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I biscotti di Serena


di Membro VIP di Annunci69.it Tony_redx
14.05.2026    |    4.044    |    3 9.3
"Aveva la bocca aperta, calda, sapeva di tè e di cardamomo, e quando si staccò mi disse all'orecchio: «Hai una bella bocca davvero, lo sai? Starei qui a baciarla tutto il giorno»..."
Il temporale ci sorprese a metà strada tra Vezzano e Pecorile, su una di quelle strade bianche che s'inerpicano per le colline reggiane. Eravamo partiti da Modena alle sette, fin troppo presto, con le gravel e l'idea di farci un’ottantina di chilometri di sterrato, tra i calanchi e i paesaggi dell’Appennino per poi tornare all’ora di pranzo. Alla peggio potevamo fermarci in posto carino, scoperto da poco, che fa deliziosi tortelli d’erbetta artigianali. La mattina era cominciata con ottimi auspici: aria tersa, luce obliqua e le ruote che cantavano sulla ghiaia compatta. Siamo in maggio, temperatura perfetta ed è una bella giornata. Poi però intorno alle dieci, il cielo diventa scuro di colpo, e si alza un venticello irregolare, quello che precede le grandinate emiliane solitamente. Le previsioni meteo erano perfette, ma i temporali in questo periodo lasciano ben poco spazio alle previsioni, specie se ci si avvicina all’Appennino Tosco Emiliano.

A complicare le cose, poco prima del temporale una foratura lenta. Quasi sicuramente una spina di acacia, onnipresente in argini e sentieri della zona. Ora però mi dovevo proprio fermare. La gomma davanti era troppo sgonfia e dovevo ripararla. Impensabile continuare così ancora. Poi però per un problemino con l’unica bomboletta dell'aria compressa, dovuta alla fretta, decretavo la fine di ogni speranza. Gomma praticamente sgonfia. Mi hanno sempre detto, figo il kit da gonfiaggio, ma una pompa portala, potrebbe essere molto utile. Quanto era saggia l’affermazione, maledizione.

Cercare una casa nei dintorni sembrava l’opzione con più senso. Chi non ha una pompa o un compressore qui in campagna, pensammo.

Quando la prima goccia mi prese sull'avambraccio, mi resi conto che era grande come una nocciola. In trenta secondi era diluvio.

«Là!», urlò Davide indicando con il mento, già in sella. Sulla destra, un cancello aperto e un viale di ghiaia che saliva tra i ciliegi. In fondo, una casetta di pietra di fine Ottocento. Una dimora di quelle ristrutturate come Dio comanda: tetto rifatto in cotto antico, persiane verde bottiglia in legno, un balcone lungo che correva su tutta la facciata sud e si offriva come riparo provvidenziale per due sventurati ciclisti come noi. Circa 50 metri. «Possiamo farcela!» gli dissi.

Spingemmo le bici di corsa su per il viale e in poco tempo fummo sotto il balcone, fradici fino alle ossa. Le maglie tecniche incollate addosso, i pantaloncini che colavano, le scarpe piene d'acqua e infreddoliti, nonostante la corsa per guadagnarci il posto al coperto. Sembravamo due naufraghi. Appoggiammo le bici al muro, ansimanti, e ci guardammo ridendo della scena, due quarantenni avventurosi in lycra che gocciolavano sotto un balcone altrui, avventure da adolescenti!

Un paio di minuti dopo, si aprì la porta.

«Oddio, povere stelle». Una voce calda, un accento del sud che si riconosceva alla terza sillaba. «Entrate, entrate, vi ammalate lì sotto. Non siamo proprio a Ferragosto»

Era una donna poco più che quarantenne in pantaloni larghi di lino bianco e una maglia di cotone che le scivolava da una spalla. I capelli scuri raccolti male, una collana di pietre verdi, gli occhi grandi dello stesso colore della collana e un sorriso che era già una mano tesa. Non era truccata, era in abito comodo da casa. Ma forse per gli occhi, forse per l’approccio, forse per la mise, la trovavo bella e sexy. Dietro di lei comparve un uomo più alto di lei, circa un metro e ottanta, capelli grigi cortissimi, una camicia di lino sbottonata al primo bottone, in pantaloni cargo beige corti, con una di quelle facce intelligenti e ironiche che ispirano fiducia immediata.

