tradimenti
E' un mondo difficile ( capitolo 108 )
31.10.2026 |
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"Non sembra fidarsi di nessuno dei due e, invece di accettare le spiegazioni, pare intenzionata a sottoporci a una prova..."
La guardo e le faccio notare: «Gaia, non funziona così. Mi dispiace. Io non sono come l’amico di Azzurra. A me non dai più ordini».La mia compagna di università alza gli occhi al cielo e comincia a parlare da sola, come se avesse bisogno di raccogliere tutta la pazienza rimasta: «Calma Gaia, Francesco è stupido, non è colpa sua. Non capisce le cose più banali. Devi fargli i disegnini».
Poi smette di parlare, torna a guardarmi e mi sorride, assumendo un tono che vorrebbe essere rassicurante: «Ascoltami Francesco, cerco di spiegarti. Non è difficile. Tu puoi farmi una domanda e io ti dico sì. Hai capito? Sei contento? Non ti vedo saltare dalla gioia».
Guardo Bartolomeo, quasi a cercare in lui una reazione, poi torno a rivolgermi a lei: «Gaia, lo stare con una persona non è una cosa che si può improvvisare. Deve essere una tua necessità, non un’imposizione. Non puoi metterti con uno a cui ridi in faccia, a cui non porti rispetto. Al tuo ragazzo tu devi portare rispetto, ascoltarlo, fidarti di lui».
Lei mi guarda con un’espressione polemica, come se ritenesse superfluo tutto quello che sto cercando di spiegarle: «Francesco, guarda che le so benissimo tutte queste cose».
Scuoto la testa: «No, Gaia. Tu mi rideresti in faccia, mentre...»
Mi interrompo, incapace di proseguire. Mi avvicino alla macchina e mi appoggio alla carrozzeria, evitando di guardarla. Dopo qualche istante riprendo: «Mi consideri come l’amico di Azzurra. Semplicemente uno stupido. Con uno stupido non puoi costruire niente».
Gaia rimane in silenzio. Sento il suo sguardo su di me, ma non mi volto. Non voglio continuare a discutere per convincerla di qualcosa che, ai miei occhi, dovrebbe essere evidente.
Riprendo a parlare: «Ci vediamo domani. Io vado a mangiare un panino da Fiore».
La sua reazione è immediata: «Francesco, stai scherzando, vero?»
Non mi giro a guardarla: «Almeno lui mi ascolta e non mi ride in faccia. Ieri sera, dopo che tu sei salita sul fuoristrada, io sono tornato a parlare con Fiore».
Non avrei potuto scegliere parole peggiori. Gaia diventa una furia e comincia a colpirmi con schiaffi e calci. Cerco di proteggermi, ma uno dei colpi mi raggiunge.
Bartolomeo interviene e la blocca: «Gaia, ti ripeto: sei impazzita?»
Lei si gira verso suo padre, urlando: «Papà, ma hai sentito? Fai il padre, chiedigli una spiegazione».
Il poliziotto la guarda per una ventina di secondi, poi si rivolge a me: «Francesco, Gaia non ha tutti i torti a essere arrabbiata ora, sebbene la sua reazione sia stata sproporzionata. Vuoi spiegarci?»
Lo guardo, sinceramente sorpreso: «Cosa vi devo spiegare, scusa?»
Bartolomeo lascia andare la figlia.
Gaia si mette le mani sul viso e scoppia in una risata isterica: «Lo sapevo, lo sapevo. Ha fatto tanti casini e poi scopriamo che gli piace il pisello».
Il poliziotto torna a guardarmi, in attesa di una risposta. La conclusione a cui Gaia è arrivata mi sembra affrettata, ma soprattutto non capisco perché una questione privata debba essere trasformata in un'accusa.
Voglio chiarire un punto che entrambi sembrano ignorare: « se anche mi piacesse il pisello, sarebbero affari solamente miei».
La mia compagna di università torna ad avvicinarsi minacciosamente, ma Bartolomeo la blocca ancora: «Calma, Gaia. Ora Francesco ci darà una spiegazione. Ce la deve dare».
Il poliziotto mi guarda e alza il tono di voce: «Francesco, io sto bloccando mia figlia, ma non ci metto né uno né due a lasciarla. Se ti mandasse all'ospedale, farebbe solamente bene. Pur concordando che sia la più stronza dell'universo; se a te piace il pisello, glielo devi dire subito. Se tu sei innamorato di Gaia, accetto come ti sei comportato. Se ti piace il pisello, no».
Rimango a fissarlo, colpito dal fatto che Bartolomeo pretenda una spiegazione su una questione che riguarda soltanto me. La discussione si è ormai allontanata dal problema iniziale: invece di chiarire il rapporto tra me e Gaia, tutti sembrano voler stabilire chi io sia e cosa dovrei provare.
Gli rispondo semplicemente: « Gaia è andata a fare colazione con quello del fuoristrada. Io ho fatto la stessa cosa».
La mia compagna di università mi domanda: «E?»
Obietto: «Io mi accontento della tua spiegazione».
Lei si mette a urlare come una bestia: «Io no, invece», e riprende a cercare di scalciare, costringendo il poliziotto a trattenerla con ancora più fatica.
Bartolomeo mi guarda, esasperato: «Francesco, piantala. Rispondile».
Mi giro verso la macchina, dandole le spalle. Non voglio continuare a discutere guardandola negli occhi, perché temo che finiremmo per ripetere ancora le stesse cose: «Un rapporto non deve avere necessariamente un secondo fine o essere rovinato per la stupidità e l'ignoranza delle altre persone. Spero che tu abbia capito».
Gaia sembra non comprendere il motivo del mio gesto e mi domanda, dubbiosa: «Perché ti sei girato?»
Le rispondo con sincerità, cercando di farle capire quanto mi stia facendo male la situazione: «Mi ferisce molto il fatto che tu sia così superficiale, Gaia. Mi sto accorgendo che sei proprio totalmente l'opposto di come ti avevo idealizzata. È vero, ci sono dei momenti in cui non potrei vivere senza di te, ma sono briciole. E le briciole non mi sfamano».
Le mie parole sembrano finalmente spingerla a riflettere. Si rivolge a suo padre: «Lasciami, mi sono calmata».
Poi si avvicina a me e mi mette una mano su un braccio: «Francesco, ammetto di non essermi comportata benissimo con te e mi dispiace. Spero ti sia accorto che sto cercando di cambiare. Allo stesso tempo tieni conto di una cosa. Alla mia età voglio un ragazzo. Ed è come dici tu: devo rispettarlo, obbedirgli, non prenderlo in giro, condividere tutto con lui». Poi si interrompe.
Rimango in silenzio, aspettando che continui.
