IL TERZO BICCHIERE
Uomosvelato
Dodici anni di matrimonio, e una sera di novembre in cui Marco le aveva detto, con la voce di chi legge ad alta voce una cosa scritta da un altro: «Se mai ti capitasse di desiderare qualcuno, davanti a me, non voglio essere l'ultimo a saperlo. Voglio essere lì.»
Lei aveva riso. Poi aveva smesso di ridere, perché lui non stava ridendo.
Ci avevano messo sei mesi per arrivare a quel locale con le luci basse e il legno lucido di pioggia. Sei mesi di conversazioni fatte a letto, al buio, con la voce abbassata anche se non c'era nessuno ad ascoltare. Sei mesi in cui Marco aveva scoperto che parlare di una cosa non era la stessa cosa che farla, e in cui Elena aveva scoperto che il desiderio, quando viene detto ad alta voce, non si consuma: si moltiplica.
Quella sera Marco era seduto di fianco a lei, non davanti. Il ginocchio contro il suo ginocchio, la mano aperta sul tavolo come una mappa. Dall'altro lato del bancone c'era un uomo che li guardava da venti minuti senza nasconderlo.
Non era bello nel modo in cui sono belli gli uomini delle pubblicità. Era bello nel modo in cui sono belli gli uomini quando smettono di fingere: spalle larghe sotto una camicia stropicciata, un cazzo grosso che si vedeva sotto i pantaloni stretti, le mani grandi, le nocche segnate.
«Ti sta guardando», disse Marco, piano, con le labbra quasi contro il suo orecchio. La barba gli graffiava la pelle, e quel graffio le fece stringere le cosce sotto il tavolo.
«Lo so.»
«Ti dà fastidio?»
Elena prese il bicchiere, ne bevve un sorso, sentì il liquido caldo scendere e accendersi. Sotto la gonna, le mutande erano già zuppe da dieci minuti, e lo sapeva con la precisione imbarazzante con cui si sanno queste cose. Il clitoride pulsava sotto il tessuto umido e lei premeva le gambe più strette per sentire almeno un po' di attrito.
«No.»
Fu quello il momento esatto. Non il bacio, non dopo. Quel no detto a voce bassa, con il marito a tre centimetri dalla tempia.
Marco alzò due dita verso il barista e ordinò un terzo bicchiere. Quando arrivò, lo spinse verso il posto vuoto accanto a loro. Un invito senza parole, che è il modo più elegante di dire vieni.
L'uomo si avvicinò con la calma di chi ha già deciso tutto e sta solo scegliendo il tempo. Si chiamava Ivan. Voce roca, da fumatore o da chi parla poco. Si sedette così vicino che il braccio di lui toccava quello di Elena, e il calore attraverso la stoffa era una cosa assurda, sproporzionata, come se le stessero puntando addosso una lampada.
Prese il bicchiere. Bevve. Guardò prima Marco, poi Elena, e in quello sguardo ci fu una domanda vera, non una scusa.
«Siete sicuri?»
«Lei decide», rispose Marco.
Ed Elena sentì qualcosa sciogliersi nello stomaco, qualcosa di antico e vergognoso e bellissimo: non il desiderio per lo sconosciuto, ma il desiderio di essere sporcata da entrambi, di essere il centro di quella piccola gravità.
Disse: «Sì.» E poi, perché voleva sentirselo dire: «Voglio che mi tocchi. Ora. Voglio sentire le tue dita dentro di me.»
Mise la mano di Ivan sul proprio ginocchio. Fu lei a farlo, con le sue dita sopra le sue, e questo cambiò tutto: non stava subendo niente. Stava dirigendo.
La mano di Ivan salì rapidamente lungo la coscia, sotto la gonna, e Marco guardava. Guardava la propria moglie aprirsi leggermente sul sedile, guardava quella mano straniera sparire nel tessuto scuro, e respirava dalla bocca come chi sta nuotando. La sua mano libera trovò quella di Elena sul tavolo e la strinse forte, tanto da farle male alle falangi, e quel dolore era perfetto, era un'ancora.
Le dita di Ivan arrivarono al bordo delle mutande e le sfilò di colpo. Le tirò giù fino al tallone e le lasciò cadere sotto il tavolo. La vagina di Elena era completamente bagnata, il sesso aperto e pulsante, e si vide riflessa nel vetro del bancone dietro di loro mentre Ivan si inchinava e si metteva le dita tra le labbra.
