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E' un mondo difficile ( capitolo 107 )


di chiara94
24.10.2026    |    533    |    70 7.5
"Gaia è visibilmente imbarazzata e interviene: «Ragazzi, vi chiedo di rimanere calmi..."
Fausto mi saluta: «Ciao Francesco, che coincidenza. Volevo scriverti, ma alla fine mi sono dimenticato. Ho avuto mille cose da fare».
Ironizzo: «Sicuramente non ti sei dimenticato di scrivere a Gaia e Serena».
Mi guarda, storcendo la bocca.
Gli do un piccolo pugnetto sul braccio: «Sto scherzando. Dai ragazzi, non vi riconosco più. Ieri mi siete sembrati delle pecore, quando siete usciti dal bar. Ci mancava solamente che belaste».
Non riesco a rimanere serio e scoppio a ridere, ma i miei amici non sembrano apprezzare la battuta. La loro reazione mi sorprende solo in parte. Sono abituato a scherzare con loro, ma questa volta la mia ironia contiene anche un'evidente cattiveria: li ho visti seguire le ragazze, accettare le loro decisioni e poi lamentarsi di essere stati ignorati.

Giacomo mi domanda: «Francesco, ti vedo diverso».
Scuoto leggermente la testa, poi abbozzo un sorriso: «Ho solamente capito che la vita deve essere presa per quella che è. Una merda».
Trasformo la delusione in una battuta cinica, perché ammettere quanto gli ultimi avvenimenti mi abbiano ferito sarebbe molto più difficile.
Nicolas mi domanda: «Colpa di Gaia?».
Anche a lui do un pugnetto sulla spalla: «Fatti una vagonata di cazzi tuoi. Questa è la mia risposta. Se volete vedermi per giocare a qualche videogioco, va bene. Se volete andare a bere qualcosa, va bene. Se dovete rompermi il cazzo sulle ragazze, statemi alla larga. Non ho voglia di sentire le vostre opinioni. Ho già ascoltato le vostre esperienze, e mi è bastato. Questa non è bella, quell'altra pure. Allora perché ci avete fatto le porcate? Io sto bene così. Non ho bisogno di raccontare stronzate, per sembrare un figo. Piaccio comunque, anche se non riempio di sborra una, in un'aula vuota dell'università, o se non infilo le dita nella figa di una, che non vuole che la sua figa venga profanata, o se non vado in banca a fare il fanfarone con una sposata. Che poi, il risultato di fare il fanfarone? Dopo la prima volta, una non ti considera più. Perché? I fanfaroni non piacciono, soprattutto a quelle più grandi».
Ho usato un tono volutamente aggressivo. Voglio mettere un limite alle loro domande e impedire che la mia vita sentimentale diventi un argomento di discussione.

Nicolas vorrebbe intervenire, ma Fausto gli fa capire di non intromettersi. Decide di rispondere lui, assumendo nuovamente il ruolo di leader: «Può essere come dici, ma noi sappiamo i nostri limiti. Meglio una cessa, che farci le seghe. Oppure ti è piaciuto uscire con Gaia e Serena, che non ci hanno cagati di striscio? Compreso te, fenomeno.»
La provocazione tocca un punto che preferirei ignorare. Anche io sono stato coinvolto in quella situazione e non posso sostenere di esserne uscito soddisfatto.
Muovo le labbra come se stessi riflettendo e inclino la testa da una parte e dall'altra, prendendoli in giro: «A me non è piaciuto, a voi sì. Altrimenti non sareste qui.»
Preferisco non aggiungere altro.
Giacomo interviene: «Guarda che è una coincidenza.»
Scoppio a ridere: «Può essere. Allora levatevi dal cazzo.»
La risata mi aiuta a chiudere la discussione, prima che la situazione si surriscaldi.

I miei amici si guardano, poi Nicolas riprende il discorso: «Francesco, ma non possiamo provare a chiarirci?»
Scuoto la testa e mi metto a ridere: «D’accordo. È il mio turno. Quando ho finito, andiamo a fare due passi.»
Mi alzo e Fausto fa altrettanto: «Vengo con te, così mi fai saltare la coda. Tanto non penso che devi fare operazioni segrete.»
Gli do un'altra piccola pacca sulla spalla: «Ricordatevi sempre: amici sì, ma dovrete sempre farvi una vagonata di cazzi vostri.»
Fausto, a quel punto, decide di sedersi. Vorrei allontanarli definitivamente da ma, ma non sarà facile: Gaia è il collante che li tiene legati a me.

Mi avvicino allo sportello, per effettuare il pagamento.
Mentre aspetto che la cassiera completi l’operazione, compare Serena: «Ciao Francesco, che coincidenza».
La sua presenza mi sorprende. Indossa una maglietta attillata, simile a quella di Azzurra, jeans larghi e scarpe sportive bianche. L’aderenza della maglietta contrasta con l’ampiezza dei pantaloni, creando un insieme casual, ma curato.
La guardo e rispondo: «Sto pagando delle bollette di casa. Mio padre preferisce evitare gli addebiti automatici. Sai, è un po’ al antica. Così pensa di avere più il controllo della situazione».
Cerco di mantenere un tono naturale, senza dare particolare importanza al suo arrivo. Serena prende le bollette e le osserva, soffermandosi anche sulle ricevute. Poi torna a guardarmi: «Tuo padre ti ha dato un compito di molta responsabilità, vedo».
Si porta una mano davanti alla bocca per nascondere la risata, quindi si rivolge alla cassiera: «Scusami, ma Francesco è così buffo».
La ragazza rimane seria, evidentemente poco divertita dalla sua battuta.
Riconosco il modo di fare di Serena: le piace provocare e mettere in imbarazzo le persone, ma non ho intenzione di darle soddisfazione.
Mi rivolgo direttamente alla cassiera: «È fatta così, lascia perdere. Tanto bella, ma ha il cervello di una pecora. E non voglio offendere le pecore».
La battuta mi esce spontanea, in continuità con il sarcasmo che ho usato poco prima con i miei amici.
La cassiera si sforza di trattenere una risata.
Serena mi guarda: «Ti credi figo, Francesco? Ricordati sempre di ieri sera. L’hai raccontato a questa tua amica?»

