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CON MIA COGNATA...ANCORA UNA VOLTA


di pantopan79
14.08.2025    |    11.591    |    5 9.9
"«Non muoverti… voglio sentire ogni centimetro, lentamente…» sussurrò, mordendosi il labbro inferiore..."
Mia Cognata – Un Confine
MIA COGNATA…UN CONFINE…ANCORA UNA VOLTA…
Il desiderio che cresce.
Questo racconto, come i precedenti, è frutto di un’esperienza reale, vissuta intensamente e con emozioni che ancora oggi faticano a trovare parole adeguate. È la continuazione di una storia, di ciò che è accaduto tra me e mia cognata. Una parentesi di desiderio, complicità e silenzi che ha lasciato un segno profondo.
Chissà se lei leggerà mai queste righe. Forse sì, forse no. Alcuni passaggi e dettagli sono stati omessi, volutamente. Adesso continuo a raccontare come si evolve il rapporto tra me e lei.
Ci sono legami che nascono nel silenzio, tra sguardi che durano troppo e gesti che sfiorano il confine del lecito. Quello tra me e Francesca, mia cognata, non è mai stato solo familiare. Da settimane pensavo ad ogni incontro fatto di parole leggere, sorrisi ambigui, contatti che dicevano più di mille frasi. Francesca non era solo bella. Era consapevole del suo fascino, e lo usava con naturalezza, come se fosse parte del suo respiro. Laura, mia moglie, sembrava non solo tollerare quella tensione… ma quasi alimentarla. Come se volesse vedere fin dove Francesca sarebbe arrivata. O fin dove io avrei resistito. E io… non resistevo più.
Ci siamo rivisti, come di consueto, una sera a casa dei miei suoceri. La casa era piena di voci, profumi e bicchieri tintinnanti. Mia moglie Laura chiacchierava con sua madre, rideva con suo padre. I bambini correvano in salotto, lasciando dietro di sé briciole e giocattoli. Io cercavo di essere presente, ma ogni volta che Francesca entrava nella mia visuale, tutto il resto sfumava. Francesca una bellezza che a 45 anni è nel pieno… quando arrivò indossava un abito lungo, bianco, decorato con delicati motivi floreali che sembravano danzare sul tessuto ad ogni suo movimento. Era un pezzo unico, stretto in vita da una cintura sottile dello stesso materiale, che ne esaltava la figura con naturalezza. La scollatura, appena accennata, lasciava intravedere la linea delle clavicole e la curva dei seni. Il tessuto fluido scivolava sui fianchi e accarezzava le gambe lunghe, lisce, appena depilate. Sembravano appena trattate con una crema profumata: lucide, levigate, perfette. Le gambe e i piedi erano il suo punto forte… lisce belle con piedi curati con attenzione, sfoggiavano un nuovo smalto color pesca, brillante sotto la luce calda del terrazzo. I sandali con tacco le slanciavano la figura, e ogni suo gesto sembrava studiato per attirare lo sguardo. I capelli raccolti in una coda morbida, qualche ciocca libera le incorniciava il viso. Gli occhi, profondi e sicuri, cercavano i miei con una frequenza che non poteva essere casuale. E poi il suo sedere…bello tonico e definito… Ogni tanto accavallava le gambe con naturalezza, e l’abito si sollevava appena, lasciando intravedere il perizoma bianco, decorato con un delicato pizzo e sotto il rigonfiamento della sua figa. Un dettaglio minuscolo, ma sufficiente a far esplodere il desiderio. Avrei voluto accarezzare per ore quelle gambe …e quando i miei occhi si posavano sulle sue gambe, lei sembrava percepirlo. Dato che conoscevo già il suo intimo…immaginavo già la sua figa bella rasata e profumata…le sue labbra, il suo clitoride…non smettevo di pensarla e avevo già il cazzo duro sotto i miei pantaloncini. Il suo sorriso si faceva più lento, più consapevole. Come se il mio sguardo fosse un tributo, e lei ne traesse piacere. Era una complicità silenziosa, ma intensa. E io… ero completamente rapito.
La cena proseguiva tranquillamente ma sotto il tavolo, a un certo punto, sentii la sua gamba sfiorare la mia. Non fu un contatto casuale. Era un tocco leggero, ma carico di una promessa silenziosa. Sentii il calore della sua pelle attraverso i miei pantaloni, un calore che si diffuse in un istante, facendomi irrigidire. Mi voltai verso di lei, e i nostri sguardi si incontrarono. Il suo sorriso, enigmatico e lento, mi fece capire che sapeva esattamente cosa stava succedendo dentro di me. E non le dispiaceva affatto. Mentre la conversazione fluiva sopra le nostre teste, sotto il tavolo le cose si intensificarono. La sua gamba non si allontanò, anzi. Si premette contro la mia, e poi il suo piede, scalzo nei sandali, cominciò ad accarezzare delicatamente la mia caviglia, poi il polpaccio. I miei pensieri erano un turbine, la mia attenzione completamente rapita da quel gioco segreto. Sentivo il cazzo che si alzava, duro e pulsante, la sensazione di eccitazione a malapena contenuta dai miei pantaloncini. Francesca notò il mio sguardo scivolare verso di lei, si morse il labbro inferiore e mi diede un altro calcio giocoso, ma provocatorio. E io non riuscii a distogliere lo sguardo.
