Ma non disse nulla. Nessuna parola. Nessun rimprovero. Solo uno sguardo lungo, silenzioso, che mi lasciò confuso.
Francesca continuava a parlare, ignara, o perfettamente consapevole, di ciò che stava accadendo sotto il tavolo. E io… io ero prigioniero di quel momento. Di quel desiderio. Di quella tensione che cresceva, sottile e inesorabile.
Anche la notte trascorre tranquilla…io e Laura siamo sprofondati in un sonno profondo…anche se io prima ho immaginato Francesca sotto la doccia e poi nuda e profumata nel letto. Nonostante avessimo già avuto un rapporto adesso Francesca mi sembrava sfuggire…alla fine crollai in un sonno profondo.
La mattina successiva fu proprio lei a svegliarci per andare presto a fare colazione poi andare sulla spiaggia…tuttavia la mattinata proseguì abbastanza tranquilla...nuotata…dialoghi …riviste da leggere …messaggini al cellulare…tutto nella norma. Poi arrivò il momento di rientrare…Il solito ricco pranzo e poi tutti nelle camere…ma…
Successivamente un temporale arrivò deciso, come un sipario che cala. Il cielo si fece scuro, la spiaggia si svuotò, e l’hotel si riempì di corpi bagnati e voci ovattate. Dopo pranzo, Laura decise di portare i bambini in centro: negozi di giochi, souvenir, un po’ di svago.
«Tu resti?» mi chiese. «Sì, vado nella spa. Ho bisogno di rilassarmi.»
Francesca non disse nulla. Ma quando mi vide dirigermi verso l’ascensore, mi seguì.
La sauna era vuota. Calda. Profumata di legno e eucalipto. Ci sedemmo in silenzio, avvolti solo dai teli e dal vapore. Lei di fronte a me, le gambe piegate, il fianco scoperto appena. Il sudore le disegnava la pelle. Io cercavo di non guardare. Ma era impossibile.
«Ti senti in colpa?» chiese. «Sì. Ma non abbastanza da smettere di pensarti.» «Nemmeno io. E non riesco a pentirmi.»
Il vapore ci avvolgeva. I nostri sguardi si cercavano. Il suo respiro era lento, profondo. Il mio, trattenuto.
«Quello che è successo…» dissi. «…è ancora qui,» completò lei.
Il telo scivolò un poco. Il seno appena accennato. La curva del ventre. Il profumo della pelle calda. «Mi vedi?» chiese. «Ti sento!» risposi.
Francesca si alzò. Il telo stretto tra le mani. Il corpo lucido. Il passo lento. «Vado a fare una doccia. Ma tu… sei ancora con me.»
Uscì. E io rimasi lì. A sudare. A desiderarla.
In quel momento, la porta si aprì. Una signora entrò, ci salutò con gentilezza e si sedette sul lato opposto. Il silenzio si fece più rigido. I nostri corpi si ricomposero, i pensieri si nascosero.
Dopo qualche minuto, ci alzammo. Francesca si avvolse in un asciugamano, io feci lo stesso. Uscimmo senza parlare. Ma appena fuori, nel corridoio, lei si voltò verso di me.
«Vieni in camera. Voglio parlarti. Senza vapore.»
Il suo sguardo non lasciava spazio ai dubbi. La seguì. E ogni passo era già una scelta.
La porta si chiuse alle nostre spalle con un suono ovattato. La luce nella stanza era morbida, filtrata dalle tende ancora umide di pioggia. Il profumo di crema, mare e pulito aleggiava nell’aria. Francesca si muoveva con naturalezza, come se quel gesto fosse la cosa più semplice del mondo.
Si tolse l’asciugamano e lo lasciò cadere sulla poltrona. Il costume nero aderiva ancora al corpo, lucido di sauna e desiderio trattenuto. Si avvicinò alla finestra, guardando fuori. «Sta ancora piovendo.» disse piano. «Sì. Ma qui dentro… è tutto fermo.»
Francesca si voltò. I suoi occhi erano diversi. Più calmi. Più profondi.
Si sedette sul bordo del letto, incrociando le gambe. Il costume si tendeva sulle cosce, il profilo del seno si muoveva appena sotto il respiro. «Volevo solo sapere se… se per te è stato vero. Non solo un momento rubato.»
Mi avvicinai. Mi sedetti accanto a lei, senza toccarla. «È stato tutto. È ancora tutto. Non riesco a pensare ad altro.»
Francesca abbassò lo sguardo. «Io ho paura. Di quello che potremmo diventare. Di quello che potremmo distruggere.»
«Anch’io. Ma non riesco a smettere di cercarti. Anche quando non ci sei.»
Il silenzio si fece denso. I nostri corpi vicini, le mani quasi a sfiorarsi. Poi lei parlò. «Se mi baci adesso… non ci sarà più ritorno.»