«Franco», disse lui stringendoci la mano. La sua stretta era asciutta, ferma. «E lei è Serena. Avete proprio scelto la mattinata giusta per una gita in bicicletta, complimenti!»

Ci scusammo subito del disturbo, spiegammo della foratura, della bomboletta finita male, del giro che era andato a quel modo. Serena rideva ascoltandoci e mentre parlavamo si era già messa in moto. Sparì nel corridoio e tornò con due grandi accappatoi bianchi, di spugna pesante, piegati sul braccio.

Franco, nel frattempo, ci rivelò di essere un medico di famiglia, di ruolo nella bassa modenese, quando può cerca di godersi quella casa, che ha desiderato da una vita, ma che abitano solo da poco. «Al piano di sotto abbiamo due miniappartamenti che affittiamo a turisti, ma oggi non abbiamo nessuno. Serena ed io adoriamo avere ospiti.»

Tornò Serena: «Adesso facciamo così», disse, con quella praticità tranquilla di chi ha gestito ospiti per anni. «Sopra c'è la camera degli ospiti con un bel bagno. Voi salite, vi fate una doccia calda, che siete viola e state sgocciolando ovunque nel mio soggiorno. Poi mi date quei vestiti. Ho la lavasciuga in cantina, in un'ora e mezza è tutto pronto. Mentre vi fate la doccia, vi cerco dei vestiti asciutti provvisori. Non potete stare due ore in accappatoio», e sorrise maliziosa.

Posò gli accappatoi bianchi su una sedia. Franco aveva incrociato le braccia ed era seduto sul bracciolo del divano, ci osservava con un mezzo sorriso. Sembrava godersi la scena, particolarmente divertito.

«È inutile che vi opponete», disse. «Quando Serena decide, decide. Io ho smesso di discutere quindici anni fa» e rise divertito.

«Non stavamo discutendo», disse Davide ridendo, e prese il suo accappatoio.

Salimmo dietro a Serena. La scala era in cotto, molto pulita e nel salire mi accorsi di quanto fosse bella e ben tenuta la casa. Soffitti alti, intonaci a calce, una luce diffusa che entrava dalle finestre laterali nonostante il cielo nero e il rumore della pioggia. C’era vento, ma per qualche strano motivo, qualche finestra a vasistas era probabilmente aperta, ma non sbatteva nulla, che strano. Alcune finestre erano state sicuramente allargate rispetto a come erano all’inizio. Deformazione professionale, queste cose le noto.

La camera degli ospiti era in fondo al corridoio del primo piano. Travi a vista vecchie ripulite sapientemente, un bel lampadario importante che avrà almeno cinquant'anni, un lettone enorme di ferro battuto, due grandi finestre che davano sulla collina dove la pioggia adesso scendeva fitta e verticale. Le pareti color biscotto chiaro, un tappeto persiano consumato nel modo giusto, l'aria che odorava di lavanda e di legno vecchio. Di fianco al letto una vecchia poltrona in pelle degli anni Sessanta in perfetto stato. La porta del bagno era aperta sulla destra: doccia in muratura grande il doppio del necessario, senza box colori chiari caldi, un'altra finestra piccola da cui si vedeva un fico con i frutti acerbi.

«Gli asciugamani sono lì su quella sedia», disse Serena indicando una colonna di spugna piegata. «Sapone e shampoo nel cestino. Prendetevi il vostro tempo. Io scendo a mettere su l'acqua per il tè. Temo vi toccherà assaggiare i miei biscotti che sono in forno e quasi pronti. Non ho molto altro da offrirvi nell’immediato o quasi» e sorrise maliziosa. «Quando siete pronti scendete in accappatoio e bevete qualcosa di caldo con noi, sarà divertente conoscerci meglio».