La sua domanda è chiaramente provocatoria. Vuole mettermi in difficoltà davanti a una persona estranea, riportando alla luce un episodio che sa essere ancora doloroso per me. Invece di abbassare lo sguardo, mi volto verso la cassiera e le dico: «Ieri sera una che mi piace ha fatto un pompino a un altro. Non è la mia ragazza, dunque non c’è stato alcun tradimento. Ci sono rimasto male? Sicuramente. Però rimango figo lo stesso.»
Cerco di affrontare la situazione con disinvoltura, quasi che pronunciare apertamente quello che è successo possa togliergli una parte del suo peso. Non voglio che Serena decida quanto debba sentirmi umiliato, né che la mia delusione diventi uno strumento per prendermi in giro.
Serena mi guarda e sposta lo sguardo sull'addetta alla cassa, aspettando la sua risposta, che arriva poco dopo: «Non te la prendere. È successo anche a me che alcune mie amiche si sono scopate quelli che mi piacevano. È un mondo difficile. Sul subito ci rimani male, ma poi ti passa. Se ti guardi intorno, ne trovi mille di più belle».
Le sue parole mi sorprendono. Non cerca di ridicolizzarmi, ma mi offre un punto di vista concreto, basato su un'esperienza simile. Non significa che la mia delusione debba sparire all'istante, però mi ricorda che Gaia non è l'unica ragazza al mondo e che il mio valore non dipende dalle sue scelte.
Serena, invece, la guarda molto male, poi sposta gli occhi su di me.
Vuole una risposta e decido di accontentarla: «In effetti non ha tutti i torti. Se una tira troppo la corda, poi si spezza. È una proprietà della fisica».
Uso l'ironia per ribadire che non intendo accettare qualsiasi comportamento soltanto perché provo qualcosa per Gaia. Non so ancora come gestire quello che è successo, ma almeno voglio sentirmi libero di esprimere il mio disappunto.

L'amica di Gaia mi risponde: «Francesco, ti aspetto fuori. Ti devo parlare di una cosa importante».
Si gira a guardare la cassiera e le dice: «Sfigata».
L'addetta alla cassa non risponde alla provocazione. Il suo silenzio rende ancora più evidente il contrasto tra il comportamento composto della ragazza e quello aggressivo di Serena, che sembra incapace di tollerare una persona, quando non si adegua alle sue aspettative.
Io non intervengo. Ho la sensazione che la conversazione non sia affatto finita e che, una volta fuori, Serena voglia affrontarmi senza testimoni.

Finita l’operazione, mi guardo intorno al interno della sala. I miei amici sono scomparsi.
Esco e trovo Serena seduta sul cofano della mia macchina, come se mi stesse aspettando da un pezzo.
Appena mi avvicino, mi dice: «Francesco, ho saputo cosa è successo. Tu hai bisogno di prendere lezioni su come ci si comporta con una ragazza».
Il suo tono non lascia spazio a una conversazione tranquilla: sembra aver già stabilito quale sia il mio problema e quale debba essere la soluzione.
Le domando: «E chi me le dovrebbe dare?».
Serena mi guarda in silenzio.
Quel silenzio mi insospettisce e mi fa venire un dubbio: «L'amico di Azzurra?».
Scuote la testa: «Assolutamente no. Non ti dovrai più avvicinare a loro. Ci sono già troppi casini, non ne vogliamo altri. Non possiamo venire a tirarti fuori dai guai perché tu importuni ragazze, che non sono interessate a te».
La risposta è netta. Serena non vuole soltanto consigliarmi di comportarmi diversamente: pretende di stabilire con chi posso parlare e chi devo evitare, giustificando la sua posizione con il rischio che io possa creare altri problemi.

Le rispondo: «Non me ne frega niente di cosa pensate. Io esco con Gaia, ma voglio fare la mia vita. Un po' come succedeva con Valentina».
Voglio farle capire che frequentare Gaia non significa rinunciare alla mia autonomia. Posso essere interessato a lei, senza accettare che qualcun altro decida ogni aspetto della mia vita.
L'amica di Gaia si avvicina e mi tira uno schiaffo: «Te lo scordi, tu non puoi fare quello che vuoi. Dimenticatelo proprio. E te l'abbiamo dimostrato oggi. In posta sono venuta a controllarti».
Rimango colpito soprattutto dalla sua ultima frase: «Serena, io faccio quello che voglio».
Un altro schiaffo mi arriva: «Francesco, stai scherzando, spero. Non vuoi che Gaia parli con altri ragazzi, non vuoi che veda altri ragazzi, pretendi che si vesta come vuoi te, e poi mi dici che tu puoi fare quello che vuoi?».
La guardo in silenzio. Le sue parole mi costringono a confrontarmi con una contraddizione che non posso liquidare facilmente. Pretendo da Gaia una libertà limitata dalle mie paure, mentre difendo la mia come se fosse intoccabile.

Serena mi chiede: «Cosa c’è?».
Sospiro: «Ti sei dimenticata una cosa».
Aggrotta le ciglia: «Quella cosa è esclusa. Gliela hai fatta pesare così tante volte, che non ne farà mai più».
La sua risposta mi fa intuire che Gaia abbia deciso di chiudere definitivamente quella possibilità, anche a causa delle discussioni che abbiamo avuto.
Ironizzo: «Lo immaginavo».
Cerco di mascherare la delusione con una battuta, ma il pensiero che Gaia possa aver escluso qualcosa proprio per il modo in cui mi sono comportato mi irrita. La trovo più una scusa e la ragazza difende la posizione del amica: «Non penso che sia fondamentale».
Cerco comunque di nascondere il mio disappunto: «Non lo sarebbe stato, se non fosse stata così stronza con me».
Un altro schiaffo mi colpisce: «Lei non è obbligata a farteli».
Ha ragione, ma le faccio notare un'altra cosa ovvia: «Lo so. Come non è obbligata ad ascoltarmi sulle altre cose».
Non posso negare che Gaia abbia il diritto di scegliere cosa fare e cosa non fare. Allo stesso tempo, non riesco a separare quella consapevolezza dal risentimento per il modo in cui mi sento trattato. È proprio questa confusione a rendermi difficile affrontare la situazione con lucidità.