Poi, tra un brindisi e una battuta, Francesca continuava a lanciarmi sguardi. Ogni gesto sembrava calibrato, pensato per distrarmi. E ci riusciva. Laura, che osservava tutto con quel suo sorriso enigmatico, intervenne: «Se mi tradissi con mia sorella… almeno avresti buon gusto.» Risero entrambe. Io cercai di sorridere, ma dentro ero in fiamme. Francesca mi lanciò uno sguardo lento, profondo, poi tornò a parlare con Laura come se nulla fosse. Ma sotto il tavolo, la sua gamba era ancora lì, contro la mia. E io… non riuscivo più a fingere. Dopo cena, ci spostammo tutti sul terrazzo. L’aria era tiepida, profumata di basilico e gelsomino. Mia moglie Laura portò un vassoio con tre coppette di gelato: pistacchio, nocciola e sorbetto al limone. I suoceri erano in sala, assorti davanti alla TV. Noi, invece, ci godevamo la quiete della sera.
I miei pensieri si persero nel confronto tra le due sorelle La bellezza di Laura, mia moglie, più generosa nelle forme, con i suoi capelli mossi e il suo vestito corallo. E mia cognata Francesca, longilinea ma con le forme giuste, con i suoi sandali e quell'abito bianco. E poi c'era il dettaglio più intimo. Laura, la mia compagna di vita, con una sensualità naturale e la sua figa un po' selvatica, ma curata, che conoscevo da anni. E Francesca, così liscia, così perfetta era il desiderio per la novità, per il proibito.
Io sorseggiavo un amaro, seduto su una sedia in ferro battuto. Francesca e Laura chiacchieravano tra loro, con quella leggerezza che solo le sorelle sanno avere. Parlavano di vestiti, dell’ultima seduta dall’estetista, di scarpe nuove, di una borsetta vista in centro. Ridevano, si punzecchiavano, si confidavano. Le gambe, accavallate con grazia, si muovevano appena mentre parlava. Io non sapevo da quale lato guardare: la linea delle sue cosce, il punto dove il tessuto si apriva appena… ogni dettaglio mi rapiva. E in mezzo alle gambe, quel mistero che conoscevo bene, ma che ogni volta mi sembrava nuovo. Francesca si stiracchiò appena, poi portò una mano al collo, accennando un piccolo massaggio. «Uff… mi fa male la cervicale. Sarà lo stress.» Laura si alzò con naturalezza e si posizionò dietro di lei, iniziando a sfiorarle le spalle con movimenti leggeri. «Hai sempre tensione qui…» mormorò, premendo con le dita. Francesca chiuse gli occhi. «Sì, ma tu sei troppo delicata…»
Mentre le mani di Laura continuavano il loro lavoro, le due donne chiacchieravano distrattamente: qualche pettegolezzo, un commento su un vestito, poi mia moglie accennò al fatto che nei giorni successivi sarebbe andata dalla sua estetista. «Te la prenoto io!» disse Francesca, con un sorriso.
Laura si voltò verso di me, divertita. «Perché non continui tu il massaggio invece di stare lì a guardare? Sei più bravo. Accontentala… io non sono gelosa di lei.» Rise, con quel tono ironico che usava quando voleva dire qualcosa senza dirla davvero.
Francesca aprì gli occhi e mi lanciò uno sguardo curioso. «Solo se non ti disturbo…» «Figurati,» risposi, alzandomi.
Lei si sedette più comoda, raccogliendo i capelli in una coda morbida. L’abito bianco scivolò lentamente dalle spalle, rivelando la curva delicata della sua schiena. Mi avvicinai e posai le mani nude sul suo collo e sulle spalle. La pelle era calda, vellutata, e sotto la pressione delle dita sentivo la tensione sciogliersi a poco a poco.
Francesca chiuse gli occhi, il respiro si fece più profondo, e dalle sue labbra sfuggì un sospiro appena percettibile. «Mmm… così. Sì… proprio lì…» sussurrò.
Poi, con voce più bassa e un sorriso appena accennato, aggiunse: «Sai… mi piacerebbe un massaggio completo. Di quelli che ti fanno dimenticare tutto.»
Il suo tono era morbido, ma la frase lasciava spazio a ogni interpretazione. Il suo profumo era sottile, ma inebriante. Ogni suo respiro sembrava amplificare la mia percezione, e le mie mani scivolavano lentamente lungo la schiena, sfiorando il tessuto leggero dell’abito. Sapevo che Laura ci osservava, ma in quel momento il mondo si era ristretto al corpo di Francesca sotto le mie mani.
La tensione accumulata tra noi sembrava fluire in quel contatto, e ogni gesto diventava una promessa non detta. La pelle di lei era così liscia e calda che la tentazione di seguire la linea della spina dorsale con le dita si fece quasi irresistibile.