Sorrise di nuovo, e prima di uscire indicò un mobiletto bianco vicino alla porta del bagno: «Lasciate tutto lì sopra, vengo io. Togliete tutto sennò non vi cambiate per niente, mi raccomando».

Lo disse con la stessa naturalezza con cui una madre lo direbbe a un figlio adolescente, ma con un mezzo sorriso che le lampeggiava agli angoli della bocca e che diceva un'altra cosa. Uscì chiudendosi la porta dietro piano. Sembrava tranquilla, quasi felice di dover tribolare per accoglierci.

Restammo soli, io e Davide, in mezzo alla stanza.

«Ok», disse lui.

«Ok», dissi io.

Ci spogliammo senza guardarci. C'era una specie di pudore divertito tra noi, in quel ridurci nudi nella camera di estranei dopo dieci anni di studio condiviso senza esserci mai visti più che in costume al mare, con soltanto la parentesi dell’avventura a Castelvetro, dove ogni schema era saltato. Lasciammo tutto piegato male sul mobiletto bianco. Maglie tecniche zuppe, pantaloncini, calzini. Un mucchio fradicio che Serena avrebbe raccolto fra poco.

Davide entrò in doccia per primo, ma notai che aveva il cazzo duro. Lui un po’ si vergognava e si girò per non mostrarsi così spudoratamente a me.

La doccia era piuttosto grande, ed aveva il fantastico walk-in che adoravo. Una soluzione non molto in voga a quei tempi, forse sconosciuta ai più, ma che io e Davide stavamo già promuovendo nei nostri progetti. Incredibile trovarla qua, pensai. L'avrà progettata un architetto in gamba questa ristrutturazione, non ho ancora trovato “errori”, non è da me.

Io rimasi un momento alla finestra a guardare la collina sparire dentro la pioggia. Sentivo l'acqua scrosciare nella doccia, il vapore caldo cominciare a uscire, ma ero in imbarazzo e non volevo guardare Davide. Ora, che sono passati alcuni anni da questa giornata, penso che ci siano mattine che cominciano come tutte le altre e poi a un certo punto sterzano, e tu te ne accorgi solo dopo, quando è già successo tutto.

Quando uscì Davide dalla doccia, indossò l’accappatoio, coi capelli bagnati che gli si incollavano alla fronte, rise perché l'accappatoio era troppo corto, e gli usciva il cazzo scappellato, da sotto. Lo mostrava fiero. Risi anch'io: una scena veramente buffa. Ed entrai io. La doccia era una di quelle cose belle che adoravo, getto pieno, acqua morbida, tubatura giusta e ci stetti più del necessario. Quando uscii il bagno era piena di vapore. Davide era seduto sul letto, nella stanza accanto, in accappatoio anche lui e guardava fuori dalla finestra che era aperta. Dava su adorabile balconcino che ancora non avevo notato.

Sul mobiletto bianco, i nostri vestiti zuppi non c'erano più. Serena era passata senza farsi sentire pensai.

Scendemmo a piedi nudi sul pavimento di cotto, sentendoci un po' ridicoli e un po' troppo a nostro agio, quella sensazione tipica degli accappatoi in case d'altri, di una nudità a metà che è già una piccola intimità. Serena ci aspettava sulla veranda chiusa con il vassoio già pronto: una teiera fumante, quattro tazze di ceramica spessa, un piatto coperto da un tovagliolo di lino, e un profumo nell'aria che era una promessa: burro, pastafrolla, cardamomo, qualcosa di caldo e dolce. Franco era seduto al tavolo, ma nel frattempo aveva acceso il camino del soggiorno e si sentiva infatti nell’aria un buon profumo di legna bruciata, ma non c’era il fumo tipico dei vecchi camini aperti come quello.

