Visita di controllo
Educatomadeciso
«Più larga. La lingua fuori.»
Sara aveva la lingua fuori e la faccia nella luce di una lampada frontale, e da quel momento non è più stata una donna seduta su una sedia: è stata una bocca aperta. Non poteva parlare. Non poteva deglutire, perché la saliva le si era raccolta sotto la lingua e ogni volta che provava a mandarla giù le tornava su. La mascella ha cominciato a stancarsi dopo trenta secondi, e dopo un minuto era già un piccolo supplizio, con il mento tenuto in su da due dita di un altro uomo.
Lui si è avvolto una garza sulle dita — due giri, precisi, come si fa prima di un lavoro — e con quelle dita le ha preso la lingua e gliel'ha tirata fuori, come si apre un cassetto. Poi dalla scrivania ha preso uno specchietto tondo, con il manico sottile, e l'ha scaldato due secondi nel cavo della mano per non appannarlo.
«Apra bene. Lingua fuori. Tanto.»
Gliel'ha infilato in bocca, in fondo, contro il palato, e ha cominciato a ruotarlo lentissimo per guardarle dentro la gola. Il metallo era tiepido e lo specchietto si appannava a ogni sbuffo d'aria che lei buttava fuori dal naso. A un certo punto le ha sfiorato la parete in fondo, e a Sara è salito quel conato secco che fa venire gli occhi lucidi, e lui ha detto solo: «Respiri. Non si muova.» Allora lei è rimasta ferma, con la lingua fuori, gli occhi che lacrimavano e un filo di saliva che le scendeva dall'angolo della bocca fino al mento.
Poi ha sfilato lo specchietto e l'ha asciugato sulla garza, e le ha mollato il mento. E lei, con la bocca ancora aperta, ha capito di essere stata guardata dentro, come un mobile di cui si controlla il cassetto.
A due metri, seduto sulla sedia, c'era suo marito. Andrea. Tredici anni di matrimonio e la presunzione di conoscerla in ogni dettaglio. Lì dentro, in una stanza che sapeva di pulito e di medicinale, sua moglie stava cominciando a bagnarsi sotto le mani di un altro, e lui non se ne accorgeva.
Di sicuro non era un ginecologo: non le aveva guardato niente di sotto. Le aveva guardato la gola, il naso e il collo, e le aveva parlato solo di respiro. «Lei respira dalla bocca, vero? Russa?»
«Qualche volta.»
«Lo immaginavo. Mi respiri dal naso, adesso.»
E lei, con la testa tenuta in su da quelle dita, ha dovuto respirare dal naso e sentire il proprio collo muoversi sotto le sue mani a ogni boccata d'aria. Si vergognava come una ragazzina. Lui l'ha guardata un istante, uno solo, e in quell'istante lei ha capito che lui aveva capito. Poi è tornato a parlare per due: «Niente di grave. Un po' di tensione, ma è normale. La prossima volta magari venga più rilassata.»
Andrea aveva annuito. Andrea non aveva capito niente.
Per due settimane Sara ha pensato a quella visita più che a suo marito. Poi ha trovato il pretesto, perché una donna sposata ha sempre bisogno di un pretesto: «Buonasera dottore, scusi il disturbo. Russо ancora peggio e mi sveglio con la gola secca. Posso passare?»
Lui ha risposto in tre parole: «Giovedì, dopo le sette.»
A casa ha detto che andava a ritirare le analisi.
Lo studio era vuoto, le luci dimezzate, la lampada accesa solo sul lettino. Lui era in camice e in piedi e l'ha guardata entrare senza dire niente, come se stesse aspettando una paziente in ritardo.
«Si spogli. Resti in mutande e reggiseno. E si stenda prona.»
Lei si è spogliata con le mani che non le ubbidivano e si è messa a pancia in giù, la faccia nel cuscino, il cuore che batteva così forte che se lo sentiva nelle orecchie.
Lui si è seduto sul bordo del lettino e ha ricominciato dalla nuca. Le ha lavorato il collo, le spalle, i trapezi, con i palmi interi e non più con le punte delle dita. Poi le ha girato la testa di lato, verso di sé, e le ha detto: «Apra la bocca.»
E Sara, a pancia in giù, si è ritrovata di nuovo con la bocca aperta, la lingua fuori, la guancia sul cuscino e la mascella che ricominciava a stancarsi — mentre le mani di lui le scendevano lungo la schiena. Da quel momento è stato tutto più difficile: non poteva parlare, non poteva deglutire, e ogni volta che le sue dita premevano più forte lei poteva solo ansimare dalla bocca aperta come un animale.
Poi le mani sono scese del tutto. Le ha infilato le dita sotto l'elastico delle mutande e gliele ha tirate giù di dieci centimetri, per lavorare il sacro. Lei ha sentito l'aria fresca su una parte di corpo che non era abituata a essere guardata in uno studio medico.
«Sente come è contratta», diceva. «Qui, per esempio. E qui.»
Poi le ha alzato i fianchi con una mano sotto la pancia e con l'altra le è passato davanti, in mezzo alle gambe.
