tradimenti
Giulia e le terme (e io come un coglione)
03.05.2025 |
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La scopavo, i nostri corpi che sbattevano insieme, il rumore della sua figa bagnata che riempiva il letto, e lei gridava: “Sto per venire, cazzo, sto venendo!” Sentivo la sua figa..."
Eravamo a letto, io e lei, la nostra stanza, un porcile di lenzuola zuppe e sgualcite, impregnate di sudore dimenticato e dell’odore del sesso di giorni fa.La lampada sul comodino buttava una luce fioca, sporca, che le disegnava ombre sul corpo, e fuori si sentiva il ronzio lontano di un motorino che tagliava la notte calda, un rumore che mi ricordava quanto fossimo soli, io e questa stronza che mi stava per trascinare all’inferno. Lei si era girata verso di me, la maglietta slabbrata che le lasciava mezzo seno fuori, i capezzoli duri che bucavano il cotone come chiodi, e aveva iniziato a strusciarsi, lenta, con quel modo che aveva di muovere i fianchi, un’onda pigra che mi sfiorava la coscia. Io lo sentivo, cazzo, lo sentivo che aveva qualcosa dentro, una voglia che le scavava lo stomaco e che stava per vomitarmi in faccia senza preavviso.
“Oggi alle terme è successa una cosa,” mi aveva detto, la voce calma, quasi svogliata, e il mio cazzo si era alzato di scatto, un’erezione che mi aveva fatto stringere i denti fino a farli scricchiolare. Pensavo: Che cazzo ha fatto stavolta, questa troia? Ma non dicevo niente, non ancora, la gola secca e la testa che già girava. Le avevo messo una mano sul fianco, la pelle calda e umida che mi scottava le dita, e lei mi aveva guardato, gli occhi che scintillavano di una luce cattiva, come se sapesse che mi avrebbe spezzato in due e si stesse godendo l’attesa. “Eravamo lì insieme, no? Tu e io. Ma tu dov’ eri? Come un coglione, a fissare le bolle nell’acqua calda o a grattarti le palle mentre sfogliavi quel opuscolo schifoso pieno di tette mosce e pubblicità di pillole per il cazzo. “ti ricordi che ad un certo punto sono sono andata nel bagno turco?”
La vedevo nella mia testa, il costume rosa in due pezzi che le tirava sulle cosce, il tessuto bagnato che le si incollava alla pelle come una pellicola, lasciando intravedere il solco della figa e i peli neri che spuntavano dai bordi come erbacce selvatiche. Eravamo stati alle terme quel pomeriggio, sì, ma io non avevo visto un cazzo. Ero troppo preso a lasciarmi andare, sdraiato su una di quelle sdraio sommerse di bolle che puzzavano di cloro, sudore acido, a mollo nell’acqua calda che mi bolliva le palle fino a intorpidirmi. Lei, invece, si era mossa come un’ombra, una vipera che striscia silenziosa, e io, idiota, non me n’ero accorto di niente. “E poi?” le avevo chiesto, la voce che mi usciva rauca, spezzata, già carica di una rabbia che si mischiava a un’erezione dolorosa.
“Poi è entrato uno” aveva detto, buttandola lì come se stesse parlando di un cane randagio che le aveva pisciato sulle scarpe. “Un tipo alto, secco, con la barba di due giorni che gli grattava la faccia e i capelli bagnati che gli colavano sulla fronte, appiccicati dal vapore come alghe marce. È entrato e si è seduto di fronte a me, sul lato lungo della panca, le gambe aperte come se fosse il padrone del cazzo di posto. Mi ha messo gli occhi addosso subito, senza dire una parola. Io… cazzo, lo sentivo che mi scavava con lo sguardo, che mi spogliava centimetro per centimetro, e mi sono eccitata, te lo giuro. La figa mi pulsava sotto il costume, un calore che mi saliva dallo stomaco e mi faceva sudare anche più del vapore. Ma ho fatto finta di niente, mi sono sdraiata lì, con quel caldo umido che mi soffocava e mi bagnava la pelle come pioggia sporca.”
