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tradimenti

Sessanta


di Membro VIP di Annunci69.it Educatomadeciso
28.10.2026    |    2.373    |    3 9.1
"Il sabato mattina a casa mia, il cesto del bucato, mia moglie che mi chiede com'è andata la trasferta e io che le dico *"bene, stancante"*..."
# Sessanta

Sono le undici e mezza e mia moglie dorme con la faccia girata verso il muro, il respiro lento e regolare di chi non ha niente da sospettare. Il telefono è in carica sul comodino, ma non è il mio telefono quello che conta: il mio vero archivio è la memoria, e stanotte la memoria fa le ore piccole.

Sono sposato da anni e da anni tradisco. Non è una parentesi, non è una scappatella: è la seconda vita che mi sono costruito addosso come una protesi che ormai sento parte dello scheletro. Le ho conosciute così, le donne, quasi tutte su quei siti dove i profili sono un catalogo di desideri malcelati e di foto tagliate col coltello per non far vedere la fede. Sessanta. Sessanta donne in vent'anni, un numero che ho smesso di aggiornare quando ha superato la soglia in cui contare diventava più faticoso che scopare. Single curiose, sposate in cerca di rivalsa, e coppie — sì, anche le coppie, soprattutto le coppie di quelli che al marito piace guardare.

Il bello è che non sono mai stato un seduttore da bar. Sono un uomo tranquillo, di quelli che al supermercato ti fanno passare avanti. È proprio questo che le frega: il contrasto tra la faccia da marito affidabile e quello che so far diventare la loro bocca quando chiudo la porta.

La prima di stanotte, nella memoria, è quella di Milano. Trentotto anni, consulente, tailleur grigio e calze di seta con la riga perfetta dietro. Mi aveva scritto con un tono da contratto: *"Martedì, ore 19, hotel vicino alla stazione. Un'ora e mezza. Non chiamarmi per nome davanti al portiere."* La classe, in certe donne, è una corazza che chiede solo di essere sfondata. L'ho fatta inginocchiare sul tappeto della camera con ancora il tailleur addosso e le ho tirato giù solo le calze, una dopo l'altra, con due dita infilate nel bordo elastico, lentamente, guardandola in faccia mentre il cotone scendeva. Il profumo al collo era caro, una roba ambrata da trecento euro, e sotto il profumo c'era l'odore vero, quello che nessun flacone copre: il sesso di una donna che si è preparata tutto il giorno. Le ho messo la mano dietro la nuca e l'ho tenuta lì, con la guancia sul tappeto, e lei ha detto *"aspetta, aspetta"* e non ha smesso un secondo di spingere indietro. Le donne di classe non gridano: sussurrano parolacce con l'accento giusto. *"Così, così, non fermarti"*, e la seta che si strappava sul tacco. Quando ha finito è rimasta a terra, il tailleur stropicciato, e mi ha detto: *"Devo rifarmi il trucco, mio marito mi aspetta alle nove."* Si è rimessa in piedi, si è guardata allo specchio, si è passata un dito sotto l'occhio e via, come nuova. Il rossetto è rimasto sul mio colletto per due giorni. Mia moglie non l'ha visto. Non lo vede mai.

Poi ci sono le sposate che ti fanno entrare in casa loro, e questa è un'altra categoria, un altro sapore. Quella di Bologna mi ha aperto in vestaglia e mi ha detto *"ho un'ora, lui è in riunione"*. In corridoio c'erano le camicie di lui appese, stirate, ordinate, e in camera da letto la foto del matrimonio sul comodino, proprio accanto al cuscino dove l'ho piegata. È una cosa che mi eccita in un modo che non so spiegare: scopare una donna a trenta centimetri dalla foto del giorno in cui ha giurato fedeltà. L'ho presa da dietro e l'ho costretta a guardarla, quella foto. *"Guardalo"*, le ho detto. *"Guardalo mentre ti sfondo."* Lei ha pianto, non di tristezza, di quelle lacrime che vengono quando il piacere è troppo e arriva tutto insieme. Il letto sfondato, la testata che batteva nel muro, e alle 18:40 precise lei che mi spingeva fuori dalla porta con un bacio veloce e la vestaglia già richiusa.