Il fuoco stava iniziando a scoppiettare, non che ci fosse bisogno del caldo del camino, ma riscaldava l'atmosfera e ci fece sentire ancora di più ospiti speciali. Franco con una mano intorno alla tazza, gambe accavallate era perfettamente a suo agio, sembrava preparato a quella situazione. La camicia, nel frattempo, l’aveva sbottonata un po’ di più, e si notava un po’ di peluria bianca sul petto. Non era volgare, era anzi elegante nella sua semplicità.

«Sedetevi, sedetevi», disse Serena versando il tè. «È nero al bergamotto, e ho appena tirato fuori dal forno i miei biscotti preferiti. Sono quelli che faccio solo quando ho voglia di farmi un regalo. Vi confesso che adoro cucinare specialmente i dolci. Per me avervi qui oggi in questo momento è proprio una fortuna. Cardamomo, mandorle tostate, un goccio di acqua di fiori d'arancio. Provateli finché sono caldi. Franco non è un giudice attendibile, dice di sì a tutto.»

«Dico di sì alle cose buone», disse lui sollevando la tazza di un dito, come per fare un brindisi.

Sollevò il tovagliolo. Erano biscotti chiari, di una forma irregolare e bellissima, ancora tiepidi sotto le dita. Il primo che misi in bocca mi fece chiudere gli occhi un secondo, quella consistenza che cede al morso, il cardamomo che arriva un attimo dopo la mandorla, il fiore d'arancio che resta in fondo e il sottofondo di burro. Davide ne mangiò tre di seguito e Serena rise, una risata bassa, divertita, che le fece tremare leggermente il petto sotto il cotone. Non portava reggiseno di quello ero certo. Lo registrai senza volerlo, come si registra un dettaglio architettonico: la curva di una volta, l'inclinazione di un tetto. Davide lo registrò anche lui, lo sapevo dalla maniera in cui aveva smesso di parlare per due secondi di troppo. Questo lo sapevamo già dall’ultima avventura in quel di Castelvetro dell'anno scorso.

«Questi sono pericolosi», disse Davide, leccandosi un granello di zucchero dal pollice.

«Questi sono niente», disse Serena. «Aspettate di provare la torta che faccio per gli ospiti.»

«Che torta?», chiesi.

Sorrise, abbassando gli occhi sulla teiera con una falsa innocenza che era quasi una confessione.

«Una ricetta di mia nonna», disse. «Non posso svelare la ricetta. Credo sarebbe un peccato. La nonna giurava che fosse afrodisiaca. Io non lo so se è vero, ma gli ospiti delle nostre case vacanza ne sono ghiotti e la apprezzano molto. Spesso scatena le fantasie dei nostri ospiti.» disse, guardando Franco negli occhi.

«La torta è anche sempre presente alle nostre feste in piscina», disse Franco, strizzando l’occhio a Serena, poi una risata di pancia, divertita ma trattenuta.

«Serena la prepara la prima sera specie quando gli ospiti gli piacciono», aggiunse. «Una specie di benvenuto. Poi ognuno se la gestisce come crede.»

«E funziona?», chiese Davide.

Serena alzò gli occhi su di lui sopra il bordo della tazza. Aveva uno sguardo lungo, che si prendeva il suo tempo.

«Funziona», disse. «Ma forse è solo il posto. Magari la collina, il silenzio, le finestre che danno sui ciliegi. Mette di buon umore, sapete. Chi viene qui tende a lasciarsi andare un po', e spesso torna» disse Franco, mentre guardava negli occhi Serena divertito.

«Lasciarsi andare a cosa?», disse Davide, che era sempre stato quello bravo a far parlare la gente.

«A quello che gli pare», disse Serena. E rise. «Ci piace molto ospitare gente in generale» e rise di nuovo.

Tutto questo parlare in codice e ridere mi aveva parecchio eccitato in verità. Le feste in piscina, e il trattamento degli ospiti che “piacevano” avevano acceso la mia curiosità e non solo.