Dopo qualche istante riprende: «Anche fargli i...», ma si blocca di nuovo.
Trascorrono una decina di secondi, durante i quali sembra cercare il coraggio di pronunciare la parola. Poi lascia sfuggire una piccola risata e conclude: «Lo capisci, vero?».
Annuisco: «Lo so perfettamente, Gaia. Quindi il problema del barista è un problema passeggero. Non lo so se diventerà lui il tuo ragazzo o un altro. Quando avrai il ragazzo, i pompini diventeranno la regola, non saranno l’eccezione».
La mia compagna di università sospira, come se volesse farmi capire che, nonostante le mie parole, continuo a non comprendere il suo punto di vista: «Francesco, a parole sei bravo, ma poi nei fatti sei diverso. Io non mi posso mettere con nessuno, altrimenti scoppia la terza guerra mondiale. Oggi non è successo niente, eppure tu sei uscito di testa e mio padre è furioso con me. A questo punto, per non uscire pazza, alzo bandiera bianca, e vi accontento. Mi metto con te, e spero che non ci saranno più problemi».
Quelle parole mi fanno reagire con rabbia. Torno a colpire con entrambi i pugni la parte superiore della mia macchina: «Gaia, io non sono un ripiego. Io non sono lo scarto delle ragazze. Io piaccio ad alcune, ad altre no. Non mi vanto, non mi metto in mostra come i miei amici o come il tuo barista. Non basta dire che mi faccio tutte, per essere figo. Sono le ragazze a dovermi considerare figo. A te piacciono tutti, tranne io. Questa è la verità. Io non posso accettare la cosa. Proprio perché non sono lo sfigato di turno, preferisco che mi prenda una che ci tenga a me. Magari mi prenderà ugualmente per il culo, magari mi tradirà, ma spero che almeno finga di portarmi rispetto. Non chiedo tanto. Voglio una persona che non mi rida in faccia, che non mi metta le mani addosso, che non mi prenda sempre per il culo».
Per un momento Gaia sembra prendere sul serio le mie parole. Poi si avvicina ulteriormente, mi spettina i capelli e mi domanda: «E se non ti facesse i pompini, cosa faresti?».
Scoppia a ridere, come se volesse alleggerire la tensione con una battuta.
Mi giro a guardarla con uno sguardo durissimo.
Lei muove le braccia, cercando di giustificarsi: «Francesco, stavo scherzando».
La guardo ancora per un istante, poi torno a girarmi: «Gaia, ci sono momenti in cui si può scherzare, altri in cui serve rimanere seri. Questo è un momento in cui rimanere seri. È proprio questo che non sopporto di te».
Gaia sospira, ma mantiene il sorriso: «Francesco, cercherò di farti arrabbiare meno. Però muoviti a chiedermi quella cosa, prima che cambi idea».
Mi giro nuovamente verso di lei, perplesso: «E perché dovresti cambiare idea? Allora non sei convinta. Cosa vuoi che ti chieda allora? Stai continuando a prendermi per un pagliaccio».
La sua insistenza nel presentare la relazione come una concessione non mi rassicura. Continuo a desiderare che mi scelga spontaneamente, senza pressioni né derisioni, ma Gaia sembra ancora incapace di capire quanto per me faccia la differenza.
La mia compagna di università cambia tono: ” Francesco, conto fino a dieci. Poi l’offerta promozionale scade,” dice, tornando a ridere.
Io la guardo senza sorridere. Non voglio accettare una proposta che, ai miei occhi, sembra nascere più dalla sua esasperazione che da un desiderio autentico.
Gaia comincia a contare: ” Uno, due, tre, quattro, cinque, sei,” poi si ferma improvvisamente.
Il sorriso scompare dal suo volto. Al suo posto compare l'espressione della Gaia arrabbiata, quella che conosco ormai fin troppo bene.
Riprende a contare: ” sette,” accompagnando il numero con un sospiro.
Il broncio è ormai evidente e, quando torna a parlare, la sua voce è molto più alta: ” Otto.”
Si avvicina ancora di più a me.
Bartolomeo ci osserva, rimanendo in disparte, mentre Gaia perde progressivamente la pazienza e torna a urlare: ” Francesco, sono arrivata a otto a contare.”
Scuoto la testa: ” Gaia, tu non sei convinta.”
La sua reazione è immediata e furente: ” A te non deve fregare nulla. A te deve solamente interessare che io ti dica si. Poi saprò io adattarmi. Tu non ti accorgerai di nulla.”
Le faccio nuovamente segno di no: ” Io non voglio una ragazza che finge.”
Un'altra spinta mi colpisce. Gaia sembra incapace di comprendere perché io continui a rifiutare una proposta che, dal suo punto di vista, dovrebbe bastarmi: ” Francesco, ti devo dire che mi va di farti i pompini, quando non mi va? Allora sei proprio scemo.”
Rimango in silenzio a guardarla.
Bartolomeo interviene, cercando di farle notare la contraddizione: «Gaia, ma l’hai fatto a uno sconosciuto».
Lei si volta verso suo padre e urla: «Sono affari miei, non vostri. Chiaro?».
Questa volta intervengo io: «Nove».
Gaia si gira di scatto e si avvicina ancora, fino ad avere la bocca quasi attaccata alla mia: «Non sfidarmi, Francesco».
Le rispondo senza arretrare: «Manca solamente il dieci, Gaia».
Mi guarda malissimo e mi dà un’altra spinta: «Francesco, ti ho già detto che mi adatterò. Lo diremo a tutti, saremo sempre in atteggiamenti affettuosi in pubblico. Ti bacerò addirittura davanti alle altre persone. Ma ti rendi conto cosa ti sto offrendo?».
Torno a girarmi verso la macchina e appoggio nuovamente le mani sulla carrozzeria: «Una presa per il culo totale. Ecco cosa mi stai offrendo. Mi ricordo ancora quando mi hai riso in faccia, quando ti ho chiesto di metterci assieme».
Gaia alza gli occhi al cielo e ricomincia a parlare da sola, come se dovesse convincere prima di tutto sé stessa a non perdere la pazienza: «Gaia, calmati. Questo è tutto scemo. Ma del resto l'hai visto com'è suo padre: un coglione. Tale padre, tale figlio. Tu gli proponi il paradiso, e lui si fa le seghe mentali su secoli fa. Che poi, cosa gliene frega, se gli hai riso in faccia? Anche lo avessi deriso per giorni o l'avessi preso in giro davanti a tutti, è il passato. Quello che conta è il presente. Chiunque ti direbbe di sì, si inginocchierebbe per ringraziarti. Invece no, lui fa il diverso, fa il filosofo».
La ascolto, poi le comunico la mia decisione: «Vado a mangiare il panino di Fiore».