La toccavo ormai, le mie dita che scivolavano sulla sua coscia, e lei era un lago, un buco caldo e fradicio che mi succhiava la mano come una ventosa. Pensavo: Questa puttana si è fatta guardare, e io ero lì fuori a fare il coglione con la testa nel culo. “Ti guardava e basta?” le avevo chiesto, cercando di non farle vedere che mi tremava la voce, che mi stava mandando in tilt il cervello e il cazzo insieme. Lei aveva sorriso, un sorriso da stronza che mi faceva venire voglia di schiaffeggiarla, scoparla e implorarla tutto nello stesso momento. “All’inizio sì. Io stavo lì, sdraiata, con il costume che mi stringeva, lo sai , con qualche mio peletto che spuntava fuori dal bordo, e ho lasciato cadere una gamba di lato, così, piano, aprendo un po’ le cosce. Non troppo, giusto per vedere che cazzo faceva. Lui ha fatto un verso, un grugnito basso, soffocato, come se gli fosse
scappato dalla gola e stesse cercando di ingoiarlo per non farsi sentire.”
“E tu, eh? Hai fatto la troia?” le avevo detto, stringendole la coscia finché non le avevo lasciato i segni delle dita sulla carne morbida, la pelle che si arrossava sotto la mia presa. Lei aveva riso, una risata corta, sporca, che mi aveva fatto ribollire il sangue nelle vene. “Non lo so, magari sì. Mi sono toccata, piano, come se fosse un caso, sfiorandomi il monte di Venere col dito e facendo finta di sistemarmi gli slip .Sentivo il costume bagnato che mi si appiccicava alla figa, il vapore che mi entrava nei polmoni come fumo denso e mi faceva girare la testa. E lui… con la coda dell’occhio l’ho visto: ce l’aveva duro, duro da spaccare la panca di plastica. Si è spostato un po’, lento, per guardarmi meglio, per vedere bene tra le mie gambe. Sapeva che non arrivava nessuno, era tardi, le terme stavano chiudendo, e quel bagno turco era un buco dimenticato, un angolo puzzolente di muffa, sudore e umido vecchio dove potevi fare quello che ti pareva senza che nessuno battesse ciglio.”
Il mio cazzo era un incendio ormai, una barra di ferro che mi pulsava nei pantaloni, e lei lo sapeva, giocava con me come un gatto che sbatte un topo morto qua e là prima di mangiarselo. “Ti sei fatta guardare la figa, eh?” le avevo detto, quasi ringhiando, la saliva che mi si seccava in bocca e mi lasciava un gusto amaro. “Forse,” aveva risposto, e poi aveva continuato, senza fretta, come se stesse assaporando ogni parola, ogni reazione che mi strappava dal corpo. “Ho scostato il costume, giusto un po’, lasciando intravedere le labbra.
Ero bagnata, lo sentivo, un caldo viscoso che mi colava dentro, e non era solo il vapore. Lui ha tirato fuori il cazzo, senza vergogna, un palo gonfio e rosso che gli pulsava in mano, con una vena grossa che gli correva sopra come un serpente. Lo stringeva forte, lento, guardandomi negli occhi, e io… io lo lasciavo fare, pensando: Questo stronzo è già fottuto, lo tengo per le palle e non lo sa nemmeno.”
Pensavo: Cazzo, mi sta ammazzando, e io ci sto dentro fino al collo, come un cane. Le accarezzavo la coscia ormai, le dita che tremavano mentre sfioravano la sua pelle, e lei sospirava, un suono basso che mi faceva venire la pelle d’oca.
“Poi si è avvicinato,” aveva detto. “Non ha chiesto niente, si è solo messo più vicino, il fiato corto che tagliava il vapore come un coltello. Io stavo lì, sdraiata, con le gambe aperte, e ho sentito la sua mano. Prima un dito, che mi sfiorava appena, lento, come se stesse tracciando il contorno della mia figa, stuzzicando la carne morbida con la punta ruvida. Poi due, che spingevano dentro, piano, aprendo la pelle un millimetro alla volta, e io sentivo ogni pressione, ogni piccola spinta, come se mi stesse studiando, come se volesse imparare a memoria ogni piega del mio buco. Mi guardava mentre lo faceva, gli occhi fissi nei miei, e io lo guardavo indietro, pensando: Vai avanti, figlio di puttana, fammi vedere che sai fare, ma sappi che sono io che comando qui.”