«È tutta bagnata», disse Ivan a Marco, con la bocca ancora sull'umido di lei. «Sa di te, ma vuole un altro cazzo.»
Marco inghiottì. «Falle vedere cosa sai fare.»
Le dita di Ivan entrarono tutte e due, dritte, senza preparare, e Elena urlò, perché era troppo e poco insieme. Ivan la lavorava senza pietà, il pollice che premé forte sul clitoride e schiacciava, e due dita dentro che spingevano in profondità, arrivando fino all'utero, e ogni volta che lei cercava di avvicinarsi lui si allontanava, e ogni volta lei gemeva e lo pregava di fermarsi.
Vennero fuori le unghie lunghe di lei che si piantavano nelle dita di Ivan, e Marco le prese il seno e lo spremé, e il capezzolo duro sotto le sue dita era duro da morire. Ivan mise il suo cazzo sotto il naso di Marco, e Marco lo annusò e lo leccò, e Ivan ringhiò e entrò più profondo in Elena.
Elena venne con la bocca aperta, senza voce, con il viso contraffatto e le gambe che tremavano, e Ivan continuò a pompare dentro di lei mentre lei ancora convulsionava, e Marco si alzò e si tolse la felpa e si sbottonò i pantaloni, e il suo cazzo era dritto e enorme, e lo prese e se lo strofinò sulla faccia di Elena.
«Voglio che venga mentre te la cazzo», disse Marco. «Voglio vederti.»
Ivan uscì da lei con un rumore appiccicoso, e Elena lo guardò con la bocca spalancata, ansimante, e Ivan le mostrò le dita piene del suo fluido, e Marco le leccò le dita una per una, e Ivan rise e si sgonfiò di nuovo, e Marco si mise dietro di lei e la sollevò in piedi.
Elena era nuda dalla vita in giù, con le mutande ai piedi e il seno nudo e i capezzoli duri come sassi, e Marco la prese dal dietro, la sollevò in aria e la mise seduta sul bancone, con le gambe aperte, e Ivan si mise di fronte a lei e si mise il cazzo in bocca e la guardava mentre Marco la scopava da dietro.
Marco la teneva per i fianchi e la buttava dentro e fuori, veloce, e ogni volta che entrava Elena gridava, e Ivan si spogliò completamente e si mise a cavalcioni di lei, e il suo cazzo era grande e rosso e si strofinò sulle sue labbra umide, e Marco la lasciò andare e Ivan entrò.
Entrò tutto, con un colpo secco, e Elena urlò di nuovo, e questa volta non smise mai di urlare. Ivan la scopava forte, senza pietà, e Marco le leccava i capezzoli e le metteva il dito nella bocca, e lei lo succhiava e lo masticava, e il sapore di saliva e sale era tutto ciò che sapeva.
Ivan si avvicinò all'orgasmo e Marco lo vide, e Marco si mise accanto a lei e si masturbò mentre l'altro la scopava, e Elena guardava la mano di suo marito che pompava sul suo cazzo e la guardava entrare e uscire dal cazzo di Ivan, e questo la faceva venire di nuovo, e questa volta venne più forte.
Ivan la riempì con il primo getto, caldo e abbondante, e Marco venne nello stesso istante, e si versarono addosso e dentro di lei, e lei li senti entrambi dentro, e non sapeva chi era chi, e forse non importava.
Dopo, Ivan si rivestì senza fretta. Non chiese il numero di telefono. Disse solo, sulla porta: «Grazie», come si ringrazia per un pasto buono, e se ne andò, e la porta di casa si chiuse con un clic modesto.
Elena restò sul lenzuolo storto, madida, con le cosce ancora aperte e il seme di un altro che le colava lungo l'interno della coscia, e Marco le si distese accanto e le posò la testa sul petto, come un bambino.
«Tutto bene?» chiese.
«Sì», disse lei. E poi, dopo un silenzio: «Non ero gelosa di te. Eri tu che eri geloso?»
Marco ci pensò davvero, e questo fu la cosa migliore che fece quella notte.
«Un po'», disse. «Ma non nel modo che credevo. Era come... come se ti stessi vedendo per la prima volta. Come se fossi tornato a prenderti.»
Elena si girò su un fianco e lo guardò in faccia nell'ombra.
«La prossima volta voglio che sia tu a sceglierlo», disse.
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