Gaia torna a urlare e a gesticolare, ma deve interrompersi per riprendere fiato: «Ascoltami, coglione!».
Si ferma un istante, respirando affannosamente, poi riprende a parlare da sola: «Ora mi calmo, ho solamente bisogno di un momento».
Fa alcuni lunghi respiri profondi. Quando finalmente si rivolge di nuovo a me, sembra voler chiudere la questione a qualsiasi costo: «Il problema è quella cosa là? D'accordo, te li farò, anche se la cosa mi farà schifo. Sarai felice che vomiterò? Ecco quanto sei interessato a me. Non te ne frega nulla di me. A te interessa solamente di quei cosi lì. Te li faccio, d'accordo». Improvvisamente si abbassa accanto alla macchina e comincia ad avere conati di vomito.
Bartolomeo mi guarda sconcertato e io ricambio il suo sguardo, senza sapere cosa dire.
Gaia si rialza appena e mi propone: «Dai, Francesco, andiamo in qualche stradina. Così ti faccio quella cosa...», ma deve interrompersi ancora per abbassarsi e avere altri conati.
Dopo due o tre tentativi, torna in piedi, alza gli occhi al cielo e ricomincia a parlare da sola: «Ma cosa ho fatto di male, per trovarne uno che non è normale? È mio padre che lo difende, a lui piace. Mio padre sa perfettamente che solamente il pensiero di fare quelle schifezze mi fa vomitare, e cosa fa? Lo appoggia. Avrebbe già dovuto arrestarlo e portarlo in questura per tutta la violenza psicologica che sto subendo. Nessuno che mi aiuta, sono rimasta sola. Addirittura obbligata a fare quella cosa lì».
Bartolomeo si avvicina a lei, cercando di dare un senso a una situazione che sembra sfuggire a entrambi. «Gaia, io non ci sto più capendo niente e penso pure Francesco.»
Lei reagisce con una risata isterica, quasi volesse nascondere dietro il sarcasmo il proprio disagio. «Ovvio, siete due maschi. Non capite niente. Siete stupidi di natura.»
Intervengo, tentando di riportare la discussione sul punto centrale: «Gaia, ma il problema non sono i...»
Non mi lascia finire. Torna subito a urlare, sbracciando, come se la mia obiezione fosse soltanto un altro tentativo di ostacolarla. «Sì, sono quelli. Altrimenti mi diresti subito di sì.»
La guardo, sempre più esasperato. «Gaia, ma ti rendi conto di come ti sei comportata con me?»
Lei si mette di nuovo le mani in faccia, poi solleva lo sguardo verso l'alto. Il suo comportamento oscilla continuamente tra rabbia, agitazione e ironia, senza che riesca a fermarsi abbastanza a lungo da ascoltare davvero quello che le sto dicendo: «Finirà che tutte le mattine dovrò mandargli una foto per chiedergli se posso uscire vestita in un modo. Non potrò più salutare nessun maschio. Forse non potrò neppure uscire né vedere le mie amiche.»
Il poliziotto interviene, cercando di ridimensionare le sue paure. «Gaia, Francesco ti chiede solamente un po' di rispetto.»
Lei, però, torna a concentrarsi su di me. Si avvicina e mi provoca, trasformando ancora una volta una questione seria in una provocazione: «Rispetto o pompino?»
Scoppia a ridere.
Io sospiro, incapace di trovare una risposta che non alimenti ulteriormente la sua agitazione.
La mia reazione, tuttavia, sembra esasperarla ancora di più: «Francesco, smettila di sospirare. Ho una crisi isterica, non te ne accorgi? E la colpa è tutta tua.»
Mi attribuisce ogni responsabilità, come se il suo turbamento dipendesse soltanto da me e non anche dalla contraddizione in cui si è cacciata.
Bartolomeo, invece, sembra convinto di avere individuato una soluzione semplice. Si rivolge a me e mi invita ad accettare: «Francesco, dille di sì. Mi sembra pentita. Ti farà anche i pompini».
Gaia smette improvvisamente di gesticolare. Il suo corpo si immobilizza e i suoi occhi si fissano su di me. Sembra aspettare davvero una risposta, senza interrompermi o nascondersi dietro una risata.
Ma io non riesco a considerare quella proposta una soluzione. Non voglio che una decisione così importante nasca dalla pressione di suo padre, dalla sua rabbia o dal desiderio di chiudere una discussione interminabile: «Ora ho solamente bisogno di un buon panino».
La mia risposta spiazza entrambi. Non cerco di provocarla e nemmeno di punirla: sono semplicemente esausto. Ho bisogno di allontanarmi da questa situazione e di recuperare un po' di lucidità.
Salgo sulla mia macchina. Quando Gaia apre lo sportello e si siede accanto a me, capisco che non ha intenzione di lasciar cadere la questione: «Francesco, io e te dobbiamo parlare seriamente».
La guardo, cercando di capire se questa volta sia davvero disposta a confrontarsi con me senza trasformare ogni frase in una provocazione: «Allora smettila di ridermi in faccia».
Lei rimane in silenzio. Il suo sguardo non è più accompagnato da una risata, ma non so se questo cambiamento indichi un ripensamento autentico oppure soltanto un'altra pausa prima di una nuova esplosione.
«Vuoi un passaggio da Massimo?» le chiedo, lasciandole la possibilità di scegliere dove andare senza continuare a discutere.
Scuote la testa: «Ti porto in un altro posto, dove li fanno buonissimi».
Non accetto la sua proposta: «Io vado lì».
Gaia mi risponde con un tono che lascia emergere tutta la sua insofferenza. «Io non voglio più venire lì. Te l'ho detto ieri sera.»
A questo punto, non vedo perché dovrei cambiare programma soltanto per evitare un altro litigio: «Allora scendi dalla macchina.»
La mia compagna di università mi guarda malissimo: «Ma veramente vai a fare un pompino a un ragazzo?»
La domanda arriva come un'accusa, quasi che la mia decisione di non accettare le sue proposte la autorizzi a giudicarmi.
Scende dalla macchina e si rivolge al padre, urlando: «Eccolo lì, quello che ti piace tanto.»
Bartolomeo mi guarda visibilmente furioso. Si avvicina e batte sul finestrino. Lo abbasso, preparandomi a un'altra discussione.
La sua voce è perentoria: «Francesco, stai facendo la più grande cazzata della tua vita.»
La sua rabbia finisce per farmi perdere la pazienza: «No, io sto solamente rispettando Gaia. Lei non è convinta, e io non la voglio forzare. Io non sono un morto di figa.»
Lui, però, sembra incapace di comprendere la differenza tra ottenere qualcosa e desiderare che quella cosa sia autentica.