Mi chinai, percependo il calore che emanava. «Sei così tesa.» le sussurrai. «Ti serve un po’ di relax...»
Le mie dita sfiorarono la linea del reggiseno, indugiando per un istante prima di tornare al collo. Un gesto minimo, ma carico di intenzione.
Francesca sorrise, poi si voltò leggermente verso di me e di diede un piccolo bacetto sulla guancia davanti a mia moglie laura. «Hai davvero le mani d’oro. Mi fai sentire… viva.» Io continuai, cercando di restare concentrato. Ma il suo corpo sotto le mie dita, il profumo della sera, il tono della sua voce… tutto mi stava travolgendo. E Laura, lì accanto, sembrava non solo accettarlo… ma quasi godere di quella tensione. Dopo il massaggio, il clima sul terrazzo cambiò. Francesca si era rilassata, ma il suo sguardo era diventato più serio. Si alzò lentamente, si sistemò il vestito e si sedette accanto a me.
«Domani devo andare alla casa in montagna!» disse, con tono deciso. «È urgente. Ci sono alcune cose da sistemare, e voglio controllare se ci sono interventi da fare. Non posso rimandare.» Laura, che fino a quel momento era rimasta in silenzio, si voltò verso di me. «Dovresti accompagnarla tu!» disse, come se fosse la cosa più naturale del mondo. «Così non va da sola. E poi tu sai come muoverti lì, puoi darle una mano.» Francesca mi guardò, quasi in attesa. «Non voglio disturbare… ma mi sentirei più tranquilla se venissi tu.» Io annuii, cercando di nascondere l’agitazione che mi montava dentro. «Va bene. Partiamo domani mattina?» «Prestissimo!!!» disse Francesca. «Meglio arrivare prima che salga troppo il caldo.» Laura si alzò, raccolse le coppette vuote e sorrise. «Allora è deciso. Tu vai con lei. Io resto qui a gestire i suoceri e i bambini. Tanto credo che tonate presto! Lo disse con quel tono ambiguo che ormai conoscevo bene. Un misto di ironia, complicità e qualcosa di più profondo. Come se stesse lasciando spazio a qualcosa… o lo stesse provocando.
Francesca si alzò, mi sfiorò il braccio, le sue dita che si posarono per un attimo sul mio polso. «Grazie! Sei gentilissimo!» mormorò. Il suo sguardo, prima di allontanarsi, non era più solo di complicità. Era una sfida. Una promessa. Non era solo un "grazie", ma un "domani sarai mio". E io non potevo fare altro che accettare. In quel momento, mentre la guardavo andarsene, capii che la gita in montagna non sarebbe stata una semplice escursione. Non sarebbe stato un confine da non superare, ma un confine da varcare. Sapevo che domani sarei stato solo con lei. E il mio cazzo, ancora duro, mi stava già dicendo cosa sarebbe successo.
L'indomani, passai a prenderla davanti casa sua. L'agitazione mi stringeva lo stomaco, un misto di desiderio e paura di ciò che stava per accadere. Era lì, ad attendermi sul marciapiede, e la sua immagine mi colpì come un pugno. Non era semplicemente vestita, era una visione.
Indossava un mini dress color sabbia, leggermente svasato, che metteva in risalto le sue gambe perfette, toniche e abbronzate, il suo sedere bello tonico… Il tessuto leggero ondeggiava a ogni suo piccolo movimento, offrendo un assaggio del suo corpo scolpito. I ricami sul vestito sembravano un invito a sfiorarla, a seguire quelle linee. Ai piedi aveva dei sandali alti che slanciavano ancora di più la sua figura, mentre una borsa con motivi floreali e una collana di corallo ne completavano il look, curato in ogni minimo dettaglio. I grandi occhiali da sole le nascondevano lo sguardo, ma non potevano celare il sorriso sicuro che le incurvava le labbra.
Quando salì in macchina, mi diede un bacio sulla guancia, lento e affettuoso, che mi lasciò un calore sottile sulla pelle. Un gesto semplice, ma carico di significato, come se volesse rassicurarmi, o forse solo marcare il confine tra ciò che eravamo e ciò che stavamo per diventare.
Il suo profumo mi avvolse, e il desiderio prese il sopravvento. Non riuscii a trattenermi: la mia mano si posò sulle sue gambe, scivolando lungo la pelle liscia e abbronzata. «Mi fanno impazzire!» sussurrai, mentre le accarezzavo con lentezza, come se volessi imprimere nella memoria ogni curva, ogni tensione muscolare.
Lei mi guardò con un sorriso complice e, senza dire nulla, allargò leggermente le gambe, lasciando che la mia mano esplorasse anche l’interno coscia. Il tessuto del vestito si sollevò appena, rivelando l’intimo curato, un dettaglio che parlava di attenzione e desiderio. Il contatto fu elettrico, e il suo corpo sembrava rispondere con una naturalezza disarmante, come se quel momento fosse atteso da tempo.