La guardai. Il cuore in gola. «Non ti bacerò. Non ora. Ma sappi che lo sto facendo da ore. Dentro.»
Francesca sorrise. Un sorriso lento, triste, bellissimo. «Allora resta. Solo un po’. Senza parole.»
E restammo. In quella stanza che non era peccato, ma possibilità. In quel tempo sospeso, dove il desiderio non aveva bisogno di gesti. Solo presenza
Mi chinai su di lei e le nostre bocche si fusero in un bacio profondo, affamato. Le sue mani si posarono sul mio petto, leggere e calde, e il suo respiro si mescolò al mio. Le nostre bocche si cercarono, un bacio profondo, affamato, che non lasciava spazio al dubbio. Iniziai a baciare ogni centimetro del suo corpo, partendo dalla testa, scendendo lungo il collo, le spalle, fino al seno, ancora coperto dal costume. Ogni bacio era un ritorno, un riconoscersi. Lei gemeva piano, si muoveva sotto di me, già calda, già bagnata. Le mie mani esploravano, stringevano, accendevano.
Poi, con un gesto lento e deliberato, le mie dita afferrarono il suo costume. Lei mi guardava, gli occhi semi-chiusi, il respiro spezzato, senza fare resistenza. Sfilai io, prima il reggiseno e poi lo slip, lasciandolo scivolare lungo le sue cosce. Lei, con la mano, lo spostò dai piedi e lo lanciò sul comodino.
Rimase nuda, il corpo teso e perfetto. Il suo sesso era lucido, perfettamente depilato, profumato, aperto e pulsante, invitante. Le sue labbra, bellissime, mi chiamavano. Mi chinai tra le sue gambe e la mia bocca la cercò con avidità. La mia lingua affondava tra le sue labbra, cercava il clitoride, lo succhiava con insistenza, lo mordicchiava piano. Le sue dita affondarono nei miei capelli, stringendomi forte, mentre Francesca gemeva forte, si contorceva sotto di me. Il suo sapore mi faceva impazzire.
Dopo qualche istante, con un gemito che era un misto di piacere e desiderio, Francesca mi afferrò per le spalle e mi fece scivolare sotto di lei. Con un movimento fluido e sensuale, ci posizionammo. La sua bocca calda e umida accolse il mio sesso teso, mentre io mi trovavo sotto, con il viso affondato tra le sue cosce. I nostri corpi si intrecciarono, le gambe si annodarono, i nostri respiri si sincronizzarono.
Mentre lei mi succhiava con avidità, la sua lingua che giocava con la punta del mio sesso, la sua gola calda che mi accoglieva in profondità, io affondavo la lingua nel suo sesso. Le mie mani stringevano i suoi glutei, spingendomi ancora più dentro di lei, e il mio sguardo si concentrò sul suo ano, stretto e invitante. Con un gesto audace, la mia lingua si posò anche lì, stuzzicandolo con delicatezza, mentre il suo sesso continuava a tremare sotto la mia bocca. Lei gemeva, io gemevo, i nostri corpi si muovevano in un'unica danza di piacere. Era un'esplosione di sensazioni, un vortice di piacere che non sembrava avere fine.
Poi fu lei a salire. Si inginocchiò sopra di me, prese il mio cazzo con una mano e lo guidò lentamente tra le sue labbra. Lo strofinò sul suo sesso bagnato, lo sentì pulsare, poi si abbassò piano, guardandomi negli occhi. Il mio glande affondò dentro di lei, e lei scese tutta, fino a sentirmi in profondità. Si fermò un attimo, chiusa intorno a me, poi iniziò a muoversi.
Lenta all’inizio, poi sempre più veloce. Il suo culo sbatteva contro il mio ventre, il suo seno rimbalzava, il suo sguardo era fisso nei miei occhi. Mentre lei si muoveva, le mie mani accarezzavano i suoi piedi, le sue gambe e risalivano lungo la schiena, stringendo i suoi glutei. Era selvaggia, bellissima, irresistibile.
Ero in estasi. Una sensazione di potere e puro piacere mi invase. La presi, restando uniti, e ci alzammo in piedi. La tenevo in braccio, le sue gambe strette in vita, le sue braccia che mi abbracciavano... il sesso ancora dentro di lei. Mi posizionai davanti a uno specchio e con la forza delle mani la spingevo su e giù, in un ritmo sempre più serrato.
I nostri sguardi si incrociarono nello specchio, un'immagine duplice, ardente, di due corpi che si cercavano. Vedevo il suo sesso aprirsi e chiudersi intorno al mio, i suoi capelli mossi che le ricadevano sulle spalle, i nostri corpi che luccicavano di sudore. I nostri volti erano un misto di desiderio, passione e puro piacere. Era uno spettacolo, uno spettacolo che non riuscivo a smettere di guardare.
Poi, dato lo sforzo fisico, i miei muscoli cedettero. Ci lasciammo cadere sul letto, i nostri corpi che si appesantivano sul materasso.