Versò un secondo giro di tè. Mi sporse la tazza piena tenendo il polso fermo e mi guardò negli occhi con un'intensità tranquilla. Avevo l'accappatoio leggermente aperto sul petto, me ne accorsi solo perché vidi i suoi occhi scivolarci sopra per mezzo secondo. Non si ritrasse, non finse di niente, sembrava piuttosto sicura di sé. Era tranquilla, a suo agio.

«Marco», disse posando la teiera, «hai una bella bocca, mi piace molto il taglio e l’azzurro dei tuoi occhi. Hai un bel fisico e dei bei modi. Te l'avranno detto. Che fai di bello per mantenerti così?».

«Nulla di che, non amo la palestra anche se ogni tanto faccio qualche lezione di spinning, ma mi alleno spesso e dove posso. Vado in bici e corro un po’, semplicemente perché mi piace stare all’aperto e mi rilassa», risposi.

Sentii Davide soffocare una risata nel tè. Franco sorrise senza alzare gli occhi dalla tazza.

«Serena fa sempre così», disse lui tranquillo. «Dice quello che pensa. Io ormai non mi offendo più.»

«Non c'è niente di offensivo», disse lei. «È un complimento. Trovo che Davide, ad esempio, abbia delle mani bellissime, hai notato? Da pianista.», disse rivolgendosi a Franco.

«Faccio l'architetto», disse Davide. «Adoro la musica, ma non so suonare nulla, mi spiace di deludervi».

«Bel mestiere l’architetto», disse Serena. «Dico solo che hai le mani bellissime.»

Il temporale fuori non accennava a finire. La luce sulla veranda era quella verdina e acquatica delle case sotto la pioggia forte, il tè era buonissimo. Io avevo quarant'anni e mi accorgevo per la prima volta da molto tempo di essere desiderato senza secondi fini, in un modo trasparente e perfino allegro. Serena ci raccontò di quando aveva lasciato Bari per Reggio, vent'anni prima, e delle sue lezioni di Yoga che insegnava giù in un capannone ristrutturato in paese. Franco interveniva ogni tanto con una battuta asciutta, e si vedeva chiaramente, senza nemmeno bisogno di guardare, che fra loro c'era una corrente continua che vibrava sotto la superficie. A me e Davide sembrava emozionante e ci sentivamo assolutamente protagonisti.

A un certo punto Serena posò la tazza e disse: «Vorrei chiedervi un parere professionale, sapete non sono architetto come voi, ma adoro sistemare la casa come dico io. Ci ho lavorato parecchio, è una delle mie passioni. Vorrei fare una modifica alla stanza ospiti. Posso approfittare di voi prima che la lavasciuga finisca il giro?»

"Mi guardò. Davide mi guardò. Per un istante non capii, o forse capii subito e finsi di non capire."

«Venite con me», disse sorridendo amabilmente.

Franco rimase al tavolo. Non si mosse, non commentò. Sollevò la sua tazza nella nostra direzione, un piccolo brindisi muto, e tornò a guardare la sua pioggia. Sembrava in adorazione del momento.

In camera la luce era cambiata. Le finestre erano ancora striate d'acqua ma il cielo si era schiarito di qualche grado, e una prima venatura dorata cominciava a tagliare il grigio.

Serena chiuse la porta dietro di sé della camera degli ospiti e rimase appoggiata col palmo della mano sul legno della vecchia porta restaurata.

«Non vi ho portati qui per farvi vedere la stanza», disse piano sorridendo. «Lo sapete, vero?»

Davide era seduto sul bordo del letto, in accappatoio e aveva le mani davanti al suo inguine per evitare che il cazzo uscisse. Io ero in piedi vicino alla finestra. Nessuno dei due rispose subito, e in quel silenzio sentii i miei battiti accelerare, e sentii anche, lo dico perché è la verità, un'eccitazione precisa e calda al centro del petto, come quando si capisce che si sta per fare qualcosa di importante.

«Franco lo sa?», dissi.

«Franco lo sa», confermò lei. «Franco a volte sale, a volte no. Dipende. Sta bene così, adora avere ospiti. Adora le fasi in cui mi prendo la simpatia e l’attenzione degli ospiti»

«Dipende da cosa?»