«Sa qual è il problema, signora? Che lei è bagnata. Una paziente non dovrebbe essere così bagnata durante una visita.»
E Sara, con la bocca ancora aperta e il sedere in aria, ha capito in quel momento esatto di essere diventata una cosa: non una moglie, non una donna, una paziente da aprire e da usare, con un uomo in camice che le parlava come se stesse compilando un referto mentre le stava dentro con le dita.
«Lo dica.»
«Sono... sono eccitata, dottore.»
«Brava.»
Con quella parola l'ha fatta venire. A pancia in giù, con le dita di lui dentro e il palmo sul clitoride, senza che si sfilasse niente e senza togliersi il camice. È stata l'umiliazione più bella della sua vita: venire sul lettino di una visita mentre il medico ti guarda e non dice una parola.
Poi lui si è slacciato i pantaloni tenendosi il camice addosso, l'ha tirata giù dal lettino e l'ha piegata sul bordo, la pancia sul materasso, i piedi che non toccavano bene il pavimento.
«Adesso non ti visito più», ha detto. E il passaggio dal lei al tu è stato come un licenziamento e un'assunzione nello stesso secondo.
È entrato tutto in una volta e lei ha perso l'aria. La teneva per i fianchi e spingeva con calma, da uno che ha tempo, e ogni tanto si fermava fino in fondo per sentire lei che si stringeva. Le ha tirato i capelli all'indietro, le ha dato due mani piene sul culo e le ha parlato addosso tutto il tempo: «Le pazienti si usano così.» «Vedi come stai messa.» «Guarda la fede e guarda dove sei.»
E lei guardava la fede. E guardava dove era.
Poi il telefono ha vibrato sul lettino. Andrea.
«Rispondi.»
«Adesso?»
«Rispondi. E parla normale.»
Sara ha preso la chiamata con la voce finta, con il dottore ancora dentro di lei e fermo, e ha detto sì, sto uscendo dallo studio, arrivo tra dieci minuti, e nel momento esatto in cui ha detto sto uscendo lui ha spinto forte, e lei ha dovuto mordersi il labbro per non gemere in faccia a suo marito.
Poi ha chiuso, e lui l'ha rimessa prona sul lettino con un cuscino sotto il bacino.
«Adesso ti uso il culo», ha detto, come si annuncia un esame. «Ti avevo avvisata?»
«No.»
«Meglio.»
Le è entrato dietro lentamente mentre lei si apriva e si mordeva la mano. Nessuna dolcezza, nessuna pausa, solo quella voce che le diceva respira, spingi indietro, prendilo tutto, e lei che spingeva indietro e lo prendeva tutto e si sentiva un buco aperto per comodità di un altro. A un certo punto le ha preso i capelli e le ha tirato la testa in su, e le ha infilato due dita in bocca come la garza della visita.
«Lingua fuori. Apri.»
E lei, presa nel culo e con due dita in gola, ha ansimato con la bocca aperta e si è sentita per la seconda volta in vita sua esattamente al posto giusto: una bocca e un buco, in mano a uno che sa cosa farsene.
È venuta anche così, e la seconda volta ha perso la calma anche lui. Si è ritirato di colpo, l'ha fatta girare e l'ha messa in ginocchio sul pavimento, con la faccia in su.
«Apri. Lingua fuori. Tanto.»
E lei ha aperto la bocca come alla visita, lingua fuori, la faccia alzata verso di lui, e lui si è fatto finire a mano in venti secondi di colpi corti e veloci. È venuto dentro la sua bocca aperta, caldo, tutto sulla lingua e sul palato, e quando ha finito le ha tenuto la testa con una mano.
«Non ingoiare.»
Lei è rimasta così, in ginocchio, con la bocca piena e aperta e il sapore addosso, mentre lui la guardava dall'alto come si guarda un referto riuscito bene. Le è scesa una goccia dall'angolo della bocca, come durante la visita.
«Adesso ingoia.»
Ha ingoiato. Tutto.
«Brava.»
Poi si è rivestito in silenzio, si è sistemato il camice e ha preso la penna dalla scrivania. Le ha scritto sull'anca, in stampatello piccolo, sotto l'elastico delle mutande: prossima visita — giovedì 21.
«Questo è il promemoria. Se lo lavi, ti ammazzo. E non bere niente: così il sapore ti resta fino a stanotte.»
Sara si è rivestita con le gambe molli. Lui aveva già la faccia da medico, come se nei quaranta minuti precedenti fosse stato a compilare referti. Sulla porta le ha aperto e le ha detto, formale: «Ci vediamo giovedì, signora. E dorma sul fianco, non sulla schiena.»
A casa Andrea stava guardando la partita. «Tutto bene?»
«Tutto bene.»
E lei si è seduta sul divano con il sapore in bocca e una data scritta a penna sull'anca, e per tutto il tempo ha pensato che anche lui, il dottore, aveva una moglie che a quell'ora credeva che stesse chiudendo delle cartelle.
In rubrica il numero era salvato con un nome che non era quello sulla targa dello studio: DrNightX
Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
Commenti per Visita di controllo:

Discussioni sul pianeta Swinger e non solo...
