tradimenti
La sposina ninfomane
Matertattoo
14.06.2026 |
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"Il contrasto evidente tra il suo bel corpo slanciato e quel difetto rendeva la scena ancora più tragica..."
Mi svegliai con la testa che mi scoppiava. Presi un Aulin, mi soffiai dolorosamente il naso e solo in quel momento mi resi conto che Cindy non c’era. Sarà andata in spiaggia? mi chiesi, mentre mi buttavo sotto la doccia per lavare via il senso di colpa. In fondo, però, fra una settimana parto e non la rivedrò mai più, sticazzi... disse nella mia testa il Lorenzo adulto e cinico che incominciava a mostrare la sua presenza. Però lei mi piace, è così dolce, bella, non vorrei mai ferirla… rispose il Lorenzo adolescente, empatico e sensibile. Scacciai quei pensieri dalla mente e, quando terminai la toilette mattutina, l’Aulin aveva fatto il suo effetto. Misi il costume e scesi a cercare Cindy. Degli altri non c’era traccia, le tende delle loro finestre erano tutte chiuse; sicuramente erano collassati a letto.Mentre scendevo le scale incrociai Marco e Giulia, i neosposi milanesi in viaggio di nozze. Ci eravamo incrociati spesso nei giorni precedenti, limitandoci a un ciao veloce. Eravamo su due lunghezze d’onda diverse, pensavo, e mi domandavo il perché della scelta, non tanto della Giamaica quanto del tipo di hotel, assolutamente non adatto a due sposini in luna di miele. Erano una coppia molto bella. Mi avevano detto di avere entrambi ventisette anni; lei era alta un metro e settanta, castana, magra, con un bel fisico non appariscente ma elegante, e indossava sempre vestitini da spiaggia sopra un bikini classico con i laccetti. Anche Marco era un bel ragazzo: un metro e ottantacinque, moro, fisico asciutto e lineamenti regolari. Due bellissimi giovani di ceto medio-alto. Li vedevo spesso in spiaggia fino all’una, quando se ne andavano per ritornare verso le quindici, dopo il diluvio quotidiano.
Gli chiesi se avessero visto la ragazza che stava con me, ma mi risposero che erano usciti da poco per fare colazione e stavano tornando in camera a prendere la borsa da mare per scendere in spiaggia. Li salutai e andai verso il bagnasciuga. Lei non era neanche lì. Chiesi al ragazzo che si occupava del chiosco bar se l’avesse vista, ma mi disse di no. Non sapendo dove andarla a cercare, ordinai un frullato di ananas e cocco e mi distesi su un lettino in totale relax.
Mi risvegliai per colpa di un venditore ambulante che urlava spingendo un carretto sulla sabbia. Infastidito, impiegai qualche secondo per orientarmi e ricordare dove fossi. Mi girai e notai che nella postazione accanto alla mia si erano sdraiati al sole proprio Marco e Giulia. Appena mi videro sveglio, mi dissero: «Dormivi come un sasso». E poi, maliziosamente: «Stanotte hai esagerato».
Ci hanno visto, pensai. Calcolai rapidamente la posizione della loro finestra rispetto a dove eravamo noi la notte prima e mi resi conto che, affacciandosi, ci avrebbero notato di sicuro.
«Ho bevuto troppo», risposi.
Ma Giulia mi incalzò sorridendo: «Sicuramente troppo rum scuro giamaicano. Abbiamo visto che vi piace doppio».
Non sapevo cosa dire, ormai era chiaro che sapessero tutto. Così sparai una provocazione: «Potevate unirvi a noi ieri sera, una dose doppia anche per te l’avremmo trovata», pensando di averla messa KO.
Invece lei svelò il suo vero essere e mi fulminò: «Tutta colpa di questo coglione che mi sono sposata, vi avrei fatto neri a tutti e sei. Stavo per venire da voi, ma lui si è messo a piagnucolare pregandomi di non andare perché eravate troppi e aveva paura. Sto cazzetto moscio mi ha fatto passare tutta la voglia».
Rimasi senza parole. Guardai lei, che aveva gli occhi fuori dalle orbite per la rabbia, e poi lui, che aveva abbassato la testa per sfuggire al mio sguardo, logorato dalla vergogna per l’umiliazione che la moglie gli aveva appena servito su un piatto d'argento. Io non avevo la minima idea dell’esistenza delle dinamiche cuckold; la sua sparata mi sembrò una cosa folle, e la reazione di lui, sottomesso e umiliato, ancora più assurda.
L’unica cosa che mi venne in mente per uscire dall'imbarazzo fu: «Chissà dove è finita Cindy?». Mi alzai ed entrai in acqua per fare un tuffo, ancora incredulo per le parole che avevo appena sentito.