L’amica di Gaia mi minaccia proprio: «Francesco, non farci arrabbiare o te la faremo pagare cara. Ora scrivi qualcosa di carino a Gaia.»
Il passaggio dalla minaccia all'ordine mi lascia perplesso. Serena pretende che io dimostri pentimento, ma lo fa con la stessa prepotenza che rimprovera a me.
La guardo: «Ma in che senso?»
Mi risponde: «Dimostrale che sei pentito per prima. L’hai trattata molto male. Stasera farete un esperimento tu e la mia amica.»
Le chiedo: «Che esperimento?»
La risposta è ancora una volta molto vaga: «Te lo dirà lei.»
L'idea di un esperimento organizzato da Gaia e Serena mi mette in allarme: non so che cosa abbiano in mente né quale ruolo si aspettino che io assuma: «No, non le scrivo. Basta fare il pagliaccio. Le parlerò di persona dopo. Ora devo andare.»
Non voglio mandare un messaggio soltanto perché Serena me lo ordina. Se devo chiarire qualcosa con Gaia, preferisco farlo direttamente, senza intermediari e senza trasformare ogni gesto in una prova da superare.

Serena scende dal cofano e mi guarda mentre entro in macchina. Sto per partire quando bussa al vetro della portiera: «Francesco, vuoi andare a fare un giro?»
La richiesta mi sorprende dopo gli schiaffi e le minacce. Per un istante mi domando se stia cercando di cambiare atteggiamento oppure se si aspetti semplicemente che io faccia quello che vuole.
La guardo, ci rifletto un attimo e poi le rispondo: «Ci sono i miei amici in zona. Chiedi a uno di loro».
Serena non ci vede più dalla rabbia e dà un calcio alla portiera della mia macchina, poi se ne va. Rimango per un momento a osservarla allontanarsi, irritato dal suo comportamento e ancora più confuso da questa giornata.

Torno davanti al ufficio di Gaia. È ora di andarla a prendere. Mentre aspetto, penso a come potrebbe comportarsi con me dopo gli ultimi avvenimenti. Non so se sarà ancora arrabbiata o se avrà deciso di lasciarsi alle spalle le nostre discussioni. Vorrei che tra noi tornasse un po’ di serenità, ma temo anche che basti una mia parola sbagliata per rovinare tutto.
La mia compagna di università esce puntuale dal ufficio e sale in macchina. Mi guarda e mi dà un bacio vicino alle labbra: «Ciao, Francesco.»
È la prima volta che fa un gesto simile e, sinceramente, rimango spiazzato. Non capisco il significato di questo bacio. È un segnale di affetto, un modo per rassicurarmi oppure l’ennesima trappola?
Prima ancora che io riesca a trovare una risposta, Gaia si è già tirata leggermente indietro e si è accorta della mia confusione. Si mette una mano sotto il mento e mi dice: «Hai ragione, Francesco.»
Si avvicina di nuovo e mi dà altri due baci, sempre quasi vicino alle labbra: «Devo darti tre bacini, non uno. È la moda, no?»
Il suo tono scherzoso rende difficile capire quanto ci sia di spontaneo in quei gesti e quanto, invece, voglia divertirsi alle mie spalle.
Le rispondo: «Gaia, io non ti riesco proprio a capire».

La mia compagna di università mi fissa: «Francesco, se tu ti comporterai bene, io sarò gentile e affettuosa con te. Dunque hai tutto da guadagnarci, a comportarti bene».
Apprezzo il suo gesto e voglio dimostrarglielo, anche se la condizione che pone mi lascia perplesso. È come se mi offrisse la possibilità di ricevere il suo affetto, ma mi ricordasse contemporaneamente che spetta a lei stabilire quando concedermelo.
Non voglio, però, trasformare anche questo momento in una discussione: «Gaia, ho molto apprezzato il tuo modo di salutarmi. Io mi comporterò bene con te, ma non diventerò mai come l'amico di Azzurra».
Abbozza un sorriso: «Vedremo, Francesco. Vedremo».
Il mio sguardo si indurisce: «Non vedremo niente, te lo assicuro».
Non voglio che il suo modo di comportarsi mi faccia sentire obbligato a diventare una persona diversa per meritare le sue attenzioni.
Gaia scoppia a ridere: «Francesco, ma stavo scherzando! Mi piace farti arrabbiare, sei così buffo».
Io resto a guardarla, senza ridere. Per lei, forse, questa è soltanto una maniera divertente di stuzzicarmi; per me, invece, certi paragoni toccano una sensibilità che faccio fatica a nascondere.
Gaia sbuffa, ma mantiene la sua espressione solare: «Pace? Andiamo a prendere l’aperitivo?».
Nonostante la provocazione, preferisco chiudere subito la questione. Non voglio essere in conflitto con lei, proprio adesso che sembra disposta a mostrarmi un po’ di affetto: «Certamente».