Mi provoca, mettendo in discussione persino il mio interesse per lei: «O forse proprio non ti piace la figa. Al tuo posto, io le starei già leccando la figa, in questo posto, davanti a tutti. Sono mesi che le stai dietro, e ora che ci sta, fai il difficile?»
Mi metto le mani in faccia. È frustrante dover spiegare ancora una volta qualcosa che per me dovrebbe essere evidente: «Ma non è convinta.»
Il poliziotto batte un pugno contro la carrozzeria, come se volesse costringermi a riconoscere la sua logica: «Ma cosa te ne frega se fingerà o meno? Ti ha detto di sì. Dopo un po' si abituerà e non avrà più bisogno di fingere.»
Rimango colpito dalla naturalezza con cui riduce tutto a una questione di abitudine. Per lui, a quanto pare, il consenso pronunciato a parole basta a cancellare qualsiasi esitazione, e il tempo dovrebbe trasformare la riluttanza in desiderio.
Ma io non voglio costruire una relazione su una simile premessa: «Quindi diventerà un po' come lavarsi i denti, giusto?».
Annuisce.
Scuoto la testa: «No, mi spiace. Per me il ballo e il parco sono state delle emozioni mai provate. Io voglio quella Gaia lì, non questa. Un pompino non ha valore rispetto alle emozioni che mi ha trasmesso in quelle occasioni».
Mentre pronuncio queste parole, mi è chiara la differenza tra ciò che Bartolomeo considera una conquista e ciò che cerco io. Non voglio una Gaia che si arrende per stanchezza, né una che accetta per compiacere suo padre o per dimostrarmi qualcosa. Continuo a pensare ai momenti in cui, al ballo e al parco, mi ha fatto provare emozioni nuove, spontanee, impossibili da ottenere con una promessa pronunciata sotto pressione. È quella vicinanza che desidero ritrovare, non una prestazione che finirebbe soltanto per svuotare di significato tutto il resto.
La mia compagna precedente è furiosa: «Ma lo senti parlare? Controlla i suoi documenti. Non ha vent'anni. Ne ha cinquanta. Come faccio a uscire con uno così? Ma ti rendi conto quanto è pesante e noioso? Io ho bisogno di un ragazzo intelligente, simpatico, spiritoso, solare, estroverso. Non è bello, non ci sa fare, non sa stare in gruppo, se la tira. In più non gli piace la figa, ma gli piace il pisello. Veramente vuoi uno così per me?»
Le sue parole si susseguono senza lasciarle il tempo di calmarsi. Gaia sembra voler demolire ogni aspetto della mia personalità, trasformando le mie esitazioni e il mio rifiuto di accettare una relazione imposta in una serie di difetti. La sua rabbia, però, nasconde anche una contraddizione: poco prima pretende che io accetti la sua proposta, mentre adesso cerca di convincere suo padre che sarei la persona meno adatta a lei. Non sembra più interessata a capire quello che provo; vuole soprattutto dimostrare che la sua posizione è quella giusta.
Il poliziotto cerca di frenare la sua aggressività: «Calma, Gaia. Io non ci credo che Francesco sia omosessuale, anche se qualche dubbio ce l'ho.»
La risposta di Gaia arriva immediatamente. «Chiedi a suo padre, come si comporterebbe al suo posto. In quel locale aveva la bava alla bocca, mentre mi guardava. È un pervertito, ma almeno non è pesante. Poi è gentile, mi capisce, è intelligente. Il figlio è un coglione.»
Resto in silenzio, continuando a guardarla. Non provo nemmeno a difendermi, perché ogni tentativo di spiegarmi rischierebbe di diventare un'altra occasione per essere deriso. Fa male sentirla parlare di me in quel modo, soprattutto dopo averle confessato quanto abbiano significato per me alcuni momenti trascorsi insieme. Eppure, in questo momento, capisco che insistere non servirebbe a recuperare quella vicinanza: finirei soltanto per espormi a nuove umiliazioni.
Gaia si accorge che sono ancora qui e reagisce con ulteriore ostilità: «Cosa ci fai ancora qui? Vai a succhiare un pisello, sfigato. Non voglio più vederti. Se provi ad avvicinarti di nuovo a me, chiamo la polizia e ti faccio arrestare».
La sua aggressività cancella ogni possibilità di confronto. Non so quanto ci sia di autentico in quello che dice e quanto, invece, sia dettato dalla rabbia del momento; ma non ho più intenzione di cercare una spiegazione per ogni sua contraddizione. Posso essere ferito dalle sue parole, senza doverle inseguire per ottenere un chiarimento.
Il poliziotto interviene, questa volta rivolgendosi direttamente a me: «Francesco, meglio che vai».
Non oppongo resistenza. Mi allontano, dirigendomi verso il bar dove lavorano Fiore e Massimo. Mentre mi allontano da Gaia e da suo padre, sento il peso di quello che è appena successo, ma anche la necessità di interrompere una situazione che non mi lascia più spazio per esprimermi senza essere attaccato. Non so se Gaia sia davvero convinta di tutto ciò che ha detto; so soltanto che, per adesso, continuare a cercare in lei la ragazza del ballo e del parco significa espormi ancora alla stessa delusione.
Arrivo al bar. Al bancone ci sono Massimo e Fiore. Massimo sembra stupito di vedermi, ma non dice nulla e si allontana leggermente, come se preferisse non essere coinvolto in quello che potrebbe succedere.
Ordino un panino a Fiore, che me lo porta al tavolo. Si siede mentre mangio e cominciamo a parlare. Cerco di concentrarmi sulla conversazione, anche se avverto lo sguardo di Massimo su di noi.
Ci osserva per tutto il tempo finché, all'improvviso, si gira verso l'entrata. Io non mi volto.
Dopo circa un minuto, Gaia va a sedersi al bancone.
Prende uno sgabello senza mettersi davanti a Massimo, ma lui si sposta comunque per raggiungerla. Gaia rimane seduta di traverso, con il corpo orientato verso di me, quasi volesse controllare quello che faccio.
Massimo appoggia i gomiti sul bancone per avvicinarsi e parlarle.
Lei non lo guarda, ma gli risponde; sul suo volto compare un'espressione molto irritata. Immagino che la mia presenza, e il fatto che io sia tornato proprio in questo bar, contribuiscano al suo nervosismo. Non voglio, però, attribuire un significato preciso a ogni suo gesto.
Distolgo lo sguardo. Non voglio fissarli né trasformare ogni movimento in un motivo di sospetto. Non so se stiano parlando di me, se mi stiano osservando oppure se abbiano deciso di spostarsi nel retro. Preferisco continuare a conversare con Fiore, fingendo che la situazione non mi riguardi.