«Da come va.» Sorrise. «E da come vi va a voi due. Vi conoscete da una vita. Si vede.»

Guardai Davide. Davide guardò me. C'era una domanda in quel suo sguardo che durò forse un secondo di troppo. Gli occhi di Serena che si fermavano sulla mia bocca, poi si abbassavano. Davide lo conoscevo da venticinque anni e capii subito a cosa stesse pensando. Mi sorrise piano, un sorriso piccolo, di chi accetta una cosa che è così da sempre. Poi si voltò verso Serena, e fu tutto risolto in quel mezzo gesto.

«A noi va», disse Davide. «Vero, Marco?»

«Sì.», risposi sorridendo.

Serena tese le braccia e si tirò la maglia sopra la testa, in quel gesto semplice che le donne fanno quando hanno deciso. Aveva un seno pieno e sodo, abbronzato come le spalle, con due piccole linee chiare dove era passato il costume. I capezzoli scuri, già duri e turgidi. In un attimo si sfilò i pantaloni, non c’era intimo sotto. Si avvicinò scalza sul tappeto, sciolse il nodo dell'accappatoio di Davide con un solo gesto, lo fece scivolare giù dalle sue spalle e poi sul pavimento. Lo baciò lentamente vicino alla finestra, mentre io restavo a guardarli a un metro di distanza, sentendo il sangue battermi nelle orecchie e nelle mani.

Poi venne da me. Mi mise una mano sulla nuca e mi baciò. Aveva la bocca aperta, calda, sapeva di tè e di cardamomo, e quando si staccò mi disse all'orecchio: «Hai una bella bocca davvero, lo sai? Starei qui a baciarla tutto il giorno». Risi piano contro il suo collo, e sciolse anche a me la cintura dell'accappatoio lasciandolo cadere a terra. Da quel momento smisi di pensare.

Davide era a un metro da me, nudo, e per un istante mi accorsi di lui come non mi ero mai accorto prima: il petto magro da sportivo, una linea scura di peli che scendeva, l'erezione vigorosa che non poteva più nascondere. Aveva un bel cazzo, più lungo che largo, non saprei dire la misura, non sono un esperto di cazzi.

Non fu un desiderio, fu solo la constatazione che eravamo entrambi lì, entrambi eccitati dalla stessa donna, e che era una cosa bella e non imbarazzante. Lui mi guardò un secondo allo stesso modo, registrò, distolse gli occhi. Non ci saremmo toccati. Era chiaro a tutti e due senza una parola.

Serena si distese sul letto in mezzo e ci chiamò con la mano.

La porta si aprì pianissimo. Franco era sulla soglia con la camicia completamente aperta. Non disse niente. Sfiorò la caviglia di Serena con due dita, un piccolo saluto coniugale, intimo, e andò a sedersi in poltrona vicino alla finestra. Da lì poteva vederci tutti e tre senza muovere la testa. Era calmo, tranquillo ma eccitato, si notava una vistosa erezione sotto al pantaloncino.

Da quel momento in poi le cose successero in una specie di ordine non detto. Io mi inginocchiai sul letto al fianco di Serena e cominciai a baciarla, sulla bocca, sul collo, sulla curva del seno dove la pelle si faceva più chiara. Davide si mise dall'altra parte, alla stessa altezza, le baciava la spalla e l'interno del braccio, le accarezzava il fianco. Eravamo simmetrici, paralleli, due uomini che la desideravano nello stesso momento senza intralciarsi mai. Quando le mie mani scendevano lei mormorava qualcosa, e quando erano quelle di Davide a scendere mormorava un suono uguale, e quel suo modo di accoglierci entrambi alla stessa maniera fu la cosa più erotica di tutta la giornata.