Lei si tolse gli occhiali da sole e mi sorrise con un'espressione maliziosa che mi fece accelerare il battito. «Lo sai perché lo faccio?» mi rispose con un tono basso e sensuale, sporgendosi leggermente verso di me. «Se non lo faccio, tu non guardi più.»
Un'ammissione che creò un'atmosfera diversa nell'abitacolo. Non c'era più la tensione ambigua di prima, ma un desiderio condiviso e palese. La sua mano sulla mia coscia era un sigillo su quelle parole, un tocco che andava oltre il semplice affetto, diventando un invito diretto e sensuale.
«Ascolta.» disse, il tono insolitamente basso, quasi un sussurro. «Ci tengo a Laura. È mia sorella, le voglio un bene pazzesco e non vorrei mai rovinare il vostro matrimonio. Questo lo devi capire!»
Annuii, con il cuore che mi batteva forte nel petto. Non sapevo cosa dire, né se avesse senso parlare in quel momento. Ogni sua parola era un sasso gettato nel lago della mia mente, e i cerchi si allargavano.
«Ma questo...» continuò, e la sua voce si fece più morbida, quasi sensuale. «Questo è un gioco che mi intriga. Con te sto bene, mi sento desiderata. E nonostante tu sia mio cognato... ci tengo, ti voglio bene.»
Un'affermazione che sciolse ogni mia resistenza. Francesca aveva appena messo a nudo i suoi sentimenti, ma con un confine ben definito. Era come se mi stesse dicendo: "Sì, ti desidero, e so che tu desideri me. Non vogliamo distruggere tutto, ma ora possiamo permetterci di essere noi stessi."
Lei si sporse ancora un po', la sua mano che si posò delicatamente sulla mia coscia, proprio sopra il punto in cui sentivo il mio corpo pulsare. I suoi occhi cercarono i miei. Poi disse: «per ora voglio vivere questo momento di trasgressione.»
La sua schiettezza mi travolse. Non c'era bisogno di finzioni o di eufemismi. Entrambi eravamo consapevoli della natura di questo viaggio. Era la nostra occasione, il nostro momento rubato, lontano dagli sguardi indiscreti e dai ruoli familiari.
Ero il suo complice, il suo partner in questa trasgressione. Il mio sguardo si posò sulla sua mano, che accarezzava delicatamente la mia coscia, poi risalì ai suoi occhi, profondi e pieni di una promessa che non aveva bisogno di parole. Non c'era fretta, l'importante era che fossimo diretti verso il nostro rifugio. Il nostro rifugio in montagna.
Arrivati, aprimmo il cancello di ferro battuto che cigolò sommessamente, un suono che sanciva il nostro isolamento. Parcheggiai nel cortile e spensi il motore. Il silenzio che seguì fu assordante, rotto solo dai battiti accelerati dei nostri cuori. In un lampo, fummo fuori dall'auto e in un attimo entrammo in casa. La porta si chiuse alle nostre spalle, e con quel tonfo il mondo esterno smise di esistere.
Non potevo più aspettare. L'urgenza mi divorava. La afferrai e la spinsi contro il muro con una forza che mi sorprese, il rumore sordo del suo corpo contro il muro un segnale di resa. I miei baci non erano più dolci, ma famelici, una bocca che succhiava la sua con una voluttà quasi selvaggia. Le nostre lingue si avvinghiarono, una danza frenetica che prometteva molto di più. Mentre ci baciavamo, le mie mani corsero sulla sua schiena, sentendo l'arco perfetto della sua spina dorsale, prima di scendere e stringere i suoi fianchi. La sua pelle era calda, liscia, i suoi muscoli si contraevano sotto la pressione delle mie dita.
«Hai un corpo fantastico, Francesca.» le sussurrai con il respiro corto tra un bacio e l'altro, «così seducente... ho desiderato questo momento per giorni.»
Ci baciammo con un'intensità che rasentava la disperazione, le sue mani affondavano tra i miei capelli, tirandoli dolcemente, mentre le mie labbra si spostavano dal collo alla scollatura del suo vestito, sfiorando la pelle calda. Francesca si tirò indietro per un attimo, gli occhi pieni di desiderio.
«Queste due ore devono essere intense!» ansimò, la voce un misto di eccitazione e desiderio incontrollato. «Mi sento viva. Voglio godermi ogni attimo con te... ma il massaggio me lo fai dopo?»
Il suo sorriso malizioso fu la scintilla che fece esplodere la mia urgenza. La mia mano, guidata da un desiderio che non riuscivo più a contenere, scivolò tra le sue gambe, cercando il calore che sapevo di trovare. Il contatto fu immediato, elettrico. Le mie dita si fecero strada tra le pieghe del suo vestito, sentendo il tessuto sottile del suo intimo, e la sua reazione fu un sussulto impercettibile, un respiro trattenuto che diceva tutto.
«Non posso aspettare.» le sussurrai, mentre la mia mano restava lì, a esplorare con delicatezza e fame. «Sei troppo eccitante, Francesca. Mi fai impazzire!!!»
Lei chiuse gli occhi per un istante, abbandonandosi al momento, mentre il suo corpo rispondeva al mio tocco con una naturalezza che rendeva tutto ancora più travolgente.