Improvvisamente qualcuno batte sul finestrino dal lato di Gaia e richiama la nostra attenzione. È Mariano: «Gaia, vieni a fare l’aperitivo con noi?».
La mia compagna di università abbassa il finestrino e rifiuta: «Non posso, mi dispiace. Ho già preso un impegno con Francesco. Sarà per la prossima volta».
La sua risposta mi sorprende piacevolmente. Ha un’occasione per unirsi agli altri, ma sceglie di mantenere l’impegno preso con me. Non so quanto questo significhi per lei, però, almeno per il momento, apprezzo che non mi metta da parte.
Voglio premiarla,dandole fiducia: «Gaia, vai pure, se vuoi. Ti aspetto in macchina. Non voglio che rinunci a qualcosa, soltanto per paura della mia reazione».
Lei si gira a guardarmi: «Francesco, non mi va che tu aspetti in macchina».
Scuoto la testa: «Gaia, non c'è alcun problema».
Questa volta è Mariano a intervenire: «Porta anche lui, no?».
La proposta mi coglie un po' alla sprovvista. Unirmi al loro gruppo potrebbe essere un'occasione per stare con Gaia in un contesto diverso, ma so anche che la presenza di altre persone potrebbe rendermi più difficile gestire le mie insicurezze.

La mia compagna di università si gira a guardarmi. Dopo qualche istante le dico: «Se ti sembra buona l'idea, si può fare».
Gaia torna a guardare Mariano e poi me. Mette una mano sulla mia: «Francesco, solamente se mi prometti che non farai alcuna scenata».
Il contatto della sua mano mi sorprende, ma sono soprattutto le sue parole a colpirmi. Prima ancora di accettare, vuole essere sicura che io non rovini l'uscita con una reazione di gelosia.
Mariano si intromette nuovamente: «E perché dovrebbe farle?».
Annuisco: «Già, perché dovrei farle?».
Cerco di mostrarmi tranquillo, anche se la domanda di Gaia mi fa capire che la fiducia tra noi non è ancora del tutto recuperata.
Gaia torna a guardare prima lui, poi me. Sospira e poi dice: «Va bene, proviamo a fare questo aperitivo tutti assieme».

Scendo dalla macchina, e con me anche la mia compagna di università. Mariano e Gaia iniziano a camminare, mentre io resto qualche metro indietro. Non è una decisione consapevole: per un momento mi sento estraneo a questa scena, come se loro due sapessero già come muoversi e io dovessi ancora capire quale sia il mio posto. Non voglio inseguire Gaia né sembrare bisognoso delle sue attenzioni, ma nemmeno restare indietro per orgoglio.
La mia compagna di università se ne accorge subito e si gira: «Francesco, vieni».
Il suo invito è semplice, eppure basta a interrompere le mie esitazioni. Aumento il passo e li raggiungo. Per adesso scelgo di seguirla senza cercare significati nascosti in ogni gesto. Voglio provare a godermi l’aperitivo e vedere come andranno le cose, anche se una parte di me continua a chiedersi quanto durerà questa momentanea tranquillità.

Arriviamo al locale lì vicino. Al tavolo c’è già un signore sulla cinquantina: è Attilio, il titolare dell’assicurazione in cui lavora Gaia. Quando mi vede, mi guarda sorpreso, poi rivolge lo sguardo ai suoi due dipendenti. Tra loro percepisco subito un certo imbarazzo. Non so che cosa si siano detti prima del nostro arrivo, ma ho la sensazione che la mia presenza abbia modificato l'atmosfera che si aspettavano di trovare. Gaia, invece, sembra cercare di comportarsi normalmente.
Mi domanda: «Dove mi siedo?»
Le rispondo: «Siediti pure tra i tuoi colleghi, io mi metto qui.»
La mia scelta è deliberata: non voglio condizionarla né pretendere di stare accanto a lei. Allo stesso tempo, voglio vedere come reagirà a un atteggiamento diverso dal solito, meno insistente e meno bisognoso delle sue attenzioni.
La mia compagna di università mi guarda, cercando di scrutarmi dentro. Il mio modo di pormi la mette a disagio o, almeno, la spinge a chiedersi che cosa mi passi per la testa. Forse si aspettava che cercassi subito di sedermi accanto a lei, oppure teme che la mia apparente tranquillità nasconda del risentimento.
Attilio sposta la sedia e Gaia si accomoda sul divanetto, tra i suoi due colleghi. Io mi siedo dall'altro lato del tavolo, di fronte a loro.
Gaia mi dice: «Ti presento Attilio, il mio titolare.»
Tendo la mano e lui ricambia la stretta: «E tu sei il famoso Francesco, l’amico di Gaia.»
La mia compagna di università mi fissa, probabilmente incuriosita dalla mia reazione.
Gli rispondo: «Esattamente.»
Non aggiungo altro. Preferisco ascoltare e capire che cosa intendano fare di questa presentazione, soprattutto perché il modo in cui Attilio sottolinea il mio rapporto con Gaia mi sembra già carico di significati.

Il capo di Gaia comincia a parlare: «Francesco, Gaia ci ha parlato molto di te, lo sai?».
Sorrido: «Spero vi abbia parlato bene».
Lui ricambia il sorriso con un’espressione ironica: «Immagini male. Sai le volte che si è lamentata di te? Noi siamo una grande famiglia, e anche Mariano mi ha raccontato delle cose».
La notizia non mi sorprende. So che Gaia parla del nostro rapporto con le persone di cui si fida e che, probabilmente, ha raccontato anche i momenti più difficili. Tuttavia, sentire il titolare del suo posto di lavoro usare quelle confidenze per introdurre una discussione su di me, mi irrita. Non mi sembra il contesto adatto per mettere in piazza questioni personali.
Gli faccio presente la mia obiezione: «E allora? Cosa c’entra con il lavoro?».
Attilio mi domanda: «Scusa, in che senso?».
Cerco di essere il più chiaro possibile: «Gaia viene da voi per lavorare, non per altri motivi. Se non lavorasse lì, non sarebbe qui a fare l’aperitivo con voi».
Attilio e Mariano si scambiano uno sguardo.
Gaia è visibilmente imbarazzata e interviene: «Ragazzi, vi chiedo di rimanere calmi. Lo chiedo a tutti.
I suoi due colleghi si guardano senza rispondere.