Dopo cinque minuti, Gaia si alza e viene a sedersi al nostro tavolo. La guardo soltanto per un istante, poi torno a concentrarmi su Fiore.
Lei si rivolge a me: «Francesco, andiamo a fare un giro in macchina? Ti faccio subito una premessa: niente paranoie, niente complotti, niente cose strane. Solamente un giro in macchina dove parliamo. E lo facciamo io, te e Fiore.»
La sua proposta mi lascia perplesso. Dopo quello che è successo, non mi basta che stabilisca nuove regole per la conversazione: vorrei capire se è davvero disposta a rispettare i miei limiti, senza trasformare ogni mio rifiuto in un'offesa personale: «Assolutamente no.»
Usa il sarcasmo come risposta: «Volete fare il giretto da soli?»
Le ricordo le sue ultime parole dette davanti l'assicurazione: «Dieci minuti fa hai detto che non mi vuoi più vedere. Cosa ci fai qui?»
Gaia reagisce guardando verso l'alto e parlando tra sé, come se cercasse di darsi istruzioni per ottenere da me la risposta che desidera: «Calma Gaia, calma. Sorridigli, così magari fa meno lo stronzo.»
Poi torna a guardarmi e mi sorride, sbattendo le palpebre in modo esagerato, quasi volesse ipnotizzarmi. Il sorriso si allarga gradualmente, accompagnato da un evidente tentativo di coinvolgermi. Il cambio di atteggiamento è così rapido che faccio fatica a capire quanto ci sia di spontaneo e quanto, invece, sia una strategia improvvisata per convincermi.
Guardo Fiore, visibilmente imbarazzato, poi torno a lei: «Gaia, cosa ti ho detto prima nell'altro bar?»
La mia compagna di università si alza di scatto e scaraventa via la sedia: «Tante cose, Francesco. Ora non me le ricordo. Adesso cosa c'è che non va? Ho specificato io, te e Fiore.»
La sua risposta sembra ignorare proprio ciò che le ho appena ricordato. Abbasso lo sguardo sul tavolo, stanco di dover ricominciare ogni volta da capo.
Gaia gira intorno al tavolo, si avvicina e mi mette una mano sotto il mento, cercando di sollevarmi dolcemente il viso: «Cosa c'è, Francesco?»
Il gesto è improvvisamente premuroso, in netto contrasto con la sua rabbia di pochi istanti prima. Non riesco a capire se voglia davvero rassicurarmi o se stia cercando ancora una volta di orientare la conversazione nella direzione che preferisce: «Perché sei andata al bancone?»
La mia compagna di università ritira le dita dal mio mento e arretra ridendo. Si mette le mani in faccia e comincia a girare su se stessa, esasperata: «Non ci credo. Ieri sera gli ho detto che non sarei più voluta tornare con lui, e lui cosa fa? Viene. Ovviamente lo raggiungo, seppure controvoglia, e lui cosa fa? Non mi considera di striscio. Mi lascia da sola al bancone, come una cretina . Massimo mi ha detto due parole. Due di numero. E come finisce? Che vengo ancora condannata per il mio comportamento.»
La sua ricostruzione mi sorprende: sembra vivere il fatto che io sia tornato al bar come una provocazione, ma nello stesso tempo si aspettava che la raggiungessi e le prestassi attenzione. Si lamenta di essere stata lasciata sola, senza considerare che sono stato io a cercare di non coinvolgerla, dopo che mi aveva detto di non voler più vedermi. Le nostre aspettative sembrano procedere in direzioni opposte, e ogni tentativo di chiarirle finisce per alimentare la discussione.
Gaia si sposta a un altro tavolo e continua a fissarmi. Massimo le si avvicina, ma lei lo ferma subito con tono perentorio: «Devo stare da sola. Per favore, stai lontano, o iniziano di nuovo le discussioni.»
Il barista si gira verso di me, poi torna a guardarla: «Ma è matto?»
Gaia ricomincia a sbracciare e a urlare: «Tu lo sai? Io no».
Massimo torna a guardarmi e si porta un dito vicino alla tempia, facendomi capire che mi considera pazzo.
Non gli rispondo e riprendo a parlare con Fiore, cercando di non dare importanza al gesto. Voglio evitare che la situazione si trasformi in una discussione collettiva, con tutti pronti a giudicarmi senza sapere davvero cosa stia succedendo tra me e Gaia.
Non passa neppure un minuto prima che lei ricominci a urlare, parlando da sola: «Ma quel coglione si ricorda che ci sono anche io? Sta facendo come se io non esistessi. I suoi amici mi venerano, mi vorrebbero portare a letto tutti e tre. Anche tutti quelli dell'università pagherebbero a peso d'oro per essere qui con me. E il coglione rimane al tavolo con quello lì.»
Continuo a parlare con Fiore, ma la tensione è ormai evidente: «Fai finta di niente.»
Gaia alza ancora la voce. «Coglione, sto parlando con te.»
Cerco di non ascoltarla. Non voglio più reagire a ogni provocazione, perché so quanto facilmente finiamo per ricadere nello stesso meccanismo: lei alza la voce, io cerco di spiegarmi, lei interpreta le mie parole come un attacco e tutto ricomincia.
Improvvisamente qualcosa mi colpisce. È il cellulare di Gaia.
Lei lo ha lanciato verso di me e ora urla: «Avanti, controllalo. Così poi sarai soddisfatto. Ho tolto tutte le password. Tienilo pure te, se vuoi.»
Guardo il telefono, poi lei. Non voglio che la fiducia venga trasformata in una prova da superare attraverso la consegna di un oggetto. Sospiro: «Gaia, stiamo dando spettacolo.»
Lei si avvicina e si inginocchia davanti a me, senza appoggiare le ginocchia a terra. Il suo tono cambia ancora, diventando improvvisamente confidenziale: «Francesco, sono fuori di testa. Sono isterica. Ho bisogno di calmarmi. Se chiamassi qualche ragazzo per distrarmi, non so come finirebbe. Ho le difese abbassate. Sicuramente mi porterebbe a letto, senza neanche che io me ne accorga.»
La sua confessione mi mette a disagio, perché non so se stia cercando aiuto, se voglia provocare la mia gelosia oppure se stia semplicemente dando voce alla propria agitazione. Dopo tutto quello che ci siamo detti, faccio fatica a distinguere una richiesta sincera da un'altra provocazione.
Per questo rispondo con ironia, senza riuscire a nascondere del tutto l'amarezza:«Ovviamente tutti, tranne me.»
Gaia si rialza di colpo e torna a guardare verso l'alto: «Calma Gaia, calma. Vincerai il premio Nobel per la pazienza. Ti accontenti di un coglione e il coglione fa pure il figo.»