Senza staccare le labbra, ci muovemmo verso la camera da letto, inciampando tra i nostri stessi passi, come se il desiderio ci facesse perdere l’equilibrio. Ogni gesto era urgente, ogni respiro più profondo. Gli abiti? Solo ostacoli da strappare via. In un attimo, erano spariti.
Francesca si distese sul letto, il corpo nudo illuminato dalla luce soffusa. Sembrava un’opera d’arte viva, scolpita dal desiderio. «Guardami…» sussurrò, con gli occhi socchiusi e le labbra dischiuse. Il suo corpo era una visione che avevo sognato per settimane. Perfetto, provocante, irresistibile.
Mi gettai su di lei, le nostre bocche si cercarono con una fame che non provavo da anni. Le lingue si intrecciavano, i respiri si fondevano, i gemiti si mescolavano. «Oh sì… così…» ansimò, stringendomi forte.
Mi staccai appena per baciare il suo collo, poi scesi sul petto, dove i suoi seni mi accolsero come una promessa. Le mie mani scorrevano lungo la sua pelle liscia, ogni centimetro un territorio da esplorare. «Ogni tuo tocco mi fa impazzire…» mormorò, mordendosi il labbro.
Dalle curve perfette dei suoi seni, scesi lungo la pancia piatta, sfiorando l’ombelico con la punta della lingua. «Ahhh… lì…» gemette, inarcando la schiena.
Le mie dita si avvicinarono al suo centro, ma la aggirai con lentezza, scendendo lungo le gambe. «Adesso voglio assaporare tutto il tuo corpo!» le sussurrai, guardandola negli occhi.
Mi chinai e iniziai a baciare i suoi piedi curati, le dita che avevo immaginato sotto il tavolo, mentre lei gemeva piano, le mani tra i miei capelli. «Non fermarti… ti prego…»
Risalii lentamente, il mio respiro caldo sulla sua pelle, fino a raggiungere la sua intimità. Era liscia, profumata, tesa. Le labbra turgide, il clitoride pulsante. «Sei uno spettacolo…» le dissi, la voce roca. «Allora guardami… e gustami… tutta!!!». Andai avanti un bel po’ …
Poi sdraiai di schiena, il letto diventò il nostro palcoscenico. Francesca salì su di me, a cavalcioni del mio viso, la posizione del 69 che ci univa in un gesto di puro abbandono. «Oh Dio… sì…» ansimò, mentre il suo calore mi avvolgeva.
Iniziò a muoversi, lentamente, strofinando la sua intimità sul mio viso. Il suo profumo, il suo sapore… mi inebriavano. «La tua lingua… è perfetta…» Le mie mani afferrarono i suoi glutei, la pelle morbida e calda sotto le dita. Le allargai piano, esplorando ogni piega, ogni punto sensibile.
La mia lingua si muoveva tra le sue labbra, insistente, affamata. Poi sfiorai il suo ano, un punto teso e invitante. «Aohhh… sìììì!» gemette, la voce spezzata dal piacere. «Bravissimo… continua…»
Nel frattempo, si piegò in avanti, afferrando il mio membro con le mani e le labbra. «Lo voglio tutto…» sussurrò, prima di iniziare a succhiarlo con movimenti lenti e profondi. «Francesca… mi fai impazzire…» ansimai, mentre lei lo adorava con una maestria che superava ogni fantasia.
Si staccò da me con un sospiro, gli occhi brillanti, le labbra umide, il respiro affannoso. «Adesso voglio gustarmelo!» disse, la voce roca, profonda, carica di desiderio.
Senza esitazione, Francesca si sollevò e si posizionò a cavalcioni su di me, il suo corpo meraviglioso che si muoveva con grazia e potere. I suoi occhi erano fissi nei miei, pieni di desiderio e controllo. «Non muoverti… voglio sentire ogni centimetro, lentamente…» sussurrò, mordendosi il labbro inferiore.
Mi guidò con le sue mani, stringendo il mio membro turgido con una presa decisa, e lo indirizzò verso il suo ingresso caldo e umido. Ma non si affrettò. Invece di affondare subito, lo strofinò con maestria contro le sue labbra intime, la punta che sfiorava il suo clitoride teso, pulsante, assetato di piacere. «Ohhh… sì… così…» ansimò, mentre il suo bacino disegnava cerchi lenti e provocanti. «Sei pronta, amore?» le chiesi, la voce roca, spezzata dall’attesa.
«Pronta da morire… voglio sentirti dentro… voglio impazzire.» Sentii la sua essenza avvolgere la mia virilità, un abbraccio caldo, vischioso, sensuale. Francesca si abbassò lentamente, e quando finalmente la mia punta sfondò la sua intimità, scivolando dentro fino in fondo, il suo respiro si spezzò in un gemito profondo, vibrante. «Mmm... sììì... ohhh... lo sento… tutto…»
«Mamma mia…» ansimò, stringendo le cosce contro il mio bacino, il corpo che tremava leggermente. «Ogni millimetro… è stupendo… fammi impazzire… sono tutta tua… tutta.»