Io, però, non ho intenzione di lasciar cadere la questione soltanto per evitare un momento spiacevole: «No, Gaia; io non sto qui a farmi giudicare da uno che non mi conosce, e che non ha alcun titolo e a cui non ho chiesto alcun parere».
Il disagio intorno al tavolo aumenta. Mi rendo conto che il mio tono è duro, ma non voglio che la volontà di mantenere un’apparenza cordiale mi costringa ad accettare una situazione che considero inappropriata.
Gaia cerca di stemperare i toni: «Francesco, ti prego, non mi mettere in difficoltà».
Le sue parole mi fanno capire che vuole evitare uno scontro con il suo titolare e il collega. Eppure, ai miei occhi, sta chiedendo soprattutto a me di fermarmi, come se la responsabilità di ristabilire la tranquillità fosse soltanto mia.
Forse non ha ben chiara la situazione, così provo a rispiegargliela: «Ma veramente tu vuoi tornare lì, dopo un discorso simile? Come minimo io andrei dai sindacati».
Attilio interviene subito: «Calma, si stava solamente chiacchierando per rompere il ghiaccio».
La sua spiegazione non mi convince. Rispondo: «Per rompere il ghiaccio, parliamo di una partita di calcio, di politica, di un altro argomento, ma non certamente di me. Per quanto mi riguarda, scherzare per rendere meno formale un incontro è una cosa; usare le confidenze di Gaia per mettermi sotto esame è un'altra».
Mariano cerca di riportare la calma: «Francesco, possiamo cambiare argomento? Proponilo te».
Scuoto la testa: «No, mi dispiace. Questa cosa la voglio chiarire. Io ero in macchina con Gaia, e tu vieni a bussare al finestrino, chiedendole di venire a prendere l'aperitivo con voi? Il suo orario di lavoro non è finito? È retribuita per essere qui?».
La mia domanda sposta la discussione su un altro punto: non si tratta più soltanto di ciò che hanno detto di me, ma anche del modo in cui è nato quest'incontro.
Gaia si mette le mani sul viso, lasciando uno spazio tra le dita per guardarmi. Il suo gesto mi fa capire quanto sia in difficoltà. Probabilmente avrebbe voluto un aperitivo tranquillo, senza che le questioni personali e lavorative si mescolassero in questo modo.

Mariano obietta: «Gaia ti ha chiesto un parere, e tu le hai detto di sì. E adesso ti lamenti?».
La sua risposta mi fa perdere la pazienza. Batto un pugno sul tavolo e tutti e tre sussultano, sorpresi dalla mia reazione: «Io mi sto lamentando per altro. Ci sei o ci fai? La mia compagna di università aveva finito l'orario di lavoro ed era salita sulla mia macchina. Cosa non ti è chiaro?».
Mariano resta in silenzio, senza trovare una risposta immediata.
So che il mio gesto ha reso la conversazione ancora più tesa, ma in questo momento prevale la rabbia: mi sembra che continuino a rispondere a un’obiezione diversa da quella che sto cercando di esprimere. Non voglio che il mio consenso a partecipare al aperitivo venga interpretato come un’accettazione di qualsiasi comportamento nei miei confronti.
Mi giro verso il capo di Gaia: «È chiara la cosa?».
Attilio mi guarda per qualche secondo, cercando una risposta. Poi si volta verso la mia compagna di università: «Gaia, è un tuo amico. È giusto che parli anche tu».
Batto nuovamente un pugno sul tavolo.
Gaia sobbalza e rimane con il volto pietrificato. La sua paura o sorpresa mi appare evidente, ma io sono ormai troppo irritato per fermarmi a valutare l’effetto che sto facendo sugli altri.
Faccio notare un’altra cosa ad Attilio: «Perché continui a sottolineare cosa sono per Gaia? Se sono un amico o se mi succhia il cazzo, a te non deve interessare niente».
Torno a guardare Mariano, poi sposto nuovamente lo sguardo su Attilio: «L’ho detto prima ai miei amici, che conosco da anni. E l’ho detto senza farmi alcun problema. E ribadisco lo stesso concetto anche a voi: dovete farvi una vagonata di cazzi vostri».
Le mie parole segnano una presa di posizione netta: non voglio che il mio rapporto con Gaia diventi materia di discussione davanti ai suoi colleghi, né che il fatto di essere il suo amico venga usato per giustificare domande indiscrete. Tuttavia, mentre la tensione cresce, diventa evidente anche un altro aspetto: per difendere la mia privacy, sto perdendo il controllo del modo in cui mi esprimo. I pugni sul tavolo e il tono aggressivo rischiano di oscurare il punto che voglio sostenere.
Gaia è in mezzo a una situazione che la mette in difficoltà sul lavoro e nella vita privata; io, pur volendo impedire che gli altri si intromettano, sto contribuendo a rendere l'incontro sempre più conflittuale.

La mia compagna di università sospira: «Francesco, posso dire una cosa, senza che tu ti arrabbi?»
Annuisco, disposto ad ascoltarla, anche se dopo quanto è successo al tavolo faccio fatica a immaginare che cosa possa dirmi senza provocare un'altra discussione.
Gaia, però, non comincia a parlare. Mi guarda e rimane in silenzio. Passano una decina di secondi, durante i quali sembra cercare le parole giuste o valutare se sia davvero il caso di esporsi.
Il suo comportamento mi rende impaziente: se mi ha chiesto il permesso di parlare, vorrei che lo facesse senza continuare a rimandare. La sollecito: «Gaia, avanti. Sto aspettando».
Aggrotta le ciglia e si porta un dito vicino alle labbra, senza mangiarsi le unghie. Poi scuote la testa: «Meglio di no».
La sua esitazione mi irrita. Ho la sensazione che voglia dirmi qualcosa di importante, ma che tema la mia reazione. Forse ha paura che interpreti male le sue parole, oppure sa che quello che sta per dirmi non mi piacerà.
Tengo la mia posizione: «Insisto, Gaia».
Non voglio che si rifugi nel silenzio dopo aver aperto lei stessa la conversazione.
Allo stesso tempo, mi rendo conto che insistere non significa necessariamente metterla nelle condizioni di parlare con serenità.
Gaia storce la bocca e poi mette una mano sulla mia. Il gesto sembra un tentativo di rassicurarmi o di ristabilire un contatto tra noi, ma io la ritraggo subito.
Non voglio che un gesto affettuoso sostituisca le parole che sto aspettando, né desidero che la situazione venga risolta semplicemente attraverso una carezza.
La mia reazione, però, ha un effetto immediato su di lei. Il suo respiro diventa più pesante e il suo sguardo si indurisce: «Francesco, se fai così, come posso parlare liberamente?»
La domanda mi mette di fronte a una difficoltà concreta. Pretendo sincerità da Gaia, ma il mio atteggiamento rischia di farle credere che qualsiasi cosa dica verrà accolta con ostilità.