“Ti piaceva, eh, puttana?” le avevo detto, la voce che mi usciva come un rantolo, e lei aveva annuito, sfacciata, la bocca storta in un ghigno che mi faceva venir voglia di morderla. “Sì, mi piaceva. Mi apriva, cazzo, con una lentezza che mi faceva girare la testa. Tre dita, poi quattro, le spingeva dentro
profonde, girandole un po’, come se volesse sentire ogni cazzo di piega dentro di me, ogni muscolo che si stringeva intorno a lui. La mia figa si spalancava, bagnata, un buco caldo che gli succhiava le dita, e io pensavo: Non mi basta, voglio di più, voglio che mi spacchi in due. Gli ho detto: ‘Di più, sfondami, cazzo.’ Lui ha obbedito, ha spinto ancora, una mano intera, le nocche che mi graffiavano dentro, la pelle che tirava e bruciava, e io mi contorcevo, la panca dura che mi scavava la schiena, il vapore che mi soffocava come una coperta bagnata. La luce rossastra mi portava in un altra dimensione . Lo tenevo in pugno, sai, anzi lo tenevo per il cazzo … ridacchiando. Sapevo che bastava un mio cenno e si sarebbe fermato, ma io non volevo che si fermasse. Volevo sentirlo spingere, volevo che mi aprisse fino a rompermi, fino a farmi urlare, fino a farmi sentire ogni osso che si piegava sotto le sue dita.”
La immaginavo, la figa spalancata, aperta sotto quelle dita, il costume rosa tirato di lato che le segava la carne, il vapore che le bagnava i capelli e li appiccicava alla faccia come una maschera, e lui, quel bastardo, che la lavorava come un macellaio con un pezzo di carne. Sentivo l’odore nella mia testa, il sudore acido di lei che si mischiava al puzzo di maschio di lui, il calore umido che li avvolgeva come una palude. “E poi?” le avevo chiesto, la voce che mi usciva a pezzi, la mano che le stringeva la coscia come se volessi strapparle la pelle. “Poi gli ho detto: ‘Voglio sentirlo in bocca.’ Mi sono tirata su, gli ho preso il cazzo in mano, era duro, caldo, con una vena grossa che pulsava sotto la pelle e un odore forte, salato, che mi riempiva il naso. L’ho succhiato lento, assaporandolo, la lingua che gli girava intorno, e lui gemeva, le mani nei miei capelli che tiravano forte, quasi a strapparmi il cuoio capelluto. Pensavo a te, là fuori, che non sapevi un cazzo, e mi veniva da ridere, un riso cattivo che mi gorgogliava in gola mentre lo facevo quasi venire.”
Mi aveva baciato allora, la lingua che mi invadeva la bocca, e io sentivo qualcosa di salato, di sporco, che non era solo lei, un gusto che mi faceva girare la testa e mi stringeva lo stomaco. “Vuoi sentire di più?” mi aveva chiesto, la voce che tagliava come un rasoio arrugginito. Io non rispondevo, non ce la facevo, la gola chiusa e il cazzo che mi pulsava come se stesse per esplodere.
Ma lei non mollava, continuava a spingere, a scavare. “Sai com’è finita, no? Mi ha scopata di brutto, lì, nel bagno turco. Mi ha sbattuta contro la panca, la plastica calda e umida che mi sfregava il culo e la schiena, e mi ha riempita fino a farmi male. Lo sentivo pulsare dentro, il cazzo che mi spaccava, e quando è venuto mi è colato tutto dentro, caldo, denso, come se mi stesse marchiando con la sua sborra. E io sono venuta anch’io, tremando, pensando a te che eri fuori, amore , a due passi, con la testa nel culo, a grattarti le palle senza sapere che mi stavo facendo sfondare.”