I nostri bacini iniziarono a muoversi in sincronia, una danza selvaggia, un ritmo dettato dal desiderio che avevamo represso troppo a lungo. Io le afferrai i fianchi, spingendo in lei con forza, sentendo la sua carne accogliermi, stringermi, adorarmi. «Sì… così… muoviti… fammi vedere cosa sai fare!» le sussurrai, la voce carica di urgenza e fame.
Francesca si muoveva con maestria, il corpo che saliva e scendeva, le sue labbra vaginali che avvolgevano il mio membro, stringendolo e accarezzandolo con una voluttà che mi faceva perdere il controllo. «Ti piace, vero?» ansimò, il sudore che le brillava sulla pelle. «Cazzo… sei una dea del sesso!» gemetti, le mani che le stringevano i fianchi per tenerla ferma, per sentirla tutta.
Lei sorrise, maliziosa, e iniziò a ruotare il bacino, lentamente, poi più veloce, intensificando ogni spinta. «Ahhh… lo sento… lo sento dappertutto… più forte… più forte!» La sua voce si univa alla mia, un crescendo di gemiti e respiri affannosi.
Sapeva esattamente come regolare la profondità, arrivando quasi a far uscire la punta, per poi affondarmi di nuovo, prendendomi tutta, fino in fondo, e poi tornando su, facendosi desiderare. «Cazzo… sì… sei fottutamente brava così!» ansimai, il corpo che si tendeva sotto di lei. «Non fermarti… voglio venire con te… voglio sentire tutto!!!»
Il suono dei nostri corpi, delle nostre voci, del piacere che ci travolgeva, riempiva la stanza. Era un’unione totale, carnale, emotiva. Non c’era più tempo, né spazio. Solo noi. Solo desiderio.
Francesca si voltò lentamente, e con una grazia feroce si posizionò a carponi sulla sponda del letto. La sua schiena si inarcò con naturalezza, le natiche si sollevarono in una curva perfetta, e la vista della sua intimità, già lucida e tesa, mi tolse il respiro. Il suo sedere alto, i glutei sodi, e la vulva in bella mostra mi invitavano senza pudore.
«Guardami,» disse, voltando appena il viso, gli occhi brillanti. «Voglio che tu mi veda mentre mi prendi. Voglio che tu veda come ti prendo… tutta.»

Mi sollevai, il respiro affannoso, il corpo teso. Mi posizionai dietro di lei, il mio sesso pulsante, duro, pronto. Lo presi tra le dita, lo accarezzai, lo preparai, mentre il suo corpo mi chiamava, mi aspettava.
«Voglio sentirti… tutta!» le sussurrai con la voce roca. «Fino in fondo.»
Avvicinai la punta, sfiorando la sua figa bellissima, lucida, aperta, e iniziai ad affondare. Sentii la mia carne scivolare dentro la sua, in un colpo solo, profondo, totale. Lei gemette, il corpo che si piegava sotto di me, accogliendomi con una fame che mi fece perdere il controllo. Le sue mani si aggrappavano alle lenzuola, il suo respiro diventava un canto spezzato, un ritmo che mi guidava.
Fui tutto dentro, fino alla base, e iniziai a muovermi. Avanti e indietro. Lento, poi più veloce. Ogni spinta era un colpo di fuoco, ogni affondo una dichiarazione.
«Ahhh… sì… così… prendimi forte… più forte!» gridò, il corpo che si muoveva in sincronia con il mio, le gambe che tremavano, il bacino che mi cercava.
Il ritmo crebbe. I nostri corpi si cercavano, si trovavano, si perdevano. Il letto tremava, le lenzuola si attorcigliavano, il mondo intero si riduceva a pelle contro pelle, respiro su respiro. Lei tremava, il suo corpo scosso da un piacere che sembrava infinito.
«Sto venendo…» gridò, la voce spezzata, il corpo che si contorceva in un’onda che la attraversava tutta. Una mano scivolò giù, si masturbava con foga, e il suo orgasmo esplose, lungo, violento, travolgente. Sentii il suo corpo stringersi, aprirsi, inondarmi di calore e di desiderio.
«Anch’io… ti sento…» ansimai, mentre l’orgasmo mi travolgeva. Il mio corpo si tese, il respiro si spezzò, e la riempii con il mio seme, sentendo ogni contrazione, ogni vibrazione. Continuai a spingere, a cercarla, a darle tutto, fino a quando lo tirai fuori, lucido, bagnato, ancora pulsante.
La sua figa colava, viva, ancora aperta, ancora affamata. Ma non era finita. Andammo avanti ancora, per un bel po’. Eravamo in estasi entrambi, sospesi in un tempo che non aveva confini.
Ci lasciammo andare insieme, un’esplosione che ci svuotò e ci riempì allo stesso tempo. I gemiti si dissolsero nel silenzio, il respiro lento, i corpi ancora intrecciati, caldi, vivi.