Le ricordo per l'ennesima volta: «Non sono l'amico di Azzurra. Non sono un coglione».
Per me, il paragone con l'amico di Azzurra rappresenta il timore di essere considerato ingenuo, facilmente manipolabile o disposto ad accettare tutto pur di ottenere un po' di affetto. Non voglio sentirmi trattato come qualcuno a cui si può dire qualsiasi cosa senza conseguenze. Eppure, ripetendo quelle parole, finisco per riportare la conversazione sul mio bisogno di dimostrare di non essere debole, invece di concentrarmi su ciò che Gaia sta cercando di comunicarmi.
Attilio e Mariano tornano a guardarsi. È evidente che non comprendono del tutto il riferimento e che la discussione sta diventando sempre più personale.
Il capo di Gaia domanda: «E chi è?».
La mia compagna di università si gira verso di lui: «È un discorso tra me e Francesco», poi torna a guardarmi.
Con quella risposta cerca di delimitare la conversazione e di impedire che i suoi colleghi si intromettano ulteriormente. Almeno su questo punto, sembra condividere la mia esigenza di mantenere private le questioni che riguardano noi due.
Io, però, non indietreggio di un centimetro: « Gaia, o mi dici cosa mi devi dire, o me ne vado».
Voglio una risposta e non sono disposto a restare seduto mentre lei continua a esitare. Il mio ultimatum, tuttavia, rischia di trasformare una conversazione già difficile in una prova di forza: invece di lasciarle lo spazio necessario per esprimersi, le faccio capire che deve scegliere subito se parlare oppure perdere la mia presenza.

La mia compagna di università si porta nuovamente una mano davanti alle labbra, quasi a piegarle: è un gesto che tradisce il suo nervosismo.
La osservo, cercando di capire che cosa la trattenga. In mezzo alla mia rabbia, mi domando se il suo silenzio non sia soltanto un modo per provocarmi o per sottrarsi alle mie domande; forse sta cercando di affrontare un argomento delicato senza sapere come farlo. Non conosco ancora il contenuto delle sue parole, ma la sua esitazione mi fa capire che, qualunque cosa voglia dirmi, questa conversazione potrebbe essere più complicata di quanto immagino.
Finalmente parla: «Francesco, in macchina ti sei accorto che ero molto scettica sul fare questo esperimento, e te l'ho anche detto.»

Scoppio a ridere. La reazione è così improvvisa che Gaia rimane allibita. Mi guarda come se non riuscisse a comprendere il motivo della mia risata. Il suo tentativo di spiegarsi mi sembra contraddittorio rispetto a quello che è successo poco prima.
Appena riesco a calmarmi, le domando: «Non eri tu quella che mi voleva portare in ufficio?».
Gaia rimane in totale silenzio. Mi guarda disorientata, incapace di trovare una risposta.
I suoi due colleghi si girano verso di lei, incuriositi da quello scambio.
Gaia sente gli sguardi addosso e diventa rossa in viso.
Non riesco a capire se sia soprattutto imbarazzata oppure arrabbiata per il modo in cui la sto mettendo in difficoltà.
Alla fine si limita a dire: «Francesco, io non so cosa dire».
La guardo, scuotendo la testa: «Il problema non è che siamo qui. Il problema è che uno ti ha vista con me e ha pensato di venire ugualmente a invitarti. È questo il nocciolo della questione. Non si sarebbe mai dovuto permettere. Tu non avresti neanche dovuto rispondere alla sua domanda. Avresti dovuto dirgli che eri con me e che il tuo orario di lavoro era finito. Invece gli hai risposto, ipotizzando per una prossima volta».
Mentre parlo, il mio tono diventa sempre più deciso. Per me, il problema non è semplicemente essere venuti al locale insieme a Mariano e Attilio, ma il fatto che Mariano si sia inserito in una situazione che considero privata.
Gaia spalanca gli occhi, sorpresa dalla mia interpretazione degli avvenimenti. Forse non si aspettava una reazione simile.
Non le lascio neanche il tempo di rispondere: «Se tu mi chiedi di fare l'aperitivo, mi spieghi perché Mariano si è dovuto avvicinare alla macchina?».
I suoi occhi rimangono ben spalancati. La mia insistenza la mette sotto pressione, ma ormai voglio che affronti la questione senza cercare di evitarla.
Continuo a martellarla: «Gaia, non devi rivolgerti a me. Devi parlare a Mariano e al suo collega. Avanti, di' loro qualcosa».
La mia compagna di università guarda prima uno e poi l'altro, quindi torna a fissarmi, con la bocca leggermente aperta per lo stupore. Sembra non sapere come reagire davanti ai colleghi.
Io resto in attesa, deciso a ottenere una risposta.