A questo punto mi alzo anch'io. Non voglio continuare a rimanere seduto mentre lei mi insulta e pretende che sia io a trovare il modo di tranquillizzarla: «Invece di insultarmi sempre, cerca di capire il mio stato d'animo. Dopo l'altra sera, sei ancora qui a parlare con il barista.»
La mia osservazione la spinge a prendere a calci la sedia.
Per un momento temo che la discussione possa ricominciare da capo, ma questa volta Gaia sembra riconoscere almeno una parte delle proprie responsabilità: «Sono venuta qui solamente perché sei voluto venire tu. Hai ragione, non ci ho pensato che non sarei dovuta andare al bancone, ma che sarei dovuta rimanere a un tavolo da sola, come una cretina. Lo ammetto, ho sbagliato. Ti chiedo scusa. Ho anche sbagliato a rispondergli, ma ero nervosa e lo sono ancora. Ora possiamo andare a fare un giro io, te e Fiore? Qui dentro mi sento soffocare.»
La sua ammissione mi sorprende, anche se arriva dopo una lunga serie di accuse e scenate. Non so quanto durerà questo momento di lucidità, ma almeno adesso Gaia riconosce di aver sbagliato.
Subito dopo, però, si mette le mani intorno al collo e inscena un'altra reazione teatrale: «Non respiro, ho bisogno d'aria».
Non voglio restare ancora al centro dell'attenzione.
Mi rivolgo a Fiore, cercando una via d'uscita concreta da questa situazione: «Andiamo a fare un giro, qui non sono il benvenuto».
Lui mi guarda stupito: «Francesco, sto lavorando».
Gli faccio notare: «Chiedi un permesso».
Fiore si alza e va a parlare con Massimo, che lo guarda perplesso. Non riesco a sentire cosa si dicano; parlano per qualche istante, poi Fiore torna da me: «Andiamo pure».
Ci incamminiamo verso la porta e Gaia ci segue a passo spedito, senza salutare neppure Massimo.
Io non so se il suo comportamento sia dettato dal bisogno di chiarire con me, dalla paura che me ne vada o dall'incapacità di sopportare che io possa prendere una decisione senza coinvolgerla. Per il momento, però, scelgo di non interpretare ogni suo gesto: ho solo bisogno di uscire da questo bar e di parlare lontano dagli sguardi di tutti.
Stiamo per raggiungere la macchina quando Gaia accelera il passo, decisa a prendere il posto accanto a me: «Io sto davanti, accanto a Francesco».
Io e Fiore ci scambiamo uno sguardo in silenzio. Non capisco perché Gaia tenga tanto a sedersi proprio lì e, dal suo viso, Fiore sembra altrettanto disorientato. Non faccio domande e mi metto alla guida. Appena partiamo, nell'abitacolo cala un silenzio di tomba: nessuno sembra sapere come cominciare una conversazione senza rischiare di provocare una nuova reazione di Gaia.
Dopo qualche istante, la mia compagna di università rompe il silenzio: «Francesco, vai in un posto isolato».
Mi giro subito verso di lei, stupito dalla richiesta. Non so cosa abbia in mente, ma il tono con cui me lo dice lascia intendere che non si tratti di una semplice proposta.
Fiore interviene, cercando di suggerire una soluzione pratica: «Andiamo in qualche stradina della provinciale. Dobbiamo comunque stare attenti, mettono multe con una facilità allucinante. Anche se poi il papà di Gaia potrebbe farcela togliere, eventualmente».
Gaia si volta verso di lui e lo guarda con una tale ostilità che sembra volerlo zittire senza bisogno di parlare.
Fiore si accorge immediatamente della sua reazione e cerca di capire che cosa abbia detto di sbagliato: «Cosa ho detto di male? L’ho solamente proposto».
Guardo Gaia e le appoggio una mano sulla spalla, invitandola con quel gesto a girarsi verso di me. I suoi occhi si abbassano sulla mia mano, poi risalgono lentamente fino al mio viso.
Non dice nulla e alla fine si gira. Il suo silenzio, però, non mi rassicura: ho l'impressione che stia trattenendo qualcosa e che la conversazione, una volta arrivati, possa diventare ancora più difficile.
Raggiungiamo il luogo suggerito da Fiore. Per fortuna non c'è nessuno.
Spengo ogni distrazione e mi preparo ad ascoltare, senza sapere che cosa Gaia voglia ottenere da questo incontro.
La mia compagna di università prende subito la parola: «Mi rivolgo a entrambi. Voglio sapere che rapporto c'è tra voi due».
La domanda mi sembra assurda, soprattutto dopo tutto quello che è successo al bar: «Nessun rapporto che intendi tu».
Gaia si gira verso Fiore, aspettando che sia lui a chiarire la situazione.
Il barista le risponde con calma, cercando di distinguere il rapporto che abbiamo davvero dai sospetti che lei sembra essersi costruita: «Gaia, Francesco non è omosessuale. Me ne sono accorto. A differenza degli altri ragazzi, mi rispetta. Mi vede come un amico e viceversa».
Gaia torna a guardarmi, poi sposta gli occhi su Fiore. Sul suo volto compare un'espressione sospettosa, come se le nostre risposte non fossero sufficienti a convincerla. Non sembra fidarsi di nessuno dei due e, invece di accettare le spiegazioni, pare intenzionata a sottoporci a una prova.
All'improvviso scende dalla macchina, gira intorno alla vettura, apre la portiera posteriore e sale dietro. Fiore si sposta leggermente verso la portiera opposta, cercando di mantenere una distanza che gli permetta di sentirsi a proprio agio. Gaia nota il movimento e gli rivolge una domanda diretta: «Hai paura di me?».
Fiore scuote la testa: «No, è che non sto capendo cosa tu ci faccia qui. Saremmo dovuti esserci solamente io e Francesco».
Gaia torna a guardarmi e assume un'espressione che sembra voler essere un complimento, ma che riconosco come ironica. È come se volesse insinuare qualcosa sul mio rapporto con Fiore, costringendomi a reagire o a difendermi.
Io, invece, resto in silenzio. Preferisco osservare come si sviluppa la situazione, perché ogni intervento rischia di offrire a Gaia un nuovo pretesto per provocare.
Poi lei si rivolge a Fiore con una richiesta improvvisa: «Tiralo fuori, allora».
Il barista la guarda, impallidendo quasi: «Cosa?»
Gaia si gira verso di me, come se la spiegazione fosse talmente ovvia da non richiedere ulteriori chiarimenti: «Francesco, se Fiore è omosessuale, che problema c'è se lo tira fuori davanti a me e a te? Io non gli interesso di sicuro, a te lui non interessa. Dunque non vedo il problema. Tu ne vedi?»