Tornato al lettino, la strana coppia stava raccogliendo le proprie cose. Lei mi guardò: «Fra pochi minuti piove, noi andiamo in camera. Vieni anche tu?». Ingenuamente non capii il senso profondo della domanda e risposi: «No grazie, credo che aspetterò Cindy». Lei fece spallucce e si avviò, seguita da Marco, che aveva perso ogni barlume di dignità per trasformarsi nel suo cagnolino.
Solo dopo due minuti il mio cervello tese il collegamento: Cazzo, mi voleva scopare.
Mi lanciai di corsa verso il corridoio delle camere, giusto in tempo per vedere, da lontano, Giulia che afferrava la mano di James – il ragazzo giamaicano che si occupava delle zone comuni – e si dirigeva con lui verso la stanza, sempre con Marco a rimorchio a testa bassa. Non ci potevo credere, per me era una cosa pazzesca. La curiosità mi stava divorando. Non si erano accorti che ero a pochi metri da loro; appena chiusero la porta, salii le scale e, camminando quasi a quattro zampe sul ballatoio per non essere visto, mi appostai sotto la loro finestra.
James, come quasi tutti i ragazzi dell'isola, era un figurone: alto un metro e novanta, corpo snello e scolpito, viso dai lineamenti regolari, occhi neri profondi, treccine rasta lunghe e, molto probabilmente, doti oversize. Io, curioso come una scimmia, ero inginocchiato sotto la veranda dato che la tenda interna, spessa ma non tesa, lasciava uno spiraglio aperto sulla visuale. Eccitatissimo e nervoso, accostai gli occhi al vetro.
Vidi Giulia già completamente nuda, in ginocchio davanti a James, che aveva i pantaloni da lavoro calati alle caviglie e un mostro da trenta centimetri in mezzo alle gambe. Lei lo guardava adorante, mentre Marco era seduto per terra, nudo, contro la porta del bagno.
Si sentiva chiaramente la voce di lei tagliare il silenzio della stanza: «Guarda, frocetto, che cazzo ha James. Il tuo è un microcazzo, ma non ti vergogni ad avercelo di cinque centimetri in tiro?».
Quella a cui stavo assistendo era una scena surreale. Ero ipnotizzato, incapace di staccarmi. Giulia aveva un’espressione completamente diversa da quella sobria vista in giro; sembrava un’altra donna, la lussuria l'aveva trasformata. Si sbatteva la cappella di James sulla lingua e poi se la strofinava su tutto il viso, come a volerne catturare l’odore. Quando James si spogliò del tutto, lei si strappò di dosso il bikini esibendo un corpo che emanava desiderio puro. Prese quel membro enorme e lo fece sparire completamente in gola. Come fa? Sarà una mangiatrice di spade, pensai, sbalordito.
Giulia rimase in quella posizione per una decina di secondi e, quando si staccò tra fili di bava e lacrime agli occhi, guardò dritto nella mia direzione. Preso dal momento, mi ero affacciato troppo per vedere meglio e mi aveva scoperto. Istintivamente mi appiattii contro il pavimento, ma due secondi dopo la porta si spalancò.
La voce di lei mi sovrastò: «Cazzo fai lì per terra? Entra pure tu».
Nonostante l’imbarazzo colossale, l’unica opzione era subentrare, e così feci. Mi alzai ed entrai nella stanza, chiudendo la porta dietro di me.
«Vedo che ti piaceva ciò che stavi guardando», affermò Giulia, indicando con un cenno il mio costume che mal celava un’erezione mostruosa. Non risposi a parole: mi sfilai il costume e mi posizionai di fianco a James. Anche se la differenza con il suo era evidente, notai che il mio non sfigurava affatto, soprattutto perché era più largo e dritto.
«Lo avevo capito da come godeva la nera culona che avevi un bel cazzo. Mi sono masturbata tutta la notte guardando voi porci scopare quelle cagne», disse con ferocia, per poi rivolgersi al marito: «Quell’essere inutile lì per terra ha un cazzo minuscolo. Forza, alzati e fai vedere a tutti quanto è piccolo».
Marco, umiliato e con lo sguardo perennemente fisso al suolo, si alzò e tolse la mano che gli copriva l’inguine, rivelando un pisellino micro che quasi faticava a uscire dalla foresta di peli. Il contrasto evidente tra il suo bel corpo slanciato e quel difetto rendeva la scena ancora più tragica.
«Pensate che le poche volte che si drizza, la lunghezza massima è di quattro centimetri», infierì lei. «Torna a cuccia, inutile verme».
Mentre il poverino si risiedeva nell'angolo, lei si inginocchiò davanti a noi due, indecisa da quale iniziare.
«Mi piacciono i ragazzetti porci come te», mi disse, non sapendo che avevo perso la verginità solo pochi giorni prima. «Adesso ti succhio l’anima, vediamo se sono più brava della tua amichetta». Non sapeva che in quel preciso istante, grazie a lei, stavo perdendo definitivamente l’innocenza giovanile.