Non ottenendola, batto ancora il pugno sul tavolo, ormai deciso a non prolungare ulteriormente questa situazione: «Gaia, io me ne vado, se non prendi in mano la situazione».
Questa volta Gaia perde il controllo. Batte tre pugni sul tavolo e mi risponde con evidente esasperazione: «Francesco, non so proprio cosa vuoi che dica. Non ne ho proprio la più pallida idea».
La sua reazione mi sorprende, ma non basta a farmi cambiare atteggiamento. Invece di provare a capire il suo disagio, continuo a pretendere che faccia qualcosa per risolvere la situazione.
Gesticolando con le braccia, le dico: «Spiega loro come funziona. Non stare lì imbambolata».
Gaia mi guarda, spalancando ancora di più gli occhi. La confusione sul suo volto sembra autentica: «Come funziona, cosa?».
A questo punto mi alzo in piedi. Non ho intenzione di continuare una discussione che, almeno secondo me, avrebbe già dovuto trovare una conclusione. Mi rivolgo ai presenti e dico: «Buon aperitivo a tutti».

La mia compagna di università si alza immediatamente e mi indica con un dito di rimanere seduto: «Francesco, niente sceneggiate. Me lo hai promesso».
Rimango calmo e cerco di tranquillizzarla: «Non faccio nessuna sceneggiata, Gaia. Anzi, guarda...».
Interrompo il discorso e le sorrido. Voglio mostrarle che non sto perdendo il controllo, anche se la mia fermezza nasconde un'irritazione che non è ancora passata: «Vedi, non sono assolutamente arrabbiato. Però una cosa la devi imparare: quando mi chiedi di uscire, ti comporti come una qualunque ragazza e mi rispetti. Se rispetterai queste due semplici regole, non ci saranno problemi. In caso contrario, ti lascio fare l'aperitivo con chi vuoi».

Gaia reagisce immediatamente, quasi non riuscisse più a trattenere tutto quello che ha da dire: «Francesco, Mariano non ha fatto nulla di male. Non è venuto in modo arrogante, a propormi l'aperitivo».
La sua difesa di Mariano mi irrita. Con un gesto della mano le faccio capire che non voglio sentirla continuare: «Gaia, non ho voglia di sentire queste stupidaggini. Vanno bene per l'amico di Azzurra, non per me. Quello non ti dice di portare anche me. Io non sono un cane. Lui rimane un tuo semplice collega. Fuori dall'ufficio non si deve prendere alcuna libertà, come non se la deve prendere quest'uomo. Il problema comunque si risolve in un modo molto semplice: non ti vengo più a prendere al lavoro.»
Gaia torna a gesticolare, visibilmente contrariata dalla mia decisione: «E adesso perché questa cosa? Guarda che l'hanno capito, non si avvicineranno più alla tua macchina».
Scuoto la testa. Per lei, la questione sembra già risolta; per me, invece, la presenza dei due colleghi al tavolo continua a rappresentare una provocazione.
Le rispondo senza nascondere il mio disappunto: «Però sono ancora qui. Due persone intelligenti se ne sarebbero già andate. Due che sono di troppo, devono levarsi dai coglioni. Glielo ho fatto capire in tutte le salse. E poi mettiamo anche di dimenticarci che Mariano sia venuto a bussare al finestrino, ma questo che potrebbe essere tuo padre si mette a dare pareri sul nostro rapporto? Per fare cosa? Il figo? Ma si è reso conto della differenza d'età?»
I colleghi della mia compagna di università restano in silenzio. Si guardano, ma nessuno sembra trovare il coraggio di replicare.

La tensione al tavolo è ormai evidente e anche Gaia pare rendersi conto che la situazione le sta sfuggendo di mano: «Va bene, Francesco. Andiamo».
Scuoto la testa, senza lasciarle alcuna possibilità di convincermi: «Assolutamente no, Gaia. Ti ho già fatto un discorso. Anche se hai le tette grosse, questo non ti permette di comportarti come vuoi».
La mia compagna di università torna a gesticolare, esasperata dalla mia ostinazione: «E come torno a casa? A piedi?».
Non le rispondo subito. Guardo i suoi due colleghi e il mio gesto non passa inosservato.
Gaia segue il mio sguardo e si volta verso di loro. Per qualche istante sembra valutare le alternative, poi prende il cellulare e schiaccia alcuni tasti: «Ciao papà, puoi venirmi a prendere al lavoro? Ti aspetto».
Gaia supera il suo capo e io la seguo con lo sguardo mentre esce dal locale. Quando mi passa accanto, si ferma quel tanto che basta per fissarmi: «Francesco, ti ricordi che stasera dobbiamo fare una cosa?».
Scuoto la testa: «Mi dispiace, Gaia. Non funziona così. Quando imparerai a rispettarmi, ne riparleremo».

La mia risposta la fa esplodere. Mi dà una forte spinta e protesta: «Francesco, mi stai facendo fare una figura meschina, davanti a tutti».
La guardo e ribatto: «Con tutte quelle che mi hai fatto fare tu, per una volta puoi sopportare la cosa».
Gaia reagisce colpendomi con la mano sul naso: «Pagliaccio!», esclama, allontanandosi.
Resto fermo, sorpreso dalla sua reazione, mentre Attilio si alza e le va dietro. Il nostro litigio è ormai diventato uno spettacolo davanti ai suoi colleghi, proprio quello che entrambi, almeno a parole, avremmo voluto evitare.

La mia compagna di università si sistema davanti all'entrata. Probabilmente aspetta Bartolomeo. Esco anch'io e faccio finta di nulla, cercando di comportarmi come se la discussione appena avvenuta non mi riguardasse più. Il suo capo l'ha raggiunta prima di me.
Sento una mano sulla spalla e capisco che qualcuno vuole attirare la mia attenzione.
E' la mia compagna di università: «Francesco, fammi compagnia mentre arriva mio padre».
Attilio rimane accanto a noi, in silenzio.
Gaia mi guarda, ma io tengo lo sguardo rivolto altrove. Il suo titolare, invece, osserva lei, come se stesse cercando di capire se sia il momento opportuno per intervenire.