Aveva la pelle di una che fa Yoga sul serio, soda sotto le dita, calda, viva. La muscolatura era tonica ovunque. La toccai dappertutto, dentro le cosce, sul ventre, e lei aprì le gambe con una naturalezza disarmante, senza nessuna vergogna, anzi guardandomi mentre lo faceva, una provocazione, pensai. Era già bagnata, anzi bagnatissima lo capii dal primo tocco. Sussurrò «sì» piano, e poi un altro «sì» quando Davide le prese un capezzolo tra le labbra.

Dalla poltrona arrivò un fruscio. Guardai senza voler guardare. Franco si era tolto i pantaloni e si era preso in mano il suo cazzo con una calma da uomo che conosceva sua moglie da vent'anni e sapeva esattamente cosa stesse provando in quel momento. Era un uomo grande, anche lì, un membro spesso con una cappella violacea, ben irrorata di sangue, quasi sproporzionata rispetto all’asta, scura anch'essa alla base.

Sembrava uno strumento chirurgico, da medico esperto, da maneggiare con cura, ideale per fare godere le donne.

Avevo avuto una ragazza in passato che si intestardiva sulla mia cappella, sembrava volermela strappare. Godeva più nell’estrazione che nell’inserimento, anche se in verità veniva rapidamente quando iniziava a comportarsi così. Sarebbe stato interessante vederla al lavoro sul cappellone gigante di Franco.

Ma tornando a noi. Non avevo mai visto una cappella così, mi immaginavo già Serena che ci danzava sopra con la sua agilità da insegnante di Yoga.

Lo teneva nel pugno senza fretta, muovendo il polso lentamente. Sembrava si stesse gustando l’eccitazione senza superarla. Non ci guardava con voyeurismo: guardava Serena. Solo lei. Come uno spettatore innamorato in prima fila alla visione di un film che aspettava da una vita.

Serena vide che lo vedevo, e sorrise.

«Va bene così», disse piano. «Gli piace.»

Serena mi salì sopra. Aveva i fianchi pieni, larghi al punto giusto, e mi prese dentro di sé con un movimento solo, profondo, e gemette forte la prima volta. Inarco la schiena in maniera inaspettata all’inserimento del mio cazzo dentro di lei. Tenne però gli occhi aperti, fissi nei miei, mentre cominciava a muoversi, piano. Credo si stesse gustando i primi colpi, delicati e dolci. Sembrava non avere fretta, voleva godersi quel momento.

Davide era in ginocchio di fianco a noi, le accarezzava la schiena, le baciava una scapola, e ogni tanto lei si voltava a cercargli la bocca e lui gliela dava. Io le tenevo i fianchi con le mani e la guidavo, e a un certo punto allungai una mano e gli sfiorai il braccio a Davide, un gesto piccolo, di complicità, di “grazie per essere qui” e lui mi sorrise e basta.

Sentivamo Franco respirare più forte dalla poltrona. Non riuscivo a non sentirlo. La sua mano sul suo membro faceva un rumore lieve e ritmico, sembrava umido, e di tanto in tanto emetteva un sospiro basso, da pancia. Dopo un po’ sembrava rallentare il ritmo, per allungare il piacere, probabilmente per evitare l’esplosione, allineandosi ai tempi di sua moglie.

Serena sembrava connessa all’eccitazione del marito e questo la faceva andare più veloce di tanto in tanto, per poi rallentare. Era come se quella presenza di suo marito a guardarla fosse l'ingrediente segreto che la mandava sopra le righe. Tuttavia, era ormai molto eccitata e sensibile ad ogni mia mossa, del resto io temevo l’esplosione a secondi, ero durissimo. La sotto era tutto bagnato, sentivo un rivolo uscire da Serena e sgorgare sul mio inguine.

Davide, nel frattempo, si era spostato dietro a Serena, giù dal letto e le stava leccando il sedere mentre io la scopavo, introducendo all’interno la lingua nel suo buchetto che era in bello vista in quella posizione. A Serena sembrava piacere molto questa operazione, quando la lingua di Davide entrava gemeva più forte e mi stringeva le braccia.