La toccavo ancora, le mani che le scorrevano sul corpo, ma non la scopavo, non ancora. La tenevo lì, sospeso, il cazzo duro come pietra, e lei continuava a parlare, a dipingere ogni dettaglio con quella voce roca e bassa , quasi vergognosa ma sfrontata che mi faceva impazzire. “Vuoi assaggiare la mia figa adesso?” mi aveva detto, aprendo le gambe davanti a me, la carne rossa e bagnata che luccicava sotto la luce fioca.
“Senti bene, perché sa di lui. La sua sborra, mischiata alla mia, un casino appiccicoso che mi cola ancora tra le cosce. Assaggia, dai.” Io, perso, mi ero chinato, la faccia tra le sue gambe, la lingua che scivolava dentro, e sentivo quel gusto strano, salato, acido, un misto di lei e di quel figlio di puttana che mi mandava il cervello in pappa. Lei rideva, un suono cattivo, trionfante, e alzava la posta ancora. “Ti piace, eh? Sa di cazzo, sa di me che mi faccio sfondare. Vuoi sapere com’è stato? Me l’ha messo tutto dentro, fino alle palle, e mi ha scopata come un animale, il pollice che mi spingeva nel culo, la sborra che mi riempiva fino a traboccare.”
Io bruciavo, il cazzo che mi scoppiava nei pantaloni, e lei mi guardava, gli occhi socchiusi, mentre mi spingeva la testa giù. “Assaggia ancora,” mi aveva detto, spalancando le cosce e strofinandomi la figa in faccia. “Senti com’è bagnata, senti com’è sporca, puzza di lui, puzza di me che godo come una cagna.” E io lo facevo, la lingua che affondava in quel buco caldo, il sapore che mi riempiva la bocca, un misto di sudore, sborra e voglia che mi faceva tremare le mani. Lei gemeva, le dita che mi tiravano i capelli, e poi aveva alzato la posta ancora, il colpo che mi avrebbe finito. “Senti com’è piena,” mi aveva detto, spingendomi la faccia contro la sua figa. “Senti la sborra che mi ha lasciato dentro,
assaggiala tutta, leccami fino a pulirmi. Mi ha sfondata, mi ha riempita due volte, una in figa e una in bocca, e io ho ingoiato tutto, pensando a te. Vuoi sentirlo ancora? Mi ha scopata fino a farmi urlare, il cazzo che mi spaccava, e io gli dicevo: ‘Più forte, cazzo, riempimi ancora!’”
Ero al limite, il cazzo che mi pulsava, e lei lo sapeva. “Scopami, adesso,” mi aveva ordinato, tirandomi su per i capelli, gli occhi che bruciavano nei miei.
“Scopami mentre ti racconto.” Mi ero strappato i boxer di dosso, il cazzo libero che puntava dritto, e l’avevo presa, affondando in lei con un colpo secco che le aveva strappato un urlo. La sbattevo, il letto che tremava sotto di noi, e lei continuava, ansimando, la voce spezzata dal piacere. “Mi ha scopata forte, mi ha aperto le gambe e me l’ha messo dentro tutto, un cazzo enorme , lo sentivo fino in fondo, le palle che sbattevano contro il mio culo. Sentivo la sua sborra che mi colava dentro, calda, schifosa, e io venivo, venivo pensando che tu eri là fuori, ignaro, con la testa persa in qualche cazzata.”
La scopavo, i nostri corpi che sbattevano insieme, il rumore della sua figa bagnata che riempiva il letto, e lei gridava: “Sto per venire, cazzo, sto venendo!” Sentivo la sua figa stringersi intorno al mio cazzo, un buco caldo e sporco che mi succhiava dentro, e io esplodevo, un orgasmo che mi spezzava in due, il cazzo che schizzava dentro di lei mentre lei tremava, le gambe che si chiudevano intorno a me, la voce che si rompeva in un urlo. “Senti com’è piena di noi,” mi aveva detto, ridendo tra i gemiti, “senti la mia figa piena di voi !” E io venivo ancora, perso in quel casino di sudore, sborra e urla, crollando su di lei mentre lei mi stringeva, un groviglio di carne trucida e appagata, con quel gusto di inferno ancora appiccicato alla mia lingua.
Alexx Cart3r aprile 2025
Peggiorato con l’aiuto dell’AI 😅
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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