Il silenzio era denso, ma non vuoto. I nostri corpi ancora intrecciati, il calore che ci avvolgeva come una coperta invisibile. Francesca mi guardò, gli occhi lucidi, il sorriso che le tremava sulle labbra. Mi chinai e la baciai. Un bacio lento, profondo, che non cercava più il desiderio, ma la conferma. Lei sospirò contro la mia bocca. «Mi piace quando mi guardi così!!!» disse piano. «Così come?» «Come se fossi l’unica cosa che conta!!! »
Ci baciammo di nuovo, poi ci staccammo con un sorriso complice. «Ok.» disse lei, «Ora devo fare pipì, altrimenti mi scoppia la vescica.» «Romanticissimo!» risi. «La verità è sempre romantica, se detta nuda.»
Si alzò dal letto, nuda, spettinata, bellissima. Mi alzai anch’io, ancora stordito, e la raggiunsi. «Che fai?» «Solidarietà post-coitale!» dissi, entrando con lei nel bagno.
Ci sedemmo di fronte, ridendo come due adolescenti. «Non pensavo che fare pipì insieme potesse essere così intimo.» disse lei. «È il nuovo romanticismo. Dopo il sesso, la pipì condivisa.»
Finito il rito, ci lavammo le mani, ci guardammo nello specchio. Lei si sistemò i capelli con le dita, io le baciai la spalla. «Caffè?» «Assolutamente sì.»
Andammo in cucina, ancora nudi, senza fretta. Il pavimento freddo sotto i piedi, il profumo del mattino che filtrava dalle finestre. Francesca aprì la moka, io cercai il caffè. «Sai che sembri una dea greca mentre prepari il caffè nuda?» «E tu un contadino italiano che ha appena fatto l’amore con la dea.»
Ridendo, ci muovevamo tra i fornelli come se fosse la cosa più naturale del mondo. Il caffè iniziò a borbottare, il suo aroma riempì la stanza. Ci sedemmo al tavolo, le tazze tra le mani, i corpi ancora caldi, ancora vicini. «Non so se è il caffè o te, ma mi sento sveglia in un modo nuovo!» disse lei. «È la miscela perfetta: sesso, pipì, caffè.»
Dopo il caffè ritornammo in camera da letto come due innamorati…
Ci baciammo a lungo, le bocche che si cercavano con fame e dolcezza. I nostri corpi si avvicinavano come se fossero già uniti da qualcosa di più profondo. Poi ci distendemmo sul letto, e io la avvolsi da dietro, il mio petto contro la sua schiena, le braccia che la stringevano come se volessi proteggerla dal mondo intero.
Francesca si rilassò tra le mie braccia, il respiro lento, il corpo che si abbandonava con fiducia. I suoi sospiri erano lievi, ma carichi di tensione. Le mie mani iniziarono a esplorarla: accarezzai il ventre, poi salii fino al seno, pieno, teso, che si sollevava sotto le mie dita. Lo strinsi con dolcezza, lo accarezzai, mentre le mie labbra lasciavano baci lenti sul collo, sulla spalla, lungo la schiena.
«Mmm… mi fai impazzire…» sussurrò, la voce rotta, il corpo che si muoveva appena sotto il mio.
Le mie mani scesero lungo le sue gambe, sfiorando l’interno coscia, sentendo la pelle liscia, vibrante. Il mio sesso, ormai duro, si posava tra i suoi glutei, e il contatto era vivo, caldo, irresistibile. Sentivo il suo calore, la sua umidità, la sua pelle che mi cercava.
«Ti voglio dentro…» ansimò, voltando appena il viso. «Voglio sentirti… tutto.»
Con un movimento lento, deciso, mi posizionai. Il mio corpo aderiva al suo, il respiro si mescolava al suo, e poi… entrai in lei. Dolcemente. Profondamente. Sentii il suo corpo aprirsi, accogliermi, stringermi. Lei gemette piano, la voce spezzata, il fiato che tremava.
«Ahhh… sì… così…» ansimò, le mani che si aggrappavano al lenzuolo, il corpo che si inarcava sotto di me.
La tenni stretta, il petto contro la sua schiena, le braccia che la avvolgevano. Iniziai a muovermi, con lentezza, con ritmo, sentendo ogni reazione, ogni vibrazione. Francesca si lasciava andare, il corpo che si muoveva in sincronia con il mio, i sospiri che diventavano gemiti, le mani che cercavano.
Sollevai una sua gamba con delicatezza, aprendola di più, e lei si adattò al mio gesto, il bacino che si inclinava, il piacere che cresceva. Una sua mano scese lentamente, si posò tra le cosce, e iniziò a toccarsi, seguendo il ritmo delle mie spinte.
«Oh Dio… sì… continua…» gemeva, il respiro spezzato, il corpo che tremava sotto di me. «Mi stai facendo impazzire… non fermarti…»
Io aumentai il ritmo, guidato dalla sua voce, dal suo corpo che mi chiedeva di più. Ogni spinta era più profonda, ogni gemito più forte. Francesca si muoveva con grazia selvaggia, il piacere che la attraversava come una corrente.