Mi afferrò e attaccò le labbra, esercitando un risucchio continuo, potentissimo, come se stesse bevendo da una cannuccia, mentre con la lingua mi torturava il frenulo. E mentre lo faceva, mi fissava dritto negli occhi. Poi aprì la bocca, tese la lingua a paletta e inghiottì tutto fino alla base, sbavando e gorgogliando, con la punta della lingua che mi solleticava i testicoli. Le diedi una mano sulla nuca e incominciai a muovere il bacino; lei continuava a respirare non so come, tenendomi nell'esofago. Quando provò a staccarsi, la spinsi giù ancora un po', finché capii che era al limite. Si ritrasse rigurgitando bava a bocca aperta, mi guardò e ansimò: «Lo sapevo che eri un vero porco».
Alzai le spalle come a dire: Sono così, che ci posso fare?
Lei rise e ordinò al marito: «Inutile verme, prendi un po' di carta e un asciugamano e portameli subito». Marco scattò immediatamente in bagno e, quasi correndo, porse le cose alla moglie. Lei prese la carta, si soffiò sonoramente il naso e, dopo averla riempita di muco, gli disse: «Apri la bocca», infilandogli dentro l’ammasso di carta sporca. Poi si pulì il viso con l’asciugamano e lo stese sopra la faccia di Marco: «Questo verme è utile solo come secchio dell’immondizia, e adesso torna a posto». Il povero marito, con la bocca piena e il volto coperto, tornò a sedersi. La ragazza educata e sobria che avevo incontrato per strada non esisteva più; adesso c’era solo Giulia.
Si posizionò davanti a James, riservandogli lo stesso trattamento, anche se non riuscì a tenerlo in gola a lungo per via della lunghezza. Ci alternò entrambi, passando dal lavoro di fino sulla cappella a spettacolari gole profonde, mentre nel frattempo si torturava la fica con le mani, venendo in rapida sequenza. Io e James ci scambiavamo sguardi di totale complicità e soddisfazione maschile.
Ad un certo punto ci guardò dal basso e ordinò: «Adesso spaccatemi».
Mi fece sdraiare e mi montò sopra, infilandoselo in fica e porgendo il retro al mostro di James. Quando quel palo nero entrò, lo sentii spingere contro il mio attraverso la parete interna, mentre lei, completamente infoiata, gridava: «Tutto dentro lo voglio! Il verme deve vedere cosa significa prendere un cazzo vero!».
Iniziammo a scoparla senza pietà, come se fosse posseduta. Urlava volgarità, insulti al marito e veniva in continuazione, in un orgasmo che sembrava perenne. Io, trascinato da quella spirale, le rifilai un paio di schiaffoni ben assestati in faccia, che lei sembrò gradire, urlando ancora più forte. L’unica pausa arrivò nei pochi secondi in cui io e James ci scambiammo i ruoli; quando le infilai di colpo tutto il mio, gridò: «È più corto del nero ma più largo, spaccami ragazzino!».
Eravamo due macchine da guerra: giovani, allenati e forti, tenevamo un ritmo infernale. Io, dopo la nottata precedente, avrei potuto andare avanti a oltranza senza eiaculare. La ragazza stava accusando i colpi e alla fine cedette: «Adesso venite, per favore, non ce la faccio più».
Feci un cenno a James, che capì al volo. Iniziammo lo sprint finale, viaggiando a non meno di quaranta colpi al minuto; un ritmo devastante che la ridusse quasi in lacrime. Alla fine James grugnì e venne, e dopo appena due colpi venni anch'io, una scarica violenta, quasi dolorosa.
Lei si accasciò sul letto, completamente sfatta. Io e James, bagnati di sudore e con il fiatone, ci guardammo e ci scambiammo un cinque da veri compagni di battaglia. Entrai in bagno scavalcando Marco, rimasto immobile per terra a guardare la moglie in posizione fetale sul letto, ancora scossa dalle ultime contrazioni dell’orgasmo.
L’acqua fredda della doccia mi risvegliò come da un sogno. Quando uscii, James entrò a lavarsi a sua volta. Nessuno parlava, non ce n’era bisogno. Mi infilai gli shorts, la canotta, gli occhiali da sole e aprii la porta senza guardarmi indietro.
Mi sentivo incredibilmente leggero. In quel momento realizzai che erano passati solo sei giorni dal mio arrivo a Negril, da quella prima sera in cui, quasi piangendo, volevo solo fuggire e tornare a Roma. E invece, in meno di una settimana, avevo perso la verginità, vissuto un'orgia e partecipato all'apoteosi perversa di quella sposina ninfomane. Il Lorenzo timido, impacciato e spaventato non esisteva più, lavato via dallo scarico di quella doccia. Il nuovo me era uscito forte da quella stanza, ed era finalmente pronto a scoprire i propri limiti.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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