La guardo e scuoto la testa: «Non ne vedo neanche io.»
Fiore interviene, cercando di capire come siamo arrivati a una richiesta simile: «Un attimo. Mi volete spiegare il motivo?»
Gaia muove le spalle, quasi volesse giustificare la propria iniziativa con la semplice libertà di fare ciò che le passa per la testa: «Così. Non ci deve essere necessariamente una spiegazione.»
Fiore si gira verso di me, probabilmente aspettandosi che io chiarisca la mia posizione.
Gli rispondo senza esitazioni: «A me la cosa è indifferente. Qui non trovo illogicità nel discorso di Gaia.»
Il barista alza le spalle, accettando la nostra risposta: «Va bene, come volete.»
Si slaccia la cintura, poi apre i jeans e compie il gesto richiesto. La situazione è surreale, e mi rendo conto di quanto una semplice domanda sul nostro rapporto sia degenerata in una prova concreta, della quale non avevo previsto gli sviluppi.
Fiore guarda prima Gaia e poi me, cercando di capire se abbiamo ottenuto ciò che volevamo:«Soddisfatti?»
La mia compagna di università si rivolge a Fiore con un'altra richiesta, lasciandomi ancora una volta senza capire dove voglia arrivare: «Vorrei che tu iniziassi a toccarti».
Fiore la guarda perplesso, come se avesse bisogno di essere certo di aver compreso bene: «Aspetta, forse non ho capito. Mi stai chiedendo di farmi una sega?».
Non aspetta nemmeno una risposta. Si gira verso di me, probabilmente cercando di capire se io sia al corrente delle intenzioni di Gaia. Ma non ne so più di lui. Anch'io mi metto a guardarla, cercando di intuire quale sia il senso di questa situazione sempre più assurda.
Finalmente Gaia riprende a parlare: «Continuo a non vedere il problema. Credo di essermi spiegata bene prima, e lo stesso Francesco concorda con me. Quindi qual è il problema?».
Fiore torna a guardarmi. La sua espressione tradisce un certo disagio, anche se cerca di mantenere un atteggiamento ragionevole: «Francesco, io la trovo una cosa veramente stupida. Ma se voi due siete entrambi d’accordo, io la posso anche fare. Non ho capito il motivo di questa cosa, però non c’è problema».
Alzo anch'io le spalle: «Ormai sono curioso anche io di dove voglia andare a parare Gaia.»
La mia risposta non significa che abbia compreso le sue intenzioni. Semplicemente, dopo aver assistito alle sue continue provocazioni, voglio capire quale conclusione abbia in mente. Gaia sembra voler dimostrare qualcosa, ma non so se stia cercando di mettere alla prova me, Fiore oppure entrambi.
Fiore impugna il pene e comincia a muovere lentamente la pelle attorno all'asta. I movimenti sono incerti e misurati, più simili a un tentativo di adattarsi alla situazione che a una vera masturbazione.
Osservo che il suo pene comincia a indurirsi quasi subito: sono sufficienti quei pochi movimenti perché acquisti consistenza.
La situazione mi mette a disagio soprattutto per il contesto in cui si sta svolgendo. Non siamo qui perché qualcuno abbia desiderato spontaneamente questo momento, ma perché la mia compagna di università ha deciso di trasformare una questione personale in una specie di dimostrazione. Continuo comunque a osservare, anche perché non riesco a capire che cosa si aspetti da me.
Improvvisamente la mia compagna di università mi interpella: «Francesco, vedo che stai osservando attentamente.»
Guardo prima il barista e poi Gaia: «Se non guardassi, tu avresti da ridire ugualmente. E poi, cosa c’è di strano? Se gli hai chiesto di farlo, è perché guardassimo entrambi. A te lui non interessa, dunque in qualche modo tu vuoi che io partecipi a questa cosa.»
Gaia rimane a fissarmi, aggrottando le ciglia. Non risponde e si gira nuovamente verso Fiore. Il suo silenzio mi impedisce di capire se abbia trovato convincente la mia spiegazione oppure se stia semplicemente elaborando un'altra provocazione.
Nel frattempo, Fiore ha rallentato notevolmente i movimenti. Accompagna lentamente la pelle lungo l'asta, quasi volesse interrompere quello che sta facendo: «Adesso che ce l'ho duro, mi fa male segarmi. Ho bisogno di lubrificarmi il cazzo, ma ho poca saliva.»
Gaia si gira verso di me, probabilmente aspettandosi una reazione. Io, però, non dico nulla. Non vedo che cosa potrei aggiungere e non voglio lasciarmi trascinare in un'altra discussione costruita sulle provocazioni.
Fiore riprende a parlare, rivolgendosi direttamente a me: «Francesco, mi puoi aiutare? Puoi lubrificarmelo?»
Gaia torna a guardarmi, in attesa.
Questa volta rispondo senza passare da lei, perché è Fiore ad avermi fatto la richiesta: «Come mai mi chiedi una cosa simile, se sai che non mi piacciono i maschi? Ti sei rincoglionito anche tu?»
Lui cerca di giustificarsi, facendo riferimento al fastidio che prova: «Francesco, mi fai male. Se mi date un po' di saliva, che problema c’è?»
La parola che usa attira immediatamente l'attenzione di Gaia: «Date? Ho sentito bene?»
Fiore le risponde con naturalezza, includendola nella richiesta: «Ma certo, Gaia. Va bene anche la tua saliva.»
La mia compagna di università mi guarda con un'espressione sconvolta. Evidentemente non si aspettava che Fiore coinvolgesse anche lei in modo così diretto. Fino a questo momento è stata lei a stabilire le condizioni della situazione, convinta di poter decidere chi dovesse partecipare e in che modo. Adesso, invece, si trova davanti a una richiesta che non aveva previsto e che la costringe a confrontarsi con le conseguenze concrete della propria iniziativa.
Intervengo nuovamente, cercando di riportare la conversazione su un piano comprensibile: «Fiore, ma quando sei con i tuoi partner, come fai, scusa?»
Il barista allarga le braccia, cercando di spiegarmi la situazione dal suo punto di vista: «Francesco, sono cose soggettive. A me fa male se mi sego, a te no».
La sua risposta non risolve il problema, ma almeno chiarisce che per lui la questione riguarda soprattutto una difficoltà fisica, non necessariamente il significato che Gaia sembra attribuire a quello che sta succedendo.
Nel frattempo, la mia compagna di università continua a spostare lo sguardo da una persona all'altra, seguendo ogni intervento. Il pene di Fiore rimane appoggiato al suo ombelico mentre lui aspetta che io o Gaia prendiamo una posizione. L'atmosfera è sempre più imbarazzante: siamo finiti in una situazione che nessuno di noi sembra aver davvero previsto fino in fondo.