Poi la voltai, spingendola a carponi. Le sue spalle si abbassarono, e il sedere si sollevò, un'offerta che mi tolse il respiro. Il suo sesso era spalancato, lucido, pulsante. Vedevo tutto: le sue labbra gonfie e umide, il clitoride che fremeva, e il suo ano, stretto, perfetto, che si muoveva a ogni respiro.
Lo guardai, e un pensiero selvaggio mi attraversò la mente: era stato violato oppure era un confine che nessuno aveva osato superare? Non l'ho mai saputo, ma in quell'istante il mistero mi fece impazzire. Mi posizionai bene dietro di lei e la presi con forza. Le mie mani afferrarono i suoi fianchi, il mio cazzo che la penetrò con un colpo secco, riempiendola in profondità. Le mie spinte si fecero sempre più brutali, mentre i nostri corpi si muovevano in un ritmo sempre più serrato. Francesca gemeva, urlava, si spingeva contro di me, i suoi glutei che si stringevano attorno al mio cazzo. Ogni tanto passavo un dito sul suo ano stuzzicandolo... e lo vedevo aprirsi leggermente... ma non andai oltre.
Il suo corpo era un fuoco che mi consumava, il mio un'esplosione che non potevo più trattenere. Raggiunse un violento orgasmo, un grido profondo che mi spezzò il respiro. Non andai avanti per molto, ero già quasi al capolinea.
Dopo l'intensità della posizione a carponi, la voltai e la stesi sul letto. Si voltò con la schiena sul letto, le sue gambe si spalancarono e mi guardò, gli occhi pieni di una sfida selvaggia. Il suo corpo era esausto, ma ancora affamato. Il respiro spezzato, gli occhi pieni di una voglia che mi incendiava. Mi posizionai tra le sue cosce e la guardai. Il suo sesso, depilato e umido, brillava, lucido, pulsante, completamente aperto per me.
Presi il mio cazzo con una mano e iniziai a giocare. Lo strofinavo piano sulle sue labbra, facendolo scivolare lungo la fessura, sfiorando il clitoride, poi giù, fino all’ingresso. Il mio glande si bagnava del suo piacere, scivolava avanti e indietro, lento, provocante. Lei gemeva, si contorceva, mi guardava come se volesse implorarmi di entrare.
Poi lo spinsi dentro deciso. Sentii la sua carne stringermi, accogliermi, avvolgermi. Mi fermai un istante, poi lo tirai fuori, lasciando che il glande rimanesse appena dentro. Lo guardavo entrare e uscire, lucido, teso, bagnato. Ogni movimento era una scintilla. Il suo sesso si apriva e si richiudeva intorno a me, vivo, affamato.
Quando venne, lo fece con un urlo lungo, profondo, che sembrava venire da dentro l’anima. Il suo sesso si strinse intorno al mio, mi tirava dentro, mi faceva impazzire. Sentivo le sue contrazioni, il suo piacere che esplodeva, mi travolgeva. E io mi lasciai andare, dentro di lei, con tutto me stesso.
Poi lo tirai fuori per non riempirla dentro... venni con forza, con un gemito profondo, e il mio sperma esplose sul suo sesso e sulla sua pancia. Le gocce calde si posarono sulle sue labbra, sul clitoride, scivolarono lungo la pelle liscia e anche sull'interno coscia. Francesca gemeva, si toccava piano, sentiva il mio piacere sulla sua pelle, lo accoglieva come un dono.
Restammo lì, nudi, sudati, esausti. Il temporale fuori continuava a battere. Ma dentro… era silenzio. Era fuoco. Era noi. Ci guardammo con intesa, ci bacciammo e ridemmo.
Ero contento e soddisfatto della prestazione e adesso non avevo rimorsi…
Il racconto è finito, ma la mia storia non si è conclusa. Dopo quel primo incontro, ne sono seguiti altri due prima che la vita, quella vera, ci richiamasse ai nostri impegni di sempre. Sapevo che era sbagliato, che stavo tradendo la fiducia di mia moglie, ma non riuscivo a fermarmi. Era un fuoco che bruciava, un desiderio che non si spegneva, e io mi sono lasciato consumare, senza lottare.
Poi, un giorno, tutto finì. Non per una nostra decisione o per un ripensamento. È stato perché Francesca, giustamente, ha scelto la sua famiglia. Abitavamo molto distanti e quando ci siamo rivisti durante le vacanze di Natale ho capito che stava riallacciando a piccoli passi i rapporti con suo marito e che ora, almeno all'apparenza, vivono in sintonia.
E io... io sono rimasto qui, con i miei ricordi. Il peso che avevo dentro non è scomparso, ha solo cambiato forma. Non è più un peso che posso confessare, ma un segreto che porterò con me, un'ombra che si nasconde dietro ogni mio sorriso e ogni mia parola.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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