E poi ci sono loro: i cuck. I mariti che ti stringono la mano in salotto con un sorriso di quelli che sembrano calmi e invece hanno il polso che gli trema. Una coppia di Torino, lui quarantacinque, ingegnere, lei quarantadue, mora, con le spalle larghe e una gonna che le fasciava i fianchi come una seconda pelle. Lui ci ha fatto accomodare, ha versato il vino, e poi ha chiesto: *"Posso restare?"* con la voce di un bambino che chiede il permesso. Ecco, questo è il punto che quasi nessuno capisce: al cuck non serve guardare, gli serve essere **istruito**. Gli serve che qualcuno gli dica dove mettersi. *"Sulla poltrona, angolo, e non parlare."* Si è seduto con le mani sulle ginocchia e da quel momento è esistito solo come pubblico. Lei l'ho spogliata in piedi al centro del salotto, pezzo per pezzo, lasciando cadere tutto ai miei piedi e non ai suoi, e quando le ho preso i capelli e l'ho girata verso la poltrona, il marito si è sporto in avanti. *"Digli cosa senti"*, le ho ordinato. E lei gliel'ha detto, con la voce rotta, tutto, senza vergogna, e lui ha emesso un suono piccolo, strozzato, e si è toccato sopra i pantaloni come un ragazzino. Alla fine l'ho fatto venire in bocca a lei, inginocchiata davanti alla poltrona, con la faccia a venti centimetri da quella del marito, e lui l'ha guardata deglutire e ha detto *"grazie"*. Non a lei. A me.

Poi ci sono quelle che vogliono essere trattate male e lo dicono subito, senza giri. Le vacche da monta, quelle che sul profilo scrivono *"no romanticismi"* e nella vita di tutti i giorni fanno le impiegate precise. Una, a Roma, mi ha aperto la portiera della macchina prima che scendessi, e io l'ho presa lì, sul sedile posteriore, con il motore acceso e il riscaldamento che ci soffiava in faccia, in un parcheggio di periferia con le luci al neon che entravano dai finestrini. Le ho tirato su la gonna fino alla cintola, le ho tenuto una mano alla gola — non abbastanza da strozzare, abbastanza da farle capire chi decide — e le ho parlato all'orecchio con quella voce che uso solo lì. Le ho detto cosa era, e lei annuiva a ogni parola con gli occhi chiusi, e quando le ho chiesto *"chi comanda?"* ha risposto *"tu"* con un filo di voce. Il finestrino appannato dal suo fiato. La coscia sinistra che le tremava contro la mia mano. Quando sono uscito da quella macchina avevo il ginocchio destro indolenzito e una graffiata sull'avambraccio che mi sono tenuto una settimana come un trofeo.

E poi c'è la parte più strana, quella che nessuno scrive mai nei racconti: il ritorno. Il sabato mattina a casa mia, il cesto del bucato, mia moglie che mi chiede com'è andata la trasferta e io che le dico *"bene, stancante"*. Il profumo di un'altra donna sul bavero della giacca che si confonde con il detersivo. Un fermaglio per capelli che trovo nella tasca interna e che non è suo — lo nascondo in un cassetto con altri undici uguali, ognuno di una donna diversa, come le pallottole di un cacciatore. Il sesso con mia moglie dopo, che è buono, dolce, prevedibile, e che ha un altro sapore proprio perché non è l'unico.

Sessanta. Alcune le ricordo per un dettaglio solo: una che si mordeva il labbro fino a farlo sanguinare, una che voleva sempre le luci accese, una che mi ha chiesto di lasciarle il segno sul collo perché il marito lo vedesse e capisse. Quella è la cosa che le tiene tutte insieme, classe o vacca che siano, single o sposate o mogli di un altro: vogliono tutte la stessa cosa, e cioè sentirsi, per un'ora, l'unico pensiero di un uomo che non devono accudire. Non devono cucinargli, non devono ricordargli le medicine, non devono chiedergli come è andata la giornata. Devono solo stare sotto e sentirlo.

Mia moglie si muove nel sonno, si tira il piumino fino al mento. Fuori è buio. Ho ancora tre messaggi da leggere, e uno è di una donna che mi ha scritto *"mio marito vuole sapere quando torni"*.

Accendo lo schermo, e la luce mi illumina la faccia come un ladro.
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