Gaia si rivolge direttamente a me: «Francesco, non puoi fare cadere della saliva sulla mano di Fiore?».
La richiesta mi provoca un'immediata reazione di rifiuto: «Gaia, assolutamente no. Mi farebbe solamente schifo il gesto».
Lui sbuffa, come se la mia risposta fosse troppo prudente per la sua idea di quello che dovremmo fare alla nostra età: «Ma abbiamo venti anni. Se non facciamo le cazzate a questa età, quando le facciamo? Tirate a sorte, tra te e Gaia, chi dovrà lubrificarmelo».
Gaia mi guarda spalancando gli occhi. Per la prima volta, sembra rendersi conto che la sua iniziativa potrebbe richiedere una decisione concreta anche da parte sua.
Io rimango in silenzio, perché non riesco a capire quali siano le sue vere intenzioni. Fino a questo momento avevo interpretato tutto come una provocazione, senza immaginare che potesse diventare una situazione dalla quale avrei faticato a tirarmi fuori senza sembrare quello che si sottrae per paura.
Il mio amico si rivolge a Gaia, approfittando del fatto che io non rispondo: «Visto che Francesco non parla, decidi tu».
La mia compagna di università inspira profondamente, come se stesse cercando di mettere ordine nei propri pensieri: «Non lo so. Io ho voluto fare questa cosa perché alcuni suoi comportamenti mi hanno lasciata perplessa. Però ero certa, o quasi, che non ci sarebbe stata la sua partecipazione. Soprattutto poi, davanti a me».
La sua ammissione mi fa capire che dietro questa iniziativa c'è qualcosa di più di una semplice curiosità. Gaia voleva osservare la mia reazione, forse verificare se il mio comportamento fosse davvero coerente con ciò che le ho sempre detto. Tuttavia, invece di chiedermi spiegazioni direttamente, ha scelto di coinvolgere Fiore in una prova che mette tutti a disagio.
Questa volta decido di risponderle: «Posso capire in parte le tue perplessità. Solamente in parte. Comunque Fiore non c’entra nulla con noi due».
Fiore interviene subito, senza nascondere il proprio punto di vista: «Se sei mio amico, non puoi dire che non c'entro nulla. È vero che non devo entrare nelle vostre dinamiche, e non lo farei mai comunque, però credo che ti confideresti con me con il passare del tempo. Diventerei anche amico di Gaia, ovviamente rimanendo sempre fuori dalle vostre dinamiche. Questa è la classica cazzata giovanile proposta da Gaia, ormai facciamola».
Capisco cosa intende. Fiore non vuole essere considerato un estraneo, soprattutto se il nostro rapporto dovesse diventare più stretto. Ma questo non significa che io debba partecipare a qualcosa che mi mette a disagio soltanto per dimostrargli la mia amicizia. Posso apprezzare la sua vicinanza senza rinunciare ai miei limiti: «Fiore, io non ce la faccio, scusami. Mi piacciono solamente le ragazze.»
Lui, però, insiste, mettendo in discussione una certezza che per me non ha bisogno di essere verificata in questo modo: «Ma se non hai mai provato, come fai a dirlo?»
Scuoto la testa, rifiutando categoricamente la proposta. Non voglio neppure continuare a discutere della mia sessualità come se fosse una teoria da dimostrare attraverso un esperimento. So quello che desidero e non sento il bisogno di fare qualcosa che non voglio per convincere gli altri.
Il barista, constatato il mio rifiuto, si gira verso Gaia: «E allora fallo tu.»
Gaia spalanca gli occhi, nuovamente sorpresa dalla proposta di Fiore: «Ma se ti piacciono i maschi, cosa c'entro io?»
Il barista le fa notare una contraddizione che lei sembra voler evitare: «Ieri hai fatto un pompino a Massimo, e ora fai tutto questo casino? Non la capisco proprio questa cosa».
La mia compagna di università arrossisce. Per la prima volta da quando siamo arrivati in questo luogo isolato, sembra davvero in difficoltà. Fino a questo momento ha cercato di dirigere la situazione, mettendo me e Fiore davanti a richieste sempre più provocatorie. Adesso, invece, è lei a trovarsi sotto pressione e non sembra sapere come uscirne: «Non vorrei più parlarne, e soprattutto davanti a Francesco».
Improvvisamente Fiore le mette una mano dietro la nuca, tra i capelli, ed esercita una lieve pressione per avvicinarle la testa al proprio corpo.
Gaia intuisce subito le sue intenzioni e si sottrae, usando le mani per allontanare il suo braccio. «Si può sapere cosa fai?»
Lui le risponde senza tanti giri di parole. «Lubrificamelo, dai.»
La reazione di Gaia è immediata. Invece di concentrarsi sulla richiesta, comincia ad agitarsi, preoccupata soprattutto per il contatto con i suoi capelli: «Ma con che mano hai toccato i miei capelli? Mica con quella con cui ti sei toccato il pisello? Che schifo! Non provarci mai più.»
Fiore si gira verso di me con un'espressione decisamente perplessa.
Devo ammettere che anch'io sono sorpreso: Gaia ha proposto lei questa situazione, ha insistito perché partecipassimo entrambi e adesso reagisce con disgusto persino all'idea che lui possa averle toccato i capelli con la mano sbagliata. La sua attenzione sembra essersi spostata improvvisamente dalla prova che voleva organizzare a un dettaglio che la mette in agitazione.
«Che mano hai usato? Non puoi non ricordartelo», la mia compagna di università insiste, come se avesse bisogno di una certezza assoluta prima di riuscire a calmarsi.
Fiore cerca di rassicurarla: «Tranquilla, ho usato l'altra mano. Però non capisco tutta questa tua ritrosia. Ieri hai preso un cazzo in bocca».
Gaia reagisce colpendo ripetutamente con i pugni lo schienale del sedile. La sua irritazione cresce: il riferimento alla sera precedente sembra toccare un punto che non vuole affrontare, soprattutto in mia presenza: «Ti ho già detto che non voglio più parlarne.»
Poi torna a guardarmi. Non so se cerchi sostegno, se voglia verificare la mia reazione o se sia semplicemente consapevole di quanto sia diventata imbarazzante la situazione.
In ogni caso, la sua attenzione torna su di me, proprio mentre Fiore prova ancora a convincerla: «Non ti tocco più. Però lubrificamelo, dai.»
Rimango in silenzio, osservando Gaia. La situazione che lei stessa ha voluto creare sta mettendo in evidenza le sue contraddizioni: pretendeva che io e Fiore accettassimo la sua iniziativa senza discutere, ma adesso fatica a gestire le conseguenze delle proprie richieste.
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