Mi alzai. Francesca era stesa sul letto, il corpo rilassato ma vibrante, gli occhi che mi seguivano con una luce nuova. Mi chinai su di lei, le mani che le accarezzavano le cosce, poi il ventre, poi il viso. Le nostre bocche si sfiorarono, poi si cercarono con più fame, più urgenza. Il bacio fu profondo, caldo, pieno di promesse.
«Mi fai tremare…» sussurrò, il fiato corto, le dita che mi stringevano il braccio. «Non fermarti… voglio sentire tutto.»
Mi posizionai tra le sue gambe, il mio corpo che si abbassava lentamente, il respiro che si mescolava al suo. Lei sollevò le gambe, le avvolse attorno alla mia vita, e il suo bacino si inclinò, pronto, aperto, vivo. Il mio sesso sfiorava il suo, e il contatto era elettrico. La sua pelle era calda, la sua intimità liscia, umida, accogliente.
«Sei perfetta…» le dissi, la voce roca, gli occhi fissi nei suoi. «Ogni parte di te mi chiama.»
Con un movimento lento, entrai in lei. Sentii il mio corpo scivolare dentro il suo, profondo, avvolto, accolto. Francesca gemette, il corpo che si inarcava, le mani che mi stringevano la schiena.
«Ahhh… sì… così…» ansimò, il fiato spezzato, il bacino che si muoveva per accogliermi ancora di più. «Lo sento… lo sento tutto…»
Ogni spinta era più profonda, ogni movimento un dialogo silenzioso tra i nostri corpi. Le sue gambe mi stringevano, mi guidavano, mi cercavano. Il suo corpo si apriva, si adattava, si fondeva con il mio.
«Non smettere…» gemeva, la voce sempre più alta. «Mi stai facendo impazzire… voglio perdermi…»
Le mie mani le accarezzavano il viso, poi il seno, poi le cosce. Le nostre bocche si cercavano, i gemiti si mescolavano, il ritmo cresceva. Francesca si muoveva sotto di me, il corpo che tremava, il piacere che si faceva sempre più intenso.
«Ogni spinta mi attraversa…» sussurrò, gli occhi chiusi, il corpo teso. «Mi riempi… mi accendi… mi fai vibrare…»
Io aumentai il ritmo, guidato dalla sua voce, dal suo respiro, dal suo abbandono. Sentivo il mio sesso farsi strada dentro di lei, toccare il punto più profondo, più nascosto. Ogni gemito che le sfuggiva era più forte, più viscerale, più vero.

Il ritmo tra noi era diventato un’onda, un flusso che ci trascinava sempre più in profondità. Francesca gemeva sotto di me, il corpo che si muoveva con grazia selvaggia, le mani che mi stringevano, il respiro che si spezzava.
«Sto venendo…» ansimò, la voce rotta, gli occhi chiusi, il corpo teso. «Vieni con me… non fermarti…»
Sentii il mio piacere crescere, salire, travolgermi. Il suo corpo si inarcò, si aprì, e il suo gemito fu puro, viscerale, come un canto che mi attraversava. In quel momento, venimmo insieme. Forte. Profondo. Totale.
Ma non ci fermammo.
I nostri corpi continuarono a muoversi, a cercarsi, a fondersi. Ogni spinta era ancora viva, ogni contatto ancora acceso. Il piacere non si era spento — si era trasformato in qualcosa di più grande, più fluido, più nostro.
Il letto tremava sotto di noi, le lenzuola attorcigliate, il mondo fuori svanito. Restava solo il nostro respiro, il nostro ritmo, il nostro abbandono.
Ci baciammo ancora, lunghi, profondi, come se il tempo non avesse più confini. Ma io non riuscivo a staccarmi da lei. Il suo corpo mi chiamava, mi catturava, mi teneva prigioniero in un desiderio che non voleva spegnersi.
Francesca parlava piano, con la voce dolce, raccontandomi sensazioni, emozioni, frammenti di sé. Ma io, mentre la ascoltavo, continuavo a baciarla. Ovunque.
Le mie labbra si posarono sui suoi seni, li accarezzarono con lentezza, poi sui capezzoli, tesi, sensibili, che rispondevano al mio tocco con piccoli fremiti. Lei gemeva piano, il respiro che si spezzava tra una parola e l’altra.
Poi scesi ancora, le baciai il ventre, le cosce, la pelle liscia che vibrava sotto di me. Le mie labbra si posarono sulla sua intimità, con dolcezza, con fame, con rispetto. Lei si apriva, si lasciava andare, il corpo che tremava sotto ogni mio gesto.
Continuai a baciarla sulle gambe, sulle ginocchia, sui piedi, come se ogni parte di lei meritasse la mia attenzione. Poi risalii, lentamente, e tornai a baciarla lì, dove il suo piacere viveva, dove il suo corpo parlava senza parole.
Infine, mi chinai su di lei e le diedi un bacio appassionato, profondo, che racchiudeva tutto: desiderio, adorazione, amore.
Lei mi guardò, gli occhi lucidi, il corpo rilassato. «Con te… non ho bisogno di chiedere. Tu sai già.»


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