Infatti, improvvisamente, Attilio le chiede: «Gaia, posso parlarti di una cosa di lavoro?»
Lei si gira verso di lui e annuisce. Io mi allontano di qualche metro, lasciandoli parlare senza intromettermi.
Il suo titolare le dice qualcosa, mentre Gaia lo guarda e lo ascolta attentamente. Lei risponde e i due iniziano a dialogare per qualche minuto. Non riesco a sentire quello che si dicono e, almeno per il momento, preferisco non avvicinarmi.

Intanto arriva Bartolomeo. Parcheggia la macchina, scende e mi saluta, chiedendomi subito spiegazioni: «Ciao Francesco, ma cosa è successo di nuovo?»
Gli racconto la verità, né più né meno, ma tengo la voce abbastanza alta da permettere anche al suo capo di sentire: «Gaia mi ha chiesto di fare l’aperitivo, e due suoi colleghi morti di figa si sono messi di traverso».
Il poliziotto guarda la mia compagna di università.
Gaia interrompe immediatamente la conversazione con Attilio e gli dice semplicemente: «Ci vediamo domani. Ora non posso».

Poi si avvicina a noi e si rivolge al poliziotto: «Papà, questa volta non è colpa mia».
Bartolomeo si avvicina a lei e le sussurra qualcosa all'orecchio. Non riesco a sentire le sue parole, ma osservo Gaia mentre lo ascolta, cercando di capire quale spiegazione le stia dando e come intenda affrontare l'ennesimo conflitto tra noi.
Gaia sembra sorpresa dalle parole di suo padre. Lo guarda e gli risponde a muso duro: «No, non funziona così».
Il poliziotto cerca di spiegarle il proprio punto di vista, mantenendo un tono fermo: «Mi stai chiamando troppo spesso, Gaia. Francesco è arrivato al limite. Anche quando non è colpa tua, probabilmente non ti fa passare più nulla. Ti avevo detto di cambiare atteggiamento, ma tu preferisci atteggiarti da stronza e questi sono i risultati».
La mia compagna di università si volta verso di me, come se volesse trovare una soluzione che possa ancora rimettere le cose a posto: «Francesco, andiamo a fare l'aperitivo in un altro locale?».
Scuoto la testa e rispondo senza esitazioni: «Bartolomeo non guida un taxi».
Il poliziotto si mette le mani nei capelli, esasperato dalla mia risposta e dalla difficoltà di farci trovare un accordo: «Vedi, Gaia; è proprio come ti ho detto. Francesco non te ne fa più passare una. O scendi a miti consigli, o l'hai perso».

Improvvisamente Gaia gli tira uno schiaffo. La sua reazione è così brusca che per un momento sembra persino sorprendere lei stessa.
Lo guarda, indignata, e protesta: «Guarda che stai parlando con una figlia, non con una...», interrompendosi.
Senza aggiungere altro, apre la portiera della macchina di Bartolomeo e sale. Il gesto sembra voler chiudere la discussione, ma lascia suo padre e me fuori, senza una vera soluzione.
Bartolomeo mi guarda, visibilmente spiazzato: «Francesco, non so cosa dire».
Poi si gira verso Attilio. Il titolare di Gaia rimane ancora lì per qualche secondo, ma alla fine si allontana senza neppure salutare.

Il poliziotto dà un colpo al finestrino della macchina. Gaia lo abbassa e lui le domanda: «Chi è quello?».
Lei sbuffa, come se la domanda fosse assurda: «Papà, ma chi vuoi che sia? È il mio titolare».
Il poliziotto batte le mani, manifestando tutto il proprio disappunto: «È proprio questo che sto cercando di dirti, Gaia. La tua risposta non è piaciuta a me, figurati a Francesco. Devi cambiare totalmente i tuoi atteggiamenti».
Gaia alza la voce, convinta di essersi comportata correttamente: «Papà, ma cosa avrei dovuto fare? Mandarlo via? Non l’ho considerato di striscio, e Francesco te lo può confermare».
Bartolomeo si gira verso di me, aspettando di sapere come la penso. Non cambio posizione: «Mi dispiace, ma io la vedo diversamente. Se quello si prende certe libertà, è perché tu glielo permetti. Non esiste che quello ti segua fuori dal locale».

Le mie parole fanno esplodere nuovamente Gaia. Esce dalla macchina come una furia, mi dà una spinta e si avventa su di me, afferrandomi per i capelli. Urla, ormai incapace di contenere la rabbia: «Francesco, ora basta fare il filosofo. Parla chiaro. Vuoi che mi licenzi?»
Bartolomeo interviene subito. La prende per le braccia e cerca di trattenerla, tentando di riportarla alla calma: «Gaia, ma sei totalmente impazzita? Stai calma».
Lei continua a urlare, senza prestargli ascolto: «E allora chiediglielo tu. Mi devo licenziare? Continui ad andargli dietro, e ora non mi lascia più vivere. È questa la verità».
Bartolomeo alza ulteriormente la voce: «Gaia, ti ho già detto cosa devi fare. Sii più propositiva con lui e diventa la sua ragazza».
La mia compagna di università sembra arrivare al limite della sopportazione. Torna a urlare: «Ok, va bene. Basta che poi non mi rompiate più. Chiedimelo, Francesco. Muoviti».

La guardo, spalancando gli occhi. Non mi aspettavo che arrivasse a una richiesta così esplicita: «Cosa, Gaia?»
Non smette di urlare, sfregando le nocche delle dita sulla mia testa: «Quello che vuoi, ma poi non mi devi più rompere. Ti dirò di sì. Sei contento?»
Rimango a guardarla, cercando di capire quanto ci sia di autentico in quelle parole e quanto, invece, sia il risultato della rabbia e della pressione del momento. La sua risposta sembra concedermi ciò che le ho chiesto, ma il modo in cui arriva lascia aperti molti dubbi.
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