Mi stavo preparando alla capitolazione, quando…

Serena, si staccò da me, ansimando e si distese sulla schiena. «Vieni», disse a Davide. «Con quella lingua mi hai fatto toccare il cielo, ora ti voglio dentro di me».

Lui la prese piano, con una specie di rispetto, e io mi spostai accanto a lei e le baciavo la bocca mentre Davide la possedeva. Lei mi teneva la mano stretta, fortissimo, e ogni tanto gemeva contro la mia bocca un «oddio» piccolo e rotto, e io le rispondevo «sì, sì, brava, così», parole che non sapevo di sapere dire.

Dalla poltrona, Franco ansimava un pochino. Aveva gli occhi socchiusi adesso, la testa appoggiata allo schienale, e respirava a bocca aperta. Il controllo stava terminando. Vidi il suo polso muoversi più piano sul membro lucido e viscido, vidi la mascella tendersi. Serena lo guardò di sbieco e gli mormorò «amore», solo quello, una parola sola e Franco venne, in silenzio, sulla mano e sulla pancia, con un solo lungo sospiro liberato e alcuni spasmi.

Osservai tutta la scena piuttosto eccitato. Trovo sempre affascinante ed eccitante vedere un uomo al culmine esplodere. L’eccitazione e l’erezione erano state lunghe, quindi gli spasmi e i fiotti furono intensi ed abbondanti.

Bastò quello, credo, per far saltare tutti i freni a Serena. Inarcò la schiena mentre era sotto a Davide e con un gemito lungo, bassissimo, un po’ rauco, mi strinse la mano fino a farmi male. Io le baciavo la tempia e le dicevo «sì, sì» finché non la senti irrigidirsi, e poi subito dopo ebbe dei lunghi spasmi che la fecero tremare. Un lungo gemito, dalla gola…

Serena era ansante e stava ridendo piano contro la mia guancia. Davide venne poco dopo, rimandava da troppo tempo. Ebbe un grugnito trattenuto, lo estrasse e venne sul suo ventre con un getto potente che duro per un tempo lungo, sembrava non smettere più. Qualche schizzo arrivò a me, e colpi Serena sul viso e sul seno. Si lasciò cadere sul fianco accanto a noi, esausto, gli occhi chiusi.

Io non ero ancora venuto. Serena se ne accorse subito, e con una tenerezza che mi commosse mi tirò sopra di lei e mi accolse di nuovo dentro, accarezzandomi la schiena e dicendomi «vieni, vieni, vieni adesso» fino a che non venni, dentro di lei, purtroppo dopo pochi secondi, con la fronte appoggiata alla sua e gli occhi chiusi.

Restammo immobili. Si sentivano solo i nostri respiri e in lontananza, il rumore dell'acqua che ancora gocciolava dalle grondaie.

Franco si alzò dalla poltrona, passò vicino al letto, baciò Serena sulla fronte con la calma di un marito che torna a casa la sera, e disse: «Vado a mettere su dell'altro tè. Quando avete voglia, scendete.»

Uscì.

Serena ci guardò entrambi, l'uno e poi l'altro con calma, e sorrise.

«Allora?», disse. «Erano buoni i biscotti? Spero tornerete per assaggiare la torta» e rise compiaciuta.

«Vi inviterò a una delle nostre feste in piscina, piuttosto esclusive e particolari, però tu Marco vorrei venissi ad una mia lezione di Yoga, ti farò conoscere Francesca, una mia allieva molto in gamba e carina.»

«Sarebbe fantastico!» le risposi.

«Anche perché con te non ho finito e sono convinta che sarà divertente. Credo che ne avresti molto beneficio», mi disse con aria decisa.

Sorrise, si alzo ci bacio entrambi sulla bocca, e se ne andò dicendo: «Mi faccio una doccia e vi aspetto di sotto!».

«Dimenticavo, abbiamo una vecchia pompa in cantina, se ti va Marco posso aiutarti a gonfiare la bici, anche se non sono molto esperta di quel tipo di pompe», e rise